L’ora del lupo di Ingmar Bergman


A cura di Gordiano Lupi

“L’ora del lupo è quella tra la notte e l’alba, quando molta gente muore e molta gente nasce, quando il sonno è più profondo, gli incubi ci assalgono, e se restiamo svegli abbiamo paura”, dice il pittore Joahn (Max von Sydow) alla moglie Alma (Liv Ullmann), che condivide la sua depressione nell’eremo di un’isola deserta.
Il film è narrato come una sorta di intervista alla moglie dopo la morte del marito, la macchina da presa inquadra il volto di Liv Ullmann – splendida attrice teatrale – che racconta la progressiva caduta negli inferi e gli atroci incubi del marito. Bergman è un maestro della dissolvenza, dei piano sequenza, delle carrellate panoramiche e di una fotografia suggestiva che riproduce i cupi silenzi e le giornate di vento di un’isola svedese. La solitudine dell’artista, il rapporto uomo – donna, gli incubi del passato che ritornano, il tormento esistenziale e la difficoltà di vivere insieme agli altri, sono le tematiche affrontate dal grande regista.
Il soggetto è come sempre molto poetico, costellato di dialoghi letterari confezionati con ineguagliabile abilità di scrittura. “Un minuto può durare un’eternità. Ah, questi secondi che non passano mai!”, dice il pittore. “Due persone che vivono insieme finiscono per assomigliarsi, per avere le medesime espressioni, gli stessi incubi”, confessa la moglie. La follia del marito contagerà anche la donna, facendola scivolare in un caleidoscopio di apparizioni fantastiche, composto da donne in bianco, professori petulanti, nobili abitanti di un castello e soprattutto un vecchio amore del passato mai dimenticato. La moglie del pittore trova il diario del marito e compie un viaggio nella sua follia, nella depressione che lo conduce all’autodistruzione. Ingrid Thulin è Veronica, la stupenda apparizione seminuda della donna del passato, che ricompare sdraiata su un tavolo di marmo, coperta da un velo, come morta, ma eterno oggetto del desiderio. Il pittore crede che gli altri vogliano distruggerlo, ma vive immerso nei suoi incubi, consapevole dell’inutilità dell’arte nella vita, assecondato da una moglie che reclama i suoi baci, tormentato da sogni malati che sembrano reali. Ingmar Bergman confeziona un film dal taglio fantastico, a tratti cupo e orrorifico, ma soprattutto psicologico, un lavoro molto personale tratto dal suo soggetto “Mangiatori d’uomini” (citato anche come “Gli antropofagi”), che parla di attori come cannibali dei personaggi.
Le paure, gli spettri del passato, il ricordo di quel che è stato, condizionano la vita di un artista che non riesce più a entrare in sintonia con la vita. L’uomo vede ciò che vuole vedere, maschere che si sfaldano, volti che perdono consistenza, bambini cannibali che lo aggrediscono mentre si difende e uccide. “Lo specchio si è spezzato, ma cosa riferiscono i frantumi, sapete dirmelo?”, mormora in un tetro finale che lo consegna ai suoi incubi. La sua donna lo amava, cercava di vedere il mondo proprio come lui, pure lei ha visto i fantasmi, anche se a tratti resta il dubbio che fossero reali. “Non l’ho amato abbastanza. Non l’ho difeso dai suoi mangiatori d’uomini”, confida la moglie alla macchina da presa, che dissolve la scena sul volto distrutto dal dolore.
Bravissimi i due protagonisti, soprattutto un’intensa Liv Ullmann, interprete del dolore di una donna innamorata, ma anche Max von Sydow dà vita a un credibile ritratto di uomo in preda alla follia.  Intensa la colonna sonora che conferisce una tonalità drammatica alla pellicola citando pure Il flauto magico di Mozart. Suggestiva la scenografia e la fotografia, che immortala la stupenda isola svedese di Hovs Hallar, riserva naturale di Skåneleden, dove è ambientata la pellicola. Alcuni critici affermano che Bergman compie l’opera più autobiografica della sua carriera, scritta per denunciare la solitudine dell’artista, visto che Hovs Hallar ricorda l’isola di Fårö, dove il regista si ritirava per rifugiarsi dal mondo. L’ora del lupo viene girato nel 1966 ma esce nelle sale due anni dopo per problemi distributivi. L’avventura (1960) di Michelangelo Antonioni presenta caratteristiche comuni al lavoro di Bergman, soprattutto l’ambientazione insulare, il gelido bianco e nero, il vento che tormenta i protagonisti e i tormenti psicologici individuali.
Paolo Mereghetti concede due stelle e mezzo, trova che il film abbia “un andamento discontinuo”, confortato dalle parole del regista: “Ho osato fare alcuni passi, ma non ho percorso tutta la strada. Il film è un passo barcollante nella direzione giusta”. “Un film espressionista e cupo che ha i momenti migliori nell’atmosfera da incubo che permea le angoscianti allucinazioni del protagonista”, conclude il critico milanese. Morando Morandini conferma le due stelle e mezzo: “Un film terribilmente personale, uno dei più foschi di Bergman. Il ricorso all’espediente dei fantasmi è giocato sulle corde di un’ironia romantica che, nelle intenzioni dell’autore, è uno strumento per far sì che lo spettatore non s’identifichi con i personaggi, ma mantenga un distacco critico”. Pino Farinotti concede tre stelle, ma non comprende il senso profondo dell’opera, perché racconta una trama fantastica come se fosse realistica, riducendo il soggetto psicologico a un dramma con omicidio finale. Tanta superficialità critica rasenta l’incredibile.

Regia: Ingmar Bergman. Soggetto e Sceneggiatura. Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist. Montaggio: Ulla Ryghe. Musiche: Lars Johan Werle. Scenografia: Marik Vos-Lundh. Interpreti. Max von Sydow, Liv Ullmann, Erland Josephson, Gertrud Fridh, Bertil Anderberg, Gundrun Brost, Georg Rydeberg, Ingrid Thulin.

Gordiano Lupi
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