Machiavelli e il Principe


Tra il lusco e il brusco: Machiavelli e il Principe

1.Lorenzo il Magnifico
Pochi anni prima che ser Niccolò Machiavelli diventasse segretario del Comune di Firenze , l’Italia aveva goduto un periodo di tranquillità grazie a Lorenzo il Magnifico , bilanciatore degli Stati. Lorenzo de’ Medici era un grande farmacista politico , che non sapendo guarire un paese l’aveva addormentato, un po’ – fatte le debite proporzioni – come avrebbe fatto Andreotti ai tempi nostri.
Il sonnifero da lui creato si chiamava equilibrio . Con la morte di Lorenzo finì l’equilibrio  e i cinque stati maggiori d’Italia ripresero a litigare più di prima, e , dietro loro,  una sarabanda dei cinquanta staterelli minori, e di seguito a questi , i cinquecento sottostaterelli che ne dipendevano. L’italiadivenne a quel l tempo uno stagno iridescente  sul quale si formavano e si disfacevano in modo più rapido  le chiazze di viscosa materia. Ogni chiazza uno Stato, ogni Stato cento nuclei, ogni nucleo un capo , ognuno per sé e tutti   “contro”  ognuno. Dopo la morte di Lorenzo ,all’età dell’oro successe l’età del “ferro”. La rovina fu pronta e immediata. Le città d’Italia , campagna senz’argini e senza alcun riparo, erano in travagli di guerra, in tumulti , in zuffe infinite, divise, oppresse, battute, corse, predate, rubate, assalite.  Le città passavano di mano in mano, ma ogni parte vi aveva dentro intelligenze e gente pronta a ribellarsi. Non vi era porta che non potesse essere consegnata dalla guardia, passo d’Alpi che non potesse essere ceduto, castello che non potesse essere preso. La difesa ostinata era rara. Dieci, cento, trecento uomini d’arme erano un Esercito. Una trave, una scala, una mancia bastavano a conquistare un sito forte. Che cosa facevano i capi? Uno era pari all’altro. Tutti macellai. Impiccavano, squartavano, tagliavano teste ,o erano a loro volta  impiccati, squartati, separati dalle loro teste ; facevano patti e poi li rompevano, occupavano le città e poi le perdevano, opprimevano popoli e poi li lasciavano. Era fra di loro un continuo gioco dei quattro cantoni. Non esisteva una città che fosse unita. Ogni città  era divisa in partiti, in sette , in quartieri, in campanili, in famiglie.

2.Roma
E Roma “caput mundi”? Era ‘nalatrina ,- mi fa Antonio Pennacchi – , era la chiavica dermonno,  ‘napiaga centrale de lerciume e de lebbra universale , era un paesone tutto guerre di quartiere, rovine maestose, pantani, malaria cronica , sporcizia generale e giro de preti e de puttane, lusso e miseria strette l’una vicina all’altra, si allestivano dei roghi giganteschi per divertimento der popolino e ve se abbruciavano le streghe e li eretici . ErVaticano era pieno decardinali, astrologhi e mignotte. Mentre veniva scomunicato Lutero , se pratica la simonia e Cristo veniva venduto al minuto secondo a nobili e pellegrini pe’ tirà su un pozzo de quatrini. Roma sembrava Sodoma ,Gomorra  e Babilonia mescolate insieme. C’era un prezzo pe’ tutti ,canonicati vescovati e papati se compravano e sevennevanocome poponi , porchetta e ciambelle nelle piazze; in cambio di favori politici, o di carezze di cortigiane , si donavano vestiti fastosi e monili d’oro. Tutto l’oro dermonnoarrivava a Roma e se ne annava a finì nelle bigonce.Certi papi amavano più la panza che la spada, altri più la spada che la fregna, altri ancora amavano più l’oro della spada, e infine altri ancora amavano più l’arte dell’oro, ma nessuno de loro amava e se ricordava de Cristo. E l’Italia, la bellissima Italia   era peggio della puttana che descrive Dante:  era nuda e laida , coperta magnificamente da un velo ricamato , che aspettava,  lascivia, sul letto , come  una cortigiana, il più forte, il più ricco che venisse a prenderla , o a comprarla, farla sua, almeno per un po’ di tempo.

3.Machiavelli
E’ a questo punto che compare l’impiegato Machiavelli, che all’inizio era solo un onesto travet, ma poi col suo zelo, con la sua efficienza, la sua astuzia, la sua ambizione ,diviene Segretario del Comune di Firenze , e comincia a vagheggiare un “Principe” che possa unire quel bordello disorganizzato che è l’Italia, a partire da Firenze, ovviamente, la Città-Stato più facinorosa e più intelligente della penisola. Niccolò – secondo Della Porta –“ciaveva la testa somigliante un po’ alla scimmia e un po’ al gatto. Era un tipo maligno, astuto e traditore , e la moglie , la sora Marietta Corsiniuna volta me disse chiaro. Guardate, messere, io ho sopportato co’ santa pazienza tutte le sue bizze, i malumori, le frasche, i viaggi, le fantasie, le figliolanze di questo “benedett’omo” che non ha mai saputo far nulla pe la casa. Ora che è morto ,mi dicono che l’è stato un grand’omo, ma io non me ne so’ mai accorta, mai e poi mai, perché con tutto il suo scrivere , con tutto il suo stare alle costole e regger la coda dei grandi papaveri d’allora, non buscò mai un fiorino… E se devo dirla tutta, vi dirò che era un pagano, un eretico, un ebreaccio. A me non m’ha mai portato neppure un fiorellino de campo,  ma soprattutto non andava a predica, né a messa, mangiava carne il venerdì senza scrupoli , e persino il Venerdì Santo, e diceva male di tutti i preti , dei frati e delle monache, e – che Dio gliel’ abbia perdonato , ancor più del Sommo Pontefice…”
Davide Levine , nel suo accurato ritratto sull’autore del Principe , scrive che il suo sguardo aveva qualcosa di losco e di lascivo, uno sguardo che trova nel sorriso ambiguo e sardonico della “Gioconda” la sua naturale estensione. Ma c’è chi , come Roberto Ridolfi,  nel suo libro biografico sostiene , invece, l’esatto contrario: “il suo sguardo era acuto e penetrante, ironico e indagatore in cui affiorano saggezza e disincanto delle cose del mondo, aveva  l’arguzia del popolano e il distacco dell’intellettuale, occhi vividissimi e bocca sottile. C’era in lui l’ombra di un ghigno perenne, il medesimo ghigno che appare nei versi, nelle lettere, negli scritti storici e politici, nel teatro, laddove la sofferenza, la spregiudicatezza, il risentimento morale, l’umore carnevalesco e l’inclinazione al comico dettano all’autore amarezze, buffonate, oscenità. “Machiavelli – scrive Giuseppe Prezzolini –“fu odiato, temuto, negato, onorato, calpestato, bruciato, imitato, cantato, copiato, travestito, insultato: chi se ne fece scarpe, chi mantello, chi grimaldello; chi ci volò, chi ci strisciò, chi ci uccise; chi lo centellinò come un elisir; chi se ne ubriacò come una grappa; chi lo vendette al banco, come un vino d’osteria; chi lo prese infuso nell’acquetta propria. Nacquero tanti Machiavelli: quello dei Gesuiti, quello dei patrioti, quello dei filosofi, quello dei protestanti e quello dei cattolici, quello dei letterati e quello dei discorsi ufficiali, e – infine – il più conosciuto: quello degli scimuniti”.

4.Il principe
Nacque così il machiavellismo, ma io credo che lo stesso Machiavelli avrebbe detto volentieri, in una delle sue battute: amici, io non sono stato mai… machiavellico, se mai il contrario. Lei cosa ne dice, professore?
Vede, caro amico, – mi fa il prof. Antonio Caccavone di Poggio Sannita, ordinario di Storia e Scienze Politiche all’Università di Subbiaco, – la fortuna , o la “sfortuna”, dell’opera di Nicolò Macchiavelli , in particolare  du’ Principe, è strettamente connessa ad  alcuni nodi centrali della storia du’ pensiero politico dei secoli Sediciesimo e Diciassetteciesimo, ma poi , nel Settecento ci  fu una revisione critica dei giudizzi tradizionali e autiemp’stess una ricierca di carattere filologgico ed erudito , e mi spiego meglio. Vicienzo Cuoco e i tedeschi come Christ, e subito doppo, i grandi come Ficce e Heggel interpretarono le tesi macchiavellianecomme una riposta a una particolare situazioone storica , e, autiemp’stess , vedevano l’autore du Principe come ‘nu precursore dello stato etico, che ebbe una lunga fortuna nello storicismo tedesco… Poi… poi , nel Risorgimento,  Macchiavelli continuò a oscillare, c’è chi lo condannava di immoralità e chi lo esaltava come profeta della riscossa nazioonale…Ma in realtà l’Itaglia è stata sempre un’utopia… Quando qualcuno ne parlò a Ludovico il Moro, questi ripose, – E che cosa l’Itaglia?, dove sta? Io non la cognosco.” Macchiavelli istesso , che s’era preso a cuore la questione dell’Itaglia ( ma anche per lui l’Itaglia finiva a Roma, o sudde pe’ lui non esisteva propio), ‘o   ‘ssapite che diceva? “Gli italiani songo matti/ e con i matti ce vole ‘u bastone e ‘a corda/ Bisogna legarli e bastonarli. Io lo  vedo venir il castigamatti”. E chi ete , secondo lei,  lu  castigamatti? E’ ‘nu tipo grosso, cu na capa che nun finisce cchiù, è nero, è nocchiuto, e tiene ‘na smisurata mascella. Si vede in mezzo a ‘u turbine deei scioperi del dopoguerra , anzi è lui il centro dell’anima di quel turbine. E’ l’asso de bastoni , è l’uomo nero co’ u manganiello . E trova un popolo di schiene voltate  che riceve la giusta dose di bastonate. Chi non ha avuto questo dono, l’aspetti, primma o poi verrà , verrà. L’Itaglia è sempecurva  col deretano pronto a ricevere la scarica.   E chista è a morale, amico mio : ‘u Principe, dicietevui?, a me pare che sia già venuto , ma potrebbe pure ritornare, nun se sape mai.

Roma, 15 maggio 2017
Augusto Benemeglio

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