Luca Scutigliani


Luca Scutigliani altra londra

A cura di Alessia e Michela Orlando

LA SCHEDA

Luca Scutigliani, umbro di Monteleone d’Orvieto, lavora a Roma. Come emerge dal suo e Book LONDON TRIBÚ, in via di pubblicazione, il Luca fotografo si riconosce nelle parole di Henry Cartier-Bresson: «Non è la mera fotografia che mi interessa. Quel che voglio è catturare quel momento, parte della realtà».
Siamo di fronte a un fotografo che si rispecchia in una idea portante di un altro che con la fotografia ha scritto pagine memorabili. L’idea è potente. Dimostra una manifestazione di intenti. Luca ci dice quale davvero sia il modo di porsi non davanti al soggetto ritratto, bensì l’approccio verso il proprio codice/strumento linguistico. Basta quella citazione per dirci cosa si debba cercare nei suoi scatti realizzati a Londra in due viaggi affrontati nell’aprile 2011 e nel settembre 2012.
Questo gioco di rimandi ad altre opere fotografiche (citare un fotografo in fondo quello significa: è un invito a ricordarne gli scatti o ad andarli a scoprire), si è spinto, talvolta, fino a far tracimare verso l’uso di altre forme espressive connesse alle arti visive. Si pensi alla vicenda legata a Robert Doisneau e, in particolare, al suo scatto Maurice Duval il pittore straccivendolo che è tra i più significativi in assoluto. La storia di quello scatto: Maurice Duval era uno straccivendolo e pittore autodidatta. Per realizzare i suoi acquerelli usava i fogli scartati dagli studenti dell’ Accademia di Beaux-arts, dopo averli raccolti nella spazzatura e lavati nella Senna. Ebbene, quella immagine ha ispirato il pittore bosniaco Safet Zec che ha dichiarato: «Questo toccante ritratto di un uomo con sogni di artista irrealizzabili che tiene in mano la sua scatola di colori in maniera così delicata mi ha emozionato e mi ha spinto ad approfondire il capolavoro di Doisneau, nel quale come in uno specchio, tutti noi pittori ci riconosciamo, avendo scelto una “scatola di colori” come nostro destino».

L’AFFRESCO LONDINESE DI LUCA SCUTIGLIANI

Chi ha potuto vedere in anteprima gli scatti londinesi di Luca Scutigliani non ha risparmiato i giudizi positivi. Unanimi. Se ne segnalano due. Alvaro Spizzichino, anche fotografo dotato di maestosa sensibilità fotografica, espressa da tempo, è tra chi ha posato lo sguardo su tutti i fotogrammi dell’e Book in via di pubblicazione. L’esperienza tratta nel frequentare per decenni mostre e artisti che si sono espressi a Roma, gli ha fatto usare parole inequivocabili: «[…] sono rimasto affascinato, da quegli sguardi bassi nella metro, che tante volte avevo notato (…). Altra foto che mi ha molto impressionato è quella del ragazzo e della ragazza, con lei che regge lui per il braccio tutto tatuato. La trovo intensissima. Quella della donna in costume per la strada ricorda certi scatti di Diane Arbus. Altro scatto bellissimo è quel ritratto della guardia della regina, con la baionetta in primissimo piano. Interessanti anche quelli dei dimostranti pacifisti con le tende davanti alla Cattedrale di Westminster. Ma è proprio bravo!» E ancora: «Sono rimasto impressionato dalla abilità nel trasmettere, attraverso l’immagine, l’essenza di una città e delle persone che la abitano. Le foto sulla metropolitana sono incredibili, perché è riuscito a catturare la stanchezza dei viaggiatori, le loro facce perse nel nulla, la loro abitudine a non osservare – come invece farebbe qualunque italiano – i loro compagni di viaggio sul Tube, più per rispetto della privacy degli altri che per disinteresse verso il prossimo. (…) Lo studio dei londinesi è  chirurgico, direi, tanto da mettere in risalto, con assoluta precisione, determinate peculiarità dei passanti fotografati, senza mai perdere di vista il contesto cittadino in cui essi sono inseriti. E’ davvero bravo, sia dal punto di vista tecnico, sia dal punto di vista dell’occhio fotografico sia nel B/W che nel dosare i colori. Chapeau!»
Dario Rago, anch’egli valente fotografo, ideatore della Rivista INFORMA, si è espresso in una frase che non possiamo non riportare: «Istanti di vita immortalati magnificamente. I miei complimenti all’artista Scutigliani».
A questo punto appare già legittimo chiedersi: Come si inserisce Luca Scutigliani nel panorama della fotografia globalizzata? Quali sono le sollecitazioni che i suoi scatti attivano? Dove trae origine la sua poetica? Quali sono i nomi di fotografi e critici  imprescindibili, cui giungere per capirne il senso profondo? Domande, tante e tante altre se ne potrebbero suggerire; non c’è modo di riscontarle tutte in una presentazione ma è certo che parlare delle sue immagini significa attraversare le domande potenti che hanno inglobato la fotografia in un reticolo fatto di interessi artistici, di opinioni, di polemiche e, al solito, di domande. Una: Il fotografo manipola oppure no il mondo del reale? È indubbio che egli eserciti il diritto di scegliere il soggetto, anche sul piano ideologico, ed è quasi irrilevante se questi sia o meno consapevole. Infatti, anche qualora qualcuno abbia voluto esserci nel fotogramma, non si esclude certo che sia stato strumento nell’ambito comunicativo ideato dal fotografo. Naturalmente la fotografia è esposta per principio al rischio di essere vista come una dicotomia drammatica. Esempio: è Arte, è linguaggio? È vera? È falsa? È una finzione che si avvicina al reale o è il reale? Da una analisi di assieme della Londra di Luca si può dedurre che egli sia riuscito a risolvere una questione molto rilevante e che fu espressa nella distinzione tra fotografi “specchi” e fotografi “finestra”. La creò John Szarkowski quale curatore del Dipartimento Fotografico del Museum of Modern Art di New York. Accadde con la epica rassegna Mirrors and Windows. I capostipiti ideali delle due forme espressive furono Alfred Stieglitz (fotografo e gallerista statunitense) e Eugène Atget (fu un fotografo francese). Il primo fu uno dei principali fautori della separazione della fotografia dal mero ambito del reportage e diede avvio alla stagione della inesauribile fotografia artistica. Il secondo, invece, apprezzato anche da Man Ray, riteneva di poter fungere da supporto a architetti, disegnatori, pittori, fornendo loro i riflessi fotografati necessari al loro lavoro.
Anche attraverso il taglio antropologico dato all’approccio nel fotografare, stando nel tema Londra, si trae la convinzione che il procedimento stilistico che caratterizza le foto di Luca non sono mai fini a sé stesse. La sua ricerca è una analisi della attualità. Luoghi e volti sono carichi di sensi che travalicano le ipotesi oleografiche e se ne allontanano per proporre una visione che interpella sollecitando analisi di valori e sensazioni. Un valore assoluto è quello connesso alla tutela della privacy che paradossalmente viene segnalato con uno strumento che tende a violarla. Gli sguardi non disattenti ma rispettosi degli spazi vitali degli altri, li si può cogliere nelle persone ritratte, a esempio, quale senso potrebbero avere se non questo? In tale chiave interpretativa i riflessi filmati da Luca sono una manifestazione di memoria che deve ed è destinata a farsi collettiva. I significati che propone assurgono a valore etico se solo li si confronti alla società attuale, retta dall’idea che l’apparire sia ben più rilevante dell’essere. Sono infiniti gli spunti tematici destinati a divenire lo zoccolo duro di una ricerca che resterà nel tempo come pietra miliare. Nulla andrà perduto, diluito dal tempo stesso e certi ricordi non potranno più divenire labili sensazioni. Tutto ciò è dovuto anche al sostegno tecnico, alla conoscenza del mezzo usato, all’esperienza. Si tratta di elementi che emergono prepotentemente. Non gli sarebbe stato difficile lasciar trasparire la sua visione emozionata, condizionata dalla bellezza o dal particolare. Pare chiaro, invece, come Luca abbia voluto rendere eloquenti le fotografie, lasciare che i soggetti parlassero da soli. Non ci pare di cogliere, infatti, nessuna intenzione destinata a drammatizzare le immagini. Perché? La risposta può essere una sola: se lo avesse fatto avrebbe dimostrato di aver voluto privilegiare un approccio elusivo. Le immagini sarebbero state contaminate da una patina di superficialità e avrebbero lasciato emergere valori superflui, celando l’essenzialità, ovvero ciò che l’Uomo non deve dimenticare. Da ciò discende una inconsueta oggettività che si avvale sia del B/W che del colore, il che significa anche dei grigi e delle sfumature, per dare incisività alle immagini ove servisse, eliminando le note dissonanti o eccessivamente estetizzanti. Per non dire delle ovvietà: non è dato rinvenire neppure traccia di evocazioni banali. Se ne trae una visione di assieme che è sintetizzabile in una sola espressione: omogeneità cromatica e di sensi. Per questo si può dire di essere di fronte a una ricerca. Altrimenti ci saremmo trovati di fronte a un puzzle più o meno descrittivo ma fatto di stonature e incongruenze. È lì il peso specifico, la cifra stilistica di Luca Scutigliani fotografo. È nella capacità di seguire un filo logico, un iter che ti porta per mano in un mondo lasciando che tu lo scopra senza spinte irrituali, scorrettezze e deformazioni prodotte dalle influenze dei luoghi comuni. Si può quindi, facilmente e in piena autonomia, riflettere e valutare, a esempio, se gli uomini e le donne rappresentate siano figure mosse in una dimensione spazio/tempo dai fili del burattinaio o se esprimano la loro voglia di libertà, invitando a emularli oppure no. Ciò fa dedurre se quelle persone siano nel proprio ambiente, se ci vivano bene o no, se stiano esprimendo il proprio modo di essere e vivere nel contesto ritratto. Se tutto ciò è vero significa che il mondo fotografato da Luca fornisce una visione che dalla oggettività giunge alla scientificità metodologica. E allora, se la risposta sarà positiva, occorrerà chiedersi se il mondo che ci fa vedere non sia freddo, privo di slanci gioiosi. Basterebbe analizzare uno qualsiasi degli scatti per concludere che così non è. C’è, eccome se c’è, la si può constatare come fatto concreto, una carica umana ricca di calore, entusiasmo, slanci, e il fatto che non ci sia nulla di nostalgico, trattandosi di attualità che ancora si può vivere, significa che si possono contemperare esigenze apparentemente distanti. Si può fotografare documentando senza rinunciare alla creatività. Se prima dei suoi scatti c’era il rischio di avvertire la acuta sofferenza del ricordo di situazioni irripetibili, ovvero quelle che ognuno di chi ci sia stato ha vissuto (magari ritraendole con propri scatti tenuti celati), e che ciò potesse intaccare l’approccio con la Londra degli anni Tremila, adesso quel pericolo non c’è più. Adesso chiunque potrà avere elementi che andranno a formare la memoria collettiva di luoghi, persone, situazioni a fronte di memorie individuali che potranno, invece, estinguersi. Non ci sarà mai più da ricercare nelle ferite o nelle gioie personali la Londra che sia stata vissuta o solo vista.

Alessia e Michela Orlando

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