Lettera a Berenice di Corrado S. Magro 3


Alina si guardò nello specchio: le sacche rigonfie.
I singhiozzi avevano saturato il dormiveglia notturno, propagandosi nel buio di quei trenta metri quadri di mondo dove giaceva su una coperta piegata in due al suolo. I brevi sopori anziché rigenerarla si trasformavano in incubo.
Suppellettili varie giacevano lungo una parete, altri occupavano alla rinfusa una valigia trascinata in un angolo.
Per pietà aveva ricevuto la chiave di quel monolocale che nessuno occupava evitando di finire sotto  un ponte o di trovare rifugio in un angolo per cassonetti.
Alina era bella.
I folti capelli biondi con riflessi di rame, scendevano a grossi boccoli oltre la nuca fin quasi ad adagiarsi sugli omeri. Un viso solare, un corpo splendido, traboccante femminilità. Quella foto la ritraeva in un paesaggio di montagna illuminato dai primi raggi di sole su una panca a ridosso di abeti e incorniciata dai colori della primavera subalpina.
Alina era triste.
Fin dalla fanciullezza si portava dietro un malore viscido che la faceva maledettamente soffrire, vomitare. Per anni si era dibattuta in una gabbia, ma una notte il subcosciente aveva aperto l’accesso a un vano tumulato nel profondo dell’io. Si era accesa una luce sul suo passato e in quell’antro lo spettro che minava la sua normalità aveva assunto forme umane mostruose, sgomentandola.
Se lei stessa  non era arrivata  a  scoprire cosa la spingeva a chiudersi ad ogni tipo di rapporto salvo quando la componente animale non avesse preso il sopravvento, come l’avrebbe potuto individuare il suo compagno che travolto dal richiamo sessuale si scontrava con un baluardo difficile da superare o raggirare? E quale maschio è disposto o capace d’interpretare il complesso stato d’animo che affligge la compagna se essa non ne fa parola? Travolto dalla passione ne desidera la disponibilità e i ripetuti rifiuti fanno covare la rivolta che manifesta nella violenza morale se non fisica o volgendosi alla ricerca di amplessi fortuiti per chiudersi poi alla lunga dietro la cortina della frustrazione.
Due vite si struggevano e quasi si distruggevano.
Alina odiava sé e il suo sex appeal. Si concedeva come lo schiavo che offre il torso nudo senza lamento alla frusta dell‘aguzzino e anziché rifugiarsi nelle braccia dell’amato, si raggomitolava e si dimenava nel sonno vittima dei fantasmi che albergano nel mondo dell’inconscio, immuni allo scudo rifrangente del pensiero positivo. E così lacerata  dal biasimo di essere un piombo al piede per tutti, in preda ad un barcollamento mentale come una funambola che al desiderio di raggiungere il piedistallo stabile alterna quello del salto nel vuoto senza rete che l’accolga, a tarda sera si era allontanata in silenzio, di nascosto. L’affetto materno verso la figliola appena adolescente, nata dal rapporto che lei in un  primo momento aveva visto come un’ancora di salvataggio, non era riuscito a fermarla. Colpevole, accusata di gravare sulla vita di tutti, senza speranza e forza di riabilitarsi, decise di sacrificare se stessa per amore verso la famiglia.

Era già via da una settimana. Non era la prima volta che si allontanava ma ora sapeva che non l’avrebbero cercata né morta, né tanto meno viva. Lei era un nulla. La coscienza di essere ancora viva le veniva da un aculeo in fondo al cuore.

Si rinfrescò il viso allontanando la salsedine coagulata sulle guance, trovò tra le sue cose un asciugamani per strofinarsi e asciugarsi e infilando a più riprese tra i capelli le dita divaricate che faceva scivolare fino alla nuca, sospirò scuotendo il capo. Estrasse dalla valigia un blocco di carta e una biro e seduta sul pavimento nudo con le gambe incrociate, scrisse di getto tutto quello che affluiva dalla mente al cuore e alla mano, facendo fatica a frenare grosse lacrime che tergeva con le maniche del pigiama:

«Berenice, piccola mia,
potrai mai capire perché al risveglio non mi vedi più vicino al tuo capezzale?
Lo potrai forse se un giorno con animo sereno, ormai cresciuta, leggerai queste parole e arriverai a rappresentarti lo strazio che lacera il mio cuore. Eri orgogliosa della tua mamma e ora non sai cosa dire, come spiegare la mia assenza ai tuoi compagni di gioco, alle tue amiche,  a quelli della classe che ti vedono sola e a chi te lo chiede.
Forse avrei dovuto morire.
Ti avrei così evitato situazioni imbarazzanti che potrebbero travagliarti per tutta la vita spingendoti a ripudiarmi e aggiungendo dell’amaro alla mia disperazione. Non so se ho rinunciato a sparire dal volto della terra per spirito di sopravvivenza.
Sì mia cara Berenice io sono malata.  Malata del “male della vita”. Malattia difficilmente curabile cresciuta come la gramigna, profondamente radicata in un  passato lontano. Si è impossessata di me in un’età più tenera della tua di adesso, trasformandosi in una tortura dalla quale non riesco a liberarmi. Provo vergogna e orrore, ma te ne devo parlare affinché tu da giovane o da adulta, leggendo  potrai aprire gli occhi su una realtà che vorrei allontanare da me, cancellare, succube di una violenza che paradossalmente mi crea un senso di colpa quasi avessi provocato io il mostro che mi ha depredato della ragione della mia esistenza.
Per lunghi anni ho provato a sotterrare i fantasmi dell’infanzia che mi perseguitavano e che  continuano a riemergere prepotenti la notte durante il sonno.
Ero anche io una bambina, una ragazzina che come te e tante altre credeva avere dei genitori unici al mondo, genitori che ho sempre amato e che non riesco ad odiare nonostante mi abbiano arrecato tanto male. È difficile trovare le parole adatte per raccontare la terribile verità che m’incalza, con la quale allora nessuno avrebbe osato confrontarsi  e che anche a conoscenza di altri familiari non doveva trapelare dalle mura della casa dove vivevo e crescevo. Crimine, che per secoli è stato tacitamente e consapevolmente ignorato da tutti.
Riesci ad immaginare in un papà che adori l’uomo che infligge il peggiore dei mali ad una bambina, a te che poni in lui tutta la tua fiducia, tutta la tua speranza?»

La biro scivolava incerta su qualche macchia umida assorbita dalla carta.

Tutto iniziò nella vasca da bagno dove il padre la invitò a raggiungerlo. La prima volta furono solo giochetti che la facevano ridere, poi una volta l’uomo sgretolò l’ultimo calcestruzzo e annegò la ragione nell’animale che era in lui. Subdolo, riuscì ad arginare la propria bestialità per evitare reazioni impreviste della figlioletta e ossessionato ne approfittò quando in casa non c’era nessuno. Lei ebbe male e pianse aggrappandosi a lui per farsi consolare. Non capiva il perché di tanto male prodigandosi poi a consolarla in mille maniere.
Alina si sentiva distrutta  ma non riusciva a ribellarsi a quel supplizio. Non aveva il coraggio di confidarsi con la madre che irritabile e  assente, litigava quasi sempre con il marito e inveiva sulle figliole. Le sofferenza spingeva la piccola a chiudersi in se stessa, a chiedersi se questo facesse parte della vita che cominciava ad odiare, isolandola nell’incertezza e nell’impotenza. La precarietà del suo stato d’animo si manifestava nella difficoltà di apprendere, nell’incapacità di decidere o di scegliere, nello sforzo di trovare amiche e compagne di gioco con le quali non riusciva a comunicare o allacciare un legame.
Alina e le altre due sorelle più grandi di lei, in quell’atmosfera familiare opprimente, tesa fino allo spasmo, stavano bene solo quando la casa si riempiva di ospiti: militanti politici che si riunivano spesso per inveire contro tutto quello che ai loro occhi appariva un’ingiustizia. Riunioni che in casa o fuori casa si protraevano fino a tarda ora senz’alcun riguardo per loro che il giorno dopo non riuscivano ad abbandonare il letto per recarsi a scuola.
Vi erano costrette perché crescessero con una coscienza politica anche se dovevano solo ascoltare senz’aprir bocca. Unico diversivo che ne ricavavano nei giorni seguenti era lo scimmiottare dei militanti accaniti ridendone insieme. Più una vendetta che uno svago.

La mano ritornata più franca continuò a lasciare scorrere parole dalla punta della  penna:

«Fin dall’età di sette anni, ai giochi con quelli della mia età preferivo tenere in ordine la casa. Ero orgogliosa di sentirmi dire: “Brava Alina. Te ne siamo grati”. Speravo tanto che ai complimenti seguisse una manifestazione di affetto, una carezza o un abbraccio della mamma che potesse compensare per un attimo la mia profonda tristezza, lei che con lo sguardo vuoto e depresso, quando rientrava dal lavoro ignorava tutti. Forse ora capisco il perché dei suoi occhi spesso pieni di lacrime. Probabilmente conosceva quello che avveniva o era già avvenuto anche con  le mie sorelle tra le mura della casa e non aveva la forza di ribellarsi.
Gli anni passavano. Crescendo, il mio umore diveniva sempre più labile. Spesso mi chiudevo solitaria rifugiandomi nel mio guscio come un’ostrica. Dicevano che ero fatta così e non potevano sapere che la felicità del sorriso, l’espressione spensierata di chi si apre alla vita,  mi erano state strappate per sempre dal cuore.
Provavo a trovare compenso lasciandomi andare e aggiungendo altri sensi di colpa a quelli che mi travagliavano. Il matrimonio fu forse uno dei tanti errori, costellato di litigi, brevi separazioni, e di tanti altri problemi di coppia che ti risparmio. Io sapevo di stare male e ora so anche che in un tale stato d’animo le decisioni prese si rivelano quasi sempre sbagliate. A nulla sono valsi gl’interventi degli specialisti che si affannavano a curare l’anomalia del comportamento, incapaci di vedere che l’origine del male giaceva su un piano molto più profondo.
Non volevo arrendermi ed ho provato a lottare. Mi sono allontanata sotto l’ennesimo attacco di una crisi violenta sapendo che con papà tu saresti stata bene, ma ho dovuto constatare che anche questo passo è stato sbagliato perché non ci sarà più un ritorno e che davanti a me ci sta il buio più assoluto. Non ho diritto ad esprimere desideri, nonostante vorrei  che un giorno mi ricordassi non come una mamma assente e depressa ma come quella persona che alcuni momenti ti è stata vicina, ti ha amato fino alla pazzia e vorrebbe esserti amica.
Berenice, so che quello che scrivo serve più a me che a te, e forse è per questo che l’ho scritto.

Con tanto amore

Alina, la tua mamma.

Assieme alle altre notizie, questa lettera, modificata quasi di sana pianta nella forma ma non nella sostanza, non è scaturita dalla mia fantasia. Alina esiste (nome cambiato e della quale conoscevo l’identità). Me la trasmise allegata ad una mail prima d’interrompere la corrispondenza. Nei molteplici anni che sono trascorsi ho provato discretamente a non perderla di vista anche se non potevo fare molto per lei.
So che in passato la figlia ha sempre opposto un rifiuto netto ai tentativi che la madre, descritta come una perversa, ha intrapreso per avvicinarla.  Ho appreso anche che Alina è riuscita (almeno lo spero) a liberarsi dalla sua oppressione e che finalmente dopo tanti anni riesce a vivere con tranquillità una nuova vita di coppia.
Ho sentito il bisogno di trasferire un caso non unico su queste righe per levare la voce contro chi abusa degli esseri più deboli e indifesi, che piuttosto che essere protetti e accuditi per crescere sicuri di sé e affrontare con la dovuta autostima il compito che li aspetta, vengono offesi e distrutti, oggetto della violenza più brutale e obbrobriosa che la “bestia” possa permettersi.
Non so se Alina leggerà e si riconoscerà in queste parole, spero solo che se ne sarà il caso non abbia ad essere scossa dalle immagini che rievocano, tornando a farla soffrire.

Corrado S. Magro


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3 commenti su “Lettera a Berenice di Corrado S. Magro

  • Enzo Maria Lombardo

    Un racconto dal contenuto veramente “forte e chiaro”: “forte” come l’insieme esplosivo del trauma, del mal di vivere indotto, del dolore e della delusione verso tutto e tutti, catalizzati dall’amore verso un unico soggetto inconsapevole, la piccola Berenice, un essere che non può capire ed aiutare; “chiaro” come i sintomi di una malattia che tale non è se non per gli esiti di depressione e per le ripercussioni sociali che determina.
    Ed è un racconto molto triste perché sa di verità, anche se, fin quasi in fondo, si spera che tutto, proprio tutto, sia un parto della fantasia dell’Autore. E’ solo un racconto, mentiamo a noi stessi, ma sì, è solo un caso ipotetico di cronaca romanzato. Però ci resta pur sempre il dubbio (e l’angoscia) che non sia così.
    Comunque sia, il bravo Corrado, con la sicurezza dello scrittore e le facoltà di introspezione che gli sono propri, ci offre una coraggiosa denuncia per tanti casi analoghi – noti ed ignoti – senza nome nè storia, tutti meritevoli di racconti “forti” come questo.
    Enzo Maria Lombardo

  • Renzo Montagnoli

    Un racconto forte che potrebbe anche essere sortito da un fatto vero, perchè vicende di abusi sessuali in famiglia non sono infrequenti. E’ bello l’accostamento fra Alina che ha bisogno di aiuto e la figlia che non può aiutarla, ma una madre ha bisogno di sfogarsi ed è proprio con chi rappresenta l’innocenza che lo sfogo può avvenire senza far male.
    Complimenti.

  • Corrado S. Magro

    Grazie dei commenti. Purtroppo quello che riferisco è sortito da un fatto vero. Nell’elaborare la lunga lettera/denuncia im mio possesso ho naturalmente tralasciato per ovvie ragioni molti particolari, provando a condensare la vastità dei dettagli che vi sono contenuti.