Lou Reed, il poeta del lato oscuro dell’America


A cura di Arturo Casalati

Lou Reed è morto a 71 anni, domenica 27 Ottobre del 2013. Da pochi giorni è passato il primo anniversario della sua morte. E ci manca.
Se n’è andato così come aveva vissuto: nel dolore.
Era nato a Brooklyn, il 2 Marzo del 1942. Erano altri tempi. Tra i marciapiedi più bui della città di New York, dove vivere era un problema quotidiano, per tutti.
La sua avventura era cominciata con altri tre scapestrati come lui, in un garage dell’America più povera. Erano i tempi della nascita dei Velvet Underground, gruppo da lui fondato nel 1962 e scioltisi nel 1973.
Nei Velvet Underground, Reed era la voce e la chitarra. Era quello che oggi si chiama frontman ma, fedele al suo carattere, era il frontman meno frontman che si potesse immaginare. Il suo carattere oscuro, maledetto, lo caratterizzava in modo inconfondibile.
Già in gioventù aveva conosciuto il dolore più duro. Era stato sottoposto ripetutamente a “sedute” devastanti di elettroshock, per “curare” quella che l’America puritana di allora considerava una “malattia”, una “deviazione” da “correggere” a tutti i costi, con ogni mezzo: la bisessualità.
A scriverlo oggi non ci si crede, ma allora le cose andavano così, purtroppo. E Reed, come tanti altri figli di quell’America così bigotta, era considerato un problema, un figlio degenere, un ragazzo da escludere dalla società “sana”, quella formata dalle famiglie perfette delle pubblicità televisive. Il buon padre di famiglia, la madre casalinga premurosa e devota, i figli un po’ monelli ma fondamentalmente “sani”. In attesa di trovare un lavoro, una ragazza, sposarsi, avere figli, invecchiare.
Ed era proprio questa idea della vita che Lou Reed rifiutava in toto. Per lui la
vita era altro. Era la rabbia figlia della povertà, la sofferenza inflittagli da una società che tarpava le ali in modo prepotente a quelli come lui.
Ma fra tanti giorni bui, ogni tanto c’era un giorno di sole, luminoso, quasi accecante. Ed erano quelli i giorni nei quali Reed ritrovava la voglia di vivere, di suonare, di cantare, di scrivere le sue canzoni e la musica adatta per esprimere quello che aveva nel cuore: la gioia, la sofferenza, la voglia di riscatto, la paura del buio ma anche la speranza di una luce in fondo al tunnel.
Ed è proprio lì, a giudizio dei critici di Rolling Stones, la Bibbia del Rock, e di tutte le altre testate musicali, che Lou Redd è stato lo scrittore e il compositore più influente degli ultimi cinquant’anni della musica americana.
È sufficiente ascoltare la sua composizione più nota, cantata e suonata da tutti coloro che hanno avuto a che fare, in un modo o in un altro, con il rock internazionale. Quella A Walk On The Wild Side già allora così dirompente nella sua progressione inesorabile, inarrestabile come il dolore e la gioia di chi, come lui, ha attraversato il buio con gli occhi bene aperti, attento a non farsi inghiottire dalle tenebre.
Dal 2008 era sposato con Laurie Anderson, sua compagna di vita dai primi Anni Novanta. Anche lei una donna anticonformista, eclettica, capace di voli fantastici, nella musica, nell’arte, nella vita.
Anche Reed ha sperimentato il suo talento in tutte le discipline artistiche, dalla poesia fino alla fotografia. Nel video musicale allegato a questo articolo le fotografie di Lou Reed illustrano spietatamente la “sua” New York. Una città totalmente “altra” rispetto a quella delle cartoline illustrate che i turisti spediscono agli amici per testimoniare la loro vacanza, “tutto organizzato”, a New York. Non è quella la vera New York: la Grande Mela è ben altro.
Ma sono pochissime le persone che hanno potuto apprezzare le sue doti artistiche extramusicali perché quando la società ti appiccica un’etichetta, poi non te la toglie più nessuno.
Neanche il Padreterno, quello che nei bassifondi suburbani della metropoli più vasta del mondo non si è mai fatto vedere, neanche per sbaglio.
Il suo medico ha dichiarato che Reed è stato curato nell’Ospedale di Cleveland, nell’Ohio. Ed è lì che è stato sottoposto al trapianto di fegato. Ma il dolore che lo ha accompagnato per tutta le vita non lo ha mai lasciato. Ed è
morto in quel letto d’ospedale, prosciugato dal cancro al fegato.
L’America puritana lo ha già dimenticato, cancellato dalla memoria per il semplice fatto che non lo ha mai voluto, lo ha sempre respinto.
Ma per tutti coloro che hanno avuto a che fare con il rock, con la rabbia giovanile, con la delusione della maturità, con la speranza utopistica in un futuro migliore, Lou Reed è stato la voce dell’America più sconosciuta, negata dalla protervia del potere. L’America più vera, più dura, quella più povera, la più sfortunata.
Ed è per questo che Lou Reed, l’anima nera del rock, con il suono unico, graffiante, inconfondibile, della sua chitarra elettrica e della sua voce ruvida, bassa, sporcata dall’alcol, dalle notti insonni e dai giorni infausti dei ghetti americani, non morirà mai.
È proprio per questo motivo, e alla faccia dell’America puritana, che nei cuori e nella testa di chi ha ascoltato e compreso le sue canzoni, Lou Reed vivrà per sempre.

Arturo Casalati

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