L’Ira delle Fate


Favole raccolte, curate e riadattate da Simone

C’era una volta un principe il quale non sognava altro che mangiare e bere. Quando fu grande, decise di costruirsi un enorme palazzo per banchettarvi con i suoi amici. Ma nel regno di suo padre non vi erano molti alberi, ad eccezione di un folto boschetto che nessuno osava toccare , perché in ognuno degli alberi dimorava una fata.
Al principe però non importava nulla né delle fate né dei loro alberi, quindi armò di accette e scuri gli amici e i servitori dando loro ordine di abbattere quelle piante per costruire il suo palazzo: infatti si fa più presto a ostruire con il legno che con le pietre, e la gran sala che aveva in mente di erigere all’interno aveva bisogno di lunghe travi e di numerosi travicelli per il tetto.
Gli amici del principe esitavano a toccare il boschetto delle fate. Ma il principe stesso afferrò una scure un’enorme quercia che sorgeva in mezzo alle altre piante gridando:
– Anche se quest’albero fosse una fata, e non soltanto una pianta a lei particolarmente cara, lo colpirei lo stesso, come faccio ora, e lo abbatterei per farne l’architrave della mia sala banchetti !
Così dicendo, incise profondamente il tronco con la scure. L’albero si lamentò e sembrò che dal lato ferito sgorgasse sangue insieme alla linfa vitale. Il principe lo colpì di nuovo e le ghiande impallidirono mentre dei rami ondeggianti si udì provenire una voce che gridava con tono adirato:
– Uomo empio e crudele ! smetti di colpire ! Questo è l’albero delle fate, e se lo ferisci. La nostra regina ti punirà.
Ma il principe rispose:
– Stai attenta, anche se sei una fata, perché potrei colpirti con la mia scure ! quest’albero e tutti gli altri di questo boschetto serviranno a costruire un palazzo nel quale banchetterò con i miei amici per anni ed anni, finché mi piacerà.
Mentre il principe ed i suoi compagni continuavano a colpire la povera pianta che gemeva e scricchiolava, la voce si fece udire di nuovo:
– La punizione per la tua malvagità e la tua ingordigia è vicina ! Bada, perché io sono la fata di quest’albero e la nostra regina mi ama più di ogni altra fata al suo seguito !
Ma il principe si limitò a ridere e ben presto la grande quercia rovinò al suolo. Poco dopo il boschetto di querce e di pioppi venne abbattuto; gli alberi divennero pilastri, travi ed assi, e ben presto fu costruito un palazzo con un ampio salone dove il principe banchettava tutto il giorno e buona parte della notte con i suoi amici oziosi.
La fata dell’albero però si mise in cammino, dirigendosi verso il castello della regina delle fate che regnava su tutti gli alberi e tutti i fiori che crescono sulla terra. Quando vi giunse la supplicò di punire il principe malvagio che aveva fatto abbattere il boschetto,
– Sarà come desideri ! disse la regina delle fate – Prendi il mio cocchio tirato da draghi, e recati da quella strega malvagia chiamata Fame. Quando l’avrai trovata dille le ordino di andare da questo principe e di stregarlo con le sue arti. Fa’ che essa s’impadronisca di lui, i morsi della Fame diventeranno sempre peggiori, lascia che in lui la Fame diventi allora un fuoco rovente e sempre più atroce.
La fata dell’albero dovette fare un viaggio lungo e pericoloso. Ma, alla fine, giunse ad una caverna in un monte tutto avvolto nel ghiaccio, dove poté trasmettere l’ordine ad una vecchia ed orribile strega che sembrava tutta pelle, tendini ed ossa. Quando l’ebbe udito, la Fame emise un riso stridulo, si stropicciò le mani ossute e un istante dopo era già partita per compiere la sua missione, facendosi trasportare con selvaggia grida di giubilo dal freddo vento del Nord.

Il principe dormiva, dopo aver gozzovigliato tutto il giorno e, quando la Fame entrò in lui, cominciò a sognare di starsene seduto a tavola nella sala dei banchetti, ma gli sembrò che ogni pietanza postagli davanti si tramutasse in aria fredda non appena se la portava alle labbra, tanto che egli batteva e digrignava i denti senza riuscire a serrare su nulla.
Si svegliò con una fame tremenda e gridò che gli venissero subito portati tutti i cibi ed i vini del mondo. Venti cuochi dovevano preparargli le vivande e dodici servitori dovevano passargliele e mescergli del vino. Ma più mangiava e più aveva fame. Più bevevo e più aveva sete e per quanto mangiasse, ogni giorno diventava più magro.
Ormai nella grande sala dei banchetti non si tenevano più feste e il principe si sedeva tutto solo, intento a mangiare e a bere. Il re e la regina, suoi genitori, avevano il cuore spezzato e si vergognavano della terribile maledizione caduta sul capo del loro figliolo.
Inventavano delle scuse per quelli che vanivano a visitarlo:
– Non è in casa … è stato gravemente ferito dalla zanna di un cinghiale … è andato a contare i suoi greggi di pecore sul monte … non può ricevervi perché è stato colpito da una piastrella durante i Grandi Giochi …
Ma alla fine si abbandonarono alla disperazione e morirono ambedue. Ben presto il principe divenne tanto povero che dovette mettersi a vagabondare come un mendicante. Infatti, quando ebbe divorato tutti i suoi greggi e le sue mandrie, i suoi cavalli e i suoi muli e persino il gatto che acchiappava i topi, dovette vendere tutto quello che v’era nel suo regno per comprarsi cibo e bevande, fino a quando non ebbe più nulla si suo e gli rimase solo Mestra, sua figlia.
Tutti e due si diressero verso paesi stranieri, dove chiedevano l’elemosina per mangiare. Mentre camminavano, spesso il principe si fermava per mangiare l’erba come un bove, o per masticare perfino la corteccia degli alberi.
Nel vagare in una landa desolata e presso gli aridi scogli in riva al mare, il principe sentì il morso della fame così feroce che decise addirittura di mangiare sua figlia Mestra. Ma questa cominciò a correre, chiedendo aiuto alle fate del mare profondo ed esse le concessero la facoltà di trasformarsi come voleva.
Quando alla fine il principe la raggiunse, ella era svanita ed al suo posto un pescatore alto e muscoloso se ne stava presso la riva del mare.
Il principe affamato gli gridò:
– Ehi, tu che lasci penzolare la lenza nel mare ! Ti auguro un mare calmo e molti pesci poco furbi che si lascino adescare ! Dimmi, presto, dov’è quella fanciulla che era qui poco fa, con i capelli spettinati e vestita di stracci ? Eppure l’ho vista proprio dove sei tu ora … Guarda, Guarda ! Le sue tracce arrivano fino a te e poi spariscono …
Mestra si rese conto che le fate del mare avevano esaudito le sue preghiere e rispose con la voce del pescatore:
– Non posso esserti d’aiuto. Da quando sono qui, su questa spiaggia non v’è stato nessuno oltre a me e giuro che non ho visto anima vivace non me stesso durante tutta la giornata.
Il principe non sospettò nulla e non essendo tanto forte da uccidere e mangiarsi il pescatore, decise di accontentarsi di un pesce catturato proprio in quel momento.
Sicura di poter sfuggire ormai alla fame del padre trasformandosi in un uccello e volando via, Mestra riprese il proprio aspetto, con gran sorpresa del principe. Ma ben presto egli escogitò uno stratagemma per guadagnare denaro e comprarsi del cibo.
Infatti, quando giunsero in una città, vendette Mestra come schiava, dicendole di cambiare forma e di raggiungerlo non appena fosse stato fuori dalle mura, al sicuro.
Così vagarono di paese in paese e il principe vendeva Mestra ovunque andassero, per poi ritrovarla sotto forma d’uccello o di altro animale e rivenderla nel suo verom aspetto quando capitava l’occasione.
Alla fine la vendette una volta di troppo. La comprò Autolico, il capo di una banda di ladri, che viveva rubando il bestiame e mutandone il colore. Questi non si fece scappare Mestra sotto alcuna nuova forma, ma la prese in moglie e si fece aiutare da lei nei suoi imbrogli e nelle sue imprese ladresche.
Il principe affamato venne abbandonato in un posto deserto e lì morì.

Simone
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