L’ingorgo di Luigi Comencini


A cura di Gordiano Lupi

Luigi Comencini costruisce una fiaba nera di taglio realistico – fantastico raccontando una serie di miserie umane durante un ingorgo stradale. Non conta tanto la trama quanto le situazioni che si sviluppano e la galleria di personaggi negativi messi in primo piano da un’inclemente macchina da presa. Alberto Sordi è un produttore discografico che torna dall’Africa ed è atteso da numerosi impegni; Orazio Orlando è il suo braccio destro, lo compiace in tutto e per tutto, esegue gli ordini più paradossali, caratterizzando benissimo il ruolo del succube. Sordi si spaccia per socialista ma è un arricchito arrogante che disprezza i poveri e pensa di poter comprare tutto con il denaro, persino un corpo di giovane donna. Finirà per invaghirsi di una ragazza madre portandola al successo nel dorato mondo discografico.
Una famiglia di operai parte per le ferie e all’interno dell’utilitaria si sviluppa un mondo, tra litigi padre – figlia per un bambino senza padre, incomprensioni tra moglie e marito, ragazzini che gridano e la nonna che dorme. Ciccio Ingrassia è un ferito grave in barella, investito da un autobus, che sta morendo a bordo di un’autoambulanza, ma pensa a monetizzare l’infortunio, ai soldi che l’assicurazione potrebbe pagare. Il suo è un bel personaggio di uomo solo che affida il gatto Giuseppe, unico affetto, alle cure di un infermiere poco interessato alla sorte del logorroico infortunato.
Una coppia (Fernando Rey e Annie Giradot) festeggia le nozze d’argento, sogna di arrivare alle nozze d’oro, ma un fatto banale come la perdita delle chiavi scatena il rancore represso e dà il via a una serie di offese e recriminazioni reciproche. Comencini critica in modo molto duro l’istituzione del matrimonio. Alcune modelle si esibiscono in un servizio fotografico sul tetto di un’auto, passano donne da guardare e da corteggiare, si incontrano vari tipi umani, arroganti, miti, violenti, riflessivi. L’ingorgo rende tutti uguali, ricchi, poveri, famosi, anonimi, proletari, colti, volgari, educati, coppie felici, famiglie tristi, belle ragazze, banditi. Si fanno incontri, si litiga, si corteggiano ragazze, si consumano tradimenti, il povero regala l’acqua al ricco che vorrebbe pagare per non avere obblighi.
Marcello Mastroianni è un attore famoso circondato da fan che chiedono l’autografo, lo salva Gianni Cavina che lo porta a casa sua, fa in modo che vada a letto con la bella moglie incinta (Stefania Sandrelli) per avere una raccomandazione per fare l’autista a Cinecittà. Comencini riprende una violenza carnale ai danni di Angela Molina (uno dei pochi personaggi positivi) da parte di tre teppisti che restano impuniti per la connivenza di alcuni vigliacchi, guardoni compiaciuti ma non intenzionati a denunciare. Il compagno della ragazza è un altro personaggio positivo perché avrebbe l’opportunità di vendicarsi ma pensa ai bambini e ai tanti innocenti che morirebbero se facesse esplodere l’auto dei violentatori. Abbiamo un dandy con il vizio del fumo che pensa solo a  scopare, mentre Tognazzi è il traditore intellettuale che si porta a letto la moglie (Miou Miou) dell’autista sempliciotto (Depardieu).
Gli istinti bestiali degli uomini vengono fuori di fronte alle difficoltà, vediamo la caccia al cibo e chi fa incetta di scatolame per guadagnarci sopra, sfruttando il momento di necessità. Comencini mette in mostra i bisogni primari degli uomini che accomunano ricchi e poveri, ma soprattutto esibisce un palcoscenico di miseria morale e di turpi egoismi. Il calcio riunisce tutti quando comincia la partita, vince l’Italia, escono fuori le bandiere e per un attimo ci si sente stupidamente italiani. I bambini sono una costante nei film di Comencini, rappresentano la speranza, il motivo per vivere un futuro che potrebbe essere diverso.
L’ingorgo è un film corale, girato in un’unità di tempo e di luogo, molto teatrale, costruito con gigantesche scenografie surreali dove si sviluppano storie a metà strada tra il realistico e il surreale. I personaggi a volte sono macchiette un po’ troppo stereotipate e si notano gli intenti didascalici, ma il film resta una bella galleria di tipi umani, un notevole spaccato sulla società italiana di fine anni Settanta, un coacervo di piccoli egoismi e contraddizioni. Comencini non manca di criticare la censura e persino la religione con la figura di un prete alternativo che nell’omelia funebre a Ciccio snocciola i peggiori difetti degli uomini, fotografati nel corso del film. L’omelia recita il credo di Comencini, anticonsumista ed ecologista, ma la speranza resta nei bambini e in una famiglia normale che si trova nell’ingorgo con il figlioletto malato, addormentato da anni, in cerca di qualcuno o qualcosa (un mago, un miracolo…) che possa riportarlo al loro amore. L’ingorgo sembra non finire, come la vita, le auto non ripartono, tutto prosegue come è cominciato. Ormai l’abbiamo capito che l’ingorgo è una metafora della vita.
Alcuni testi (Farinotti) parlano di un sottotitolo: L’ingorgo – Una storia impossibile, che nella nostra versione non figura. Tre stelle per il critico. “Un ingorgo di traffico che durerà ben trentasei ore, mostra le varie reazioni degli automobilisti bloccati. Ciascun prigioniero mostrerà il lato peggiore di sé”. Pure Morando Morandini cita il sottotitolo e concede tre stelle e mezzo, aggiungendo che per il pubblico ne merita tre e che è stato ridistribuito come Black out sull’autostrada. Grazie a lui apprendiamo che la storia è ispirata a un racconto di Julio Cortázar. Condivisibile il giudizio: “Relegati sullo sfondo, e tra le pieghe, i risvolti di fantasociologia e le ipotesi di catastrofe ecologica, il racconto si frantuma in un’aneddotica di taglio realistico nel quadro della commedia di costume, ma c’è una nascosta speranza di progressione narrativa e di impaginazione per cui l’addizione finale è superiore alla somma dei suoi addendi”. Il film si sforza di convalidare il motto di Borges: “Gli toccarono, come a tutti gli uomini, tempi brutti per vivere”. Paolo Mereghetti è meno entusiasta: “Comencini echeggia Week-end di Godard, Roma di Fellini e il racconto L’autostrada del sud di Julio Cortázar, intrecciando una folla di personaggi per dipingere i vizi italiani. Ricchi e poveri, vecchi e giovani, nessuno viene risparmiato. Il tono è grottesco, violento, sgradevole e incattivito: una vera pietra tombale della commedia. Ma il film rimane bloccato come la situazione che descrive: il mosaico di episodi e attori non sempre funziona, ed è generica la morale enunciata alla fine dal prete (Salvaci dalla plastica, dalla ragion di Stato, dalle divise, dal mito dell’efficienza). Un esempio, comunque, delle ambizioni alte (anche dal punto di vista produttivo) che il cinema italiano si poteva permettere prima del crollo negli anni Ottanta”. Non condividiamo una parola di questa impostazione critica e preferiamo unirci all’entusiasmo di Farinotti e Morandini. Il film dura circa 112’, le musiche sono di Fiorenzo Carpi, mentre la scenografia è costruita con grande dispendio di energie.

Regia: Luigi Comencini. Soggetto: Luigi Comencini. Sceneggiatura: Luigi Comencini, Ruggero Maccari, Bernardino Zapponi. Sceneggiatori per le versioni estere: Roxanne Boutang (Francia), Peter Berling (Germania), José Luis Martinez Molla (Spagna). Montaggio: Nino Baragli. Fotografia: Ennio Guarnieri. Scenografo: Mario Chiari. Architetto: Antonio Cortes. Costumi: Paola Comencini. Collaboratore alla Regia: Massimo Patrizi. Aiuto Regista: Riccardo Tognazzi. Musiche: Fiorenzo Carpi. Direttore Musiche. Bruno Nicolai. Collaboratore del Produttore: Simon Mizrahi. Direttore di Produzione: Marcello Crescenzi. Produttore: Silvio e Anna Maria Clementelli. Produzione: Clesi Cinematografica (Roma). Coproduzione: Greenwich Film (Parigi), José Frade Prod. Cinemat. (Madrid), Albatros Produktion (Munchen). Regista Seconda Unità: Jean Luis Bunuel. Costruzioni Esterni ed Esterni: Cinecittà. Canzoni: Woman of Night (Alessandro Incrocci) è cantata da “Martina”, Il treno dei bambini (Gianni Rodari – Fiorenzo Carpi) è cantata da Anna Melato, La canzone dell’ingorgo (Massimo Patrizi – Fiorenzo Carpi) è cantata da Giovannella Grifeo, Momento 25 bis Canzone del male (Mario Salis). Interpreti: Alberto Sordi, Annie Girardot, Fernando Rey, Patrick Dewaere, Angela Molina, Harry Baer, Marcello Mastroianni, Stefania Sandrelli, Gianni Cavina, Ugo Tognazzi, Gerard Depardieu, Miou Miou, Orazio Orlando, Giovannella Grifeo, Lino Murolo, Ciccio Ingrassia, Francisco Algora, Ferdinando Murolo, José Prada, José Vivo, Francisco De Zurbano, Ernst Hannewald, Nando Orfei, Eleonora Comencini, José Sacristan, Ester Carloni, Marcello Fusco, Mario Dardanelli, Roberto Bonacini, Antonietta Esposito, Mariano Vitale, Susy Lover, Aldo Riva, Giuseppe Cafarelli, Mickael Friedel, Solvi Stubing, Mariama Camara, Daniela Igliozzi.

Gordiano Lupi
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