M. Rita Bozzetti – Lettura al rovescio


A cura di Augusto Benemeglio

1.La poetica del rovescio

Rivedo Maria Rita dopo un po’ ( si era in autunno del 2014, a Galatina, quando presentai “La barba d’oro di Godot”) e la ritrovo in splendida forma, in questo fine aprile sonoro e fresco disteso tra le pietre insolitamente silenziose di Roma-Eur , la città del “futuro” , la nuova Europa che volle progettare Mussolini. Con lei è l’amica di lettere , Cristina Tundo, e – tutti e tre insieme – siamo in procinto di presentare “Lettura al rovescio” , edizioni Tracce, 2015, al “Pentatonic”, un caffè letterario “biface”: nel pomeriggio domenicale è un salotto letterario di alta qualità, con un’eccezionale intrattenitrice come Anna Maria Curci, che ha visto avvicendarsi presenze di alto livello culturale (Elio Pecora, Roberto Vacca, Matilde Hochkoffer, etc) e la sera – quasi tutte le sere –è un pub pieno di giovani e musica “dura”, da spaccatimpani. Ci troviamo nella zona ovest dell’Eur, dov’è il quartiere Giuliano-Dalmata, tra le memorie dei profughi e l’attualità, a mezza riga, a mezza costa tra il “suo” dialetto natio ( Maria Rita è romana, anche se non l’ho mai sentita dire una sola parola in romanesco, e tuttavia si avverte un che di “saudade” , un’ala di nostalgia che svolazza intorno a lei), e l’ansia che ci brucia sotto i piedi e nel cuore, tra “il senso della promessa” e “il senso dell’altro”, tutti temi che vengono sviluppati nel libro. In attesa dell’ora convenuta , facciamo un giro in auto alla ricerca delle cattedrali innalzate nel nome del Dio Consumismo, con un improponibile autista come il sottoscritto (non credo ci sia di peggio in circolazione, tant’è che andiamo a sperderci su strade inconsuete, tra gli assoluti rovi e l’eternità dei villaggi nomadi, che non sono in tema, o forse sì?. Un libro – dico citando Jabés – è il momento della ferita o dell’eternità, tutti i fogli hanno l’odore delle ceneri di una fede, altrimenti è inutile scrivere. E’ questa penso che sia una delle chiavi di lettura di “Lettura al rovescio” –Dialogo con il mio maestro- un poema dialogico , scritto con uno stile nitido e incisivo, essenziale, ma anche luminoso, preciso, una specie di teosofia in versi dal sapore orientale tipo “Libro delle interrogazioni”, o “Upanishad”, che mi fa venire in mente il grande Tagore (“Hai fatto prigioniero il mio cuore/nelle infinite reti/ della tua musica” ). E’ un canto di lode a Dio , un gioioso ritrovamento dell’Assoluto, attraverso la strada invisibile dell’intuizione, ma scusa, Maria Rita, cos’è la lettura del rovescio ? Sorride.
Uno pensa a Vittorio Sereni, alla sua “poetica del rovescio”, oppure al Gioco del rovescio di Antonio Tabucchi : “Il rovescio delle cose è un modo di vedere la vita che viene adottato da pochissime persone”. E’ una visione esistenziale e ontologica di lettura della realtà circostante che per sfuggire all’osservazione diretta e al resoconto, usa il potere d’astrazione della metafora (del resto ogni linguaggio è fatto di metafore fossili ) per tentare di arrivare alla quintessenza della vita. Questa visione è molto attenta ai particolari, ai dettagli, alle note a piè di pagina, dove forse è racchiuso proprio il mistero delle cose e dell’esistenza. (Sorride di nuovo). Per entrare in questo mondo al rovescio , c’è bisogno di una chiave , bisogna trovare la chiave di una stagione che è nella coda di questa primavera romana , o quella di un quadro che non sta nella figura centrale, ma in quella di fondo che si distingue a malapena, o la chiave di un incanto che solleva quell’ombra scontrosa che è la prima sera.

2. La fede

Ma io so che arrivare a cogliere il rovescio delle cose ha costituito per Maria Rita Bozzetti un momento di svolta umana e metafisica ancor prima che culturale. Scoprire che una certa cosa, un certo amore, una certa gioia, un certo canto che era così , era invece anche in un altro modo, era spine e fuoco e un certo gelo, era l’amaro e il furore , l’osso e lo sputo, l’urlo e il sangue, ha segnato un po’ tutta la sua vita e la sua produzione letteraria, a partire dalla silloge “ Canta l’eterno presente” , un libro bianco scritto da un medico – lei stessa – che fa il percorso, il viaggio, l’esperienza diretta del tunnel della malattia e scopre il doloroso gioco del rovescio sulla propria pelle e sulla propria anima. Ma , insieme alla paura della morte, Maria Rita scopre la fede. Nella glaciale negatività che ci circonda non abbiamo altro salvagente che la fede . Fede nella capacità di operare; fede nel lavoro, fede nell’arte, fede nel piccolo o grande compito che è stato assegnato a ciascuno di noi. Soprattutto fede in Dio, nel suo implacabile splendore, nell’ombra mite che è la lontananza, nel cielo al tramonto che si dissangua in alte fiammate come bandiera viva, nella santa notte di solitudine , pregando il suo rosario di stelle sparse, fede nella Verità
(che) “è stare in sincerità con l’altro/amarlo sopra le personali ragioni, /aiutarlo oltre il possibile/ e pazientare che capisca che siamo uguali,/ identica la materia della vita e dell’anima/ Il non vedere oltre l’io, /impedisce di afferrare l’onda di libera aria/ che rinfranca e si stupisce/ della meraviglia intorno” (pag.16)

3. Il maestro

Ma chi è il Maestro del sottotitolo del libro ? Dai grandi maestri orali dell’antichità, Pitagora , Socrate , Cristo , al primo maestro della scrittura occidentale , Sant’Agostino , di maestri ce ne sono molti , anche se la storia universale – dice Carlyle, ha un solo maestro, l’autore della SCRITTURA SACRA , che decifriamo e ri-scriviamo incertamente , e nella quale siamo anche scritti. I richiami letterari, filosofici e teologici sono talmente tanti che– anche volendo – non potremmo identificare il Maestro di Maria Rita. Però quando si parla di mantra ,pensiamo alla luce dell’oriente, ma l’autrice si è nutrita profondamente della cultura dell’occidente. E quindi chiamiamo in causa un poeta libanese che visse a lungo negli Stati Uniti, Khalil Gibran, “trait d’union” tra la cultura orientale e quella occidentale: “Nessuno può insegnarvi nulla se non ciò che in dormiveglia giace nell’albo della vostra coscienza. Il maestro che cammina nell’ombra del tempio, tra i suoi discepoli… non dà la sua scienza, ma il suo amore e la sua fede. E se egli è saggio non vi invita a entrare nella casa della sua scienza, ma vi conduce alla soglia della vostra mente”.
Ed è quello che fa il maestro dell’autrice . La parola può essere una ferita della bellezza e non c’è nulla di più terribile della bellezza, ma può essere anche anelito indimenticabile , o l’insperabile, come scrive il prefatore del libro, Carmelo Mezzasalma: “Il fenomeno della parola viene sentito come realtà viva, soprattutto quando è in gioco la parola della poesia che di per sé è sempre un incontro, dialogo col reale e, talvolta, col metafisico: “ Spogliati di mezzi per convincere l’altro/, quasi un mendicante ragioni su scale / di tribunali come cattedrali d’amore..// Siediti muto con lente parole/in silenzio davanti all’altro, perché/ il vero si apra spontaneamente /come nello sbocciare di un fiore/petali spinti dal desiderio di luce ( pagg. 21-22)

4. L’arte poetica

Ma che cos’è l’arte poetica? “Convertire l’oltraggio empio degli anni/ in un musica, in un rumore, in un simbolo/dire sonno , nel tramonto vedere un triste oro, questo è poesia, eterna e povera / poesia che torna sempre come l’aurora e il tramonto”. E’ il senso del sorriso: “E intanto il sorriso nell’inseguire il tempo/s’è tolto lo sguardo/ s’è rimossa la gioia/ è rimasto una forma / foto sfocata/ immagine diafana d’altro senso//La gioia nasce dalla coscienza di Dio, /nella certezza della Sua presenza, / nella partecipazione al Suo disegno terreno” (pagg.27-28)
Per questo dialogo con il Maestro, Maria Rita ha suddiviso il suo poema in una serie capitoletti, di sensi non vietati. Dopo l’incontro, abbiamo ascoltato il senso del cruccio, il senso del sorriso. E ora il senso dell’altro, che è fondamentale in tutta la sua poetica, fin da “Canta l’eterno presente”, in cui tutte le cose sono piene di sguardi, di voci, sospiri, tremori, timori, passi, colori, polveri dure, linfe ,creature , cuori accartocciati, pieni di altre presenze, ma anche piene di freddo dentro il sole: “Non è perdono il tuo abbraccio /all’iniquo che circola e si ripete,/ non è pietà, / è comprensione, /è quel che per te vuoi quando l’errore / ti travolge e cadi e non sai come risalire “(pag.35) “La ragione da sola s’ammala di nulla, /il niente che svilisce il coraggio/ incrina il domani inceppato nella paura/come unica nota in disarmonia del vivere (pag.37).
E se si scopre il senso dell’altro, dello sguardo dell’altro, come ama ripetere spesso il mio amico prete Fabrizio Centofanti, diventa naturale l’approdo al senso di Dio, perché Dio è tutto e in tutto – Ovunque tu mi cercherai io sarò – soprattutto – nel dolore: “Il dolore è come una nave che solca il mare:/ al tramonto non cadrà la notte/ prima che una luce indichi l’approdo “ (pag.44) –
In ogni poesia c’è , conscia o no, l’antica ricerca del riscatto e della riscoperta di una parola-magia, di una parola-musica, di una parola-verità, di una parola-salvezza, di una parola-sostanza , che ,simultaneamente, sia contenuto e forma. Di una parola che mantenga il senso dicotomico della promessa anche nel tradimento: “ Ma dimmi, chi perde nel tradimento? Il tradito o il traditore?…(pag.53)
Ogni poesia è misteriosa- continua Borges -. Nessuno sa ciò che gli è stato concesso di scrivere. La triste mitologia del nostro tempo parla di subcoscienza; i greci invocavano la Musa, gli ebrei lo Spirito Santo; il senso è lo stesso. Anche Leonardo Sinisgalli diceva che non esistono regole valide in ogni caso. I risultati buoni o cattivi non saranno mai prevedibili. Ed ecco allora che il ruolo del lettore diventa fondamentale.

5. Il senso dell’inganno

Ogni lettore è un altro poeta. E’ lui il vero protagonista che misura il grido di paura, che non teme di sembrare un folle, che vede la gioia sparsa nei cortili , ma c’è il senso dell’inganno. Noi siamo sempre un po’ tentati dall’autoinganno, qualcosa di non detto, di celato, di perduto, la vasta notte che non profuma, il sogno smarrito prima dell’alba, le mute corde di un’arpa scordata, il mandorlo non fiorito nell’orto, l’oscurità del ricordo, le chiavi i libri le stampe con cui ho giocato la mia sorte. Ma com’è veramente l’inganno? Siamo alla chiave , alla spiegazione del titolo del libro. Scrive la poetessa che l’inganno è senza volto , è quasi senza corpo , è come un uragano che trasforma , è una follia che confonde il logico, è un’instabile teoria su cui si erige il castello di finti sogni, l’inganno imprigiona e non accetta finale esposizione a giudizio
Ciò che pare , richiede una lettura al rovescio, /come del ricamo l’ordito/ della morte la nascita/ della gioia il dolore… (pag.75)
La poesia è la nostra unica istanza contro il tempo rettilineo, contro l’insensato progresso. Le profondità malvagie in cui si estingue la speranza le troviamo ogni giorno nelle bambine rapite e usate come bombe umane , nello scippo sui conti correnti dei piccoli risparmiatori da parte delle Istituzioni , nelle persone che si uccidono perché le loro piccole imprese falliscono , ed altri ancora che non riescono a trovare un lavoro e quindi la loro dignità di essere umani. Che fare?
Alla fine di questo periplo dell’anima , – scrive Carmelo Mezzasalma, – che solca acque conosciute e sconosciute , la meta di questo viaggio di Maria Rita è sempre “Il maestro”, che parla nel silenzio più segreto per istituire una speranza ben oltre il peso del quotidiano o della parola che non sa pronunziare. E siamo al settimo e ultimo senso, quello dell’amore: “un fascio di parole in caduta ordinata/verso battigie di verità/ pur nella solitudine di un oceanico orizzonte.(pag.98)
Siamo arrivati ai “Cento chiodi” di Ermanno Olmi che trafiggono il simbolo di una “dottrina inerte” – i libri – e quei chiodi sono necessari , indispensabili, anzi, rappresentano “ la sola strada che può farci uscire dall’idolatria del potere e dell’interesse che rende sempre più bui questi tempi bui”.
Inchioderemo anche questo libro di passione e ascetismo? Ma come facciamo a distinguere il vero dal falso, la verità dall’inganno?
Il falso poeta parla di se stesso, quasi sempre in nome degli altri/ .Il vero poeta parla con gli altri quando parla di se stesso.
Nel frattempo siamo arrivati al luogo dell’appuntamento. Dobbiamo prendere posto sul palchetto, è l’ora terribile che precede lo spettacolo, ha inizio il travaglio e siamo tutti pieni di timori e tremori.

Roma, 13 marzo 2016 Augusto Benemeglio

Lettura al rovescioTitolo: Lettura al rovescio. Dialogo poetico con il mio maestro
Editore: Tracce
Collana: Anamorfosi
Data di Pubblicazione: Giugno 2014
ISBN: 8874339968
Prezzo: € 12.00
ISBN-13: 9788874339969
Pagine: 112
Reparto: Studi letterari

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