L’esilio di Dante


A cura di Augusto Benemeglio

NEL 750° ANNIVERSARIO DALLA NASCITA DI DANTE

1.Guido Novello da Polenta

Dobbiamo dire grazie a questo modesto Signore di Ravenna, che non era un gran politico, né condottiero, anzi si tenne fuori da ogni scaramuccia e mostrò un culto palese per la pace e la tranquillità. Fu lui, che amava le arti e la poesia, che ospitò Dante negli ultimi anni del suo esilio (1318-1321) , e gli garantì rispetto, ammirazione , e grande umanità, donandogli una casa , tant’è che il Poeta poté finalmente riunire , dopo tanti anni, la sua famiglia, la moglie Gemma e i suoi quattro figli, sotto un unico tetto, e trascorrere con loro un periodo di grande serenità.
E’ lo stesso Novello che farà sistemare la figlia Antonia, che diventerà presto “Suor Beatrice”, nell’antico convento degli Olivetani, e farà assegnare all’altro figlio di Dante, Pietro, sacerdote , i benefici e le rendite delle due chiese di Santa Maria in Zenzanigola e di San Simone de Muro.
Gli dobbiamo dire grazie anche per aver creato l’ambiente giusto, una sorta di cenacolo di poetantes in volgare e in latino , in cui l’Alighieri potesse esprimere la sua alta sapienza . Inoltre Ravenna è la città in cui Dante trovò ispirazione per la composizione dei suoi ultimi tredici canti del Paradiso , e tutta la sua straordinaria, immaginifica fantasia si dispiega nella veduta del linguaggio musivo dell’Impero Romano-Cristiano, nella riscoperta dei temi su cui si fonda la cultura romanica, ovvero l’integrazione di ogni arte e scienza nell’università della Rivelazione. Possiamo ben dire che tutta la Cantica, – come sostiene anche qualche autorevole studioso – non è che un grandioso mosaico dell’Eterno in cui si susseguono imponenti cicli di offerta , di consacrazione, di assunzione , molti simili ai cicli compositivi di Ravenna.

2. Memoria ricreata

Intendiamoci, il poema non è che “memoria ricreata” in un complesso di suggestioni imprevedibili, ma non v’è dubbio alcuno che l’arte gotica dell’abate Suger, la maestà di Giustiniano , il tema della Gloria e della Croce gemmata, siano legate a immagini di alcuni canti del paradiso. Lo vediamo ,estatico, davanti ai mosaici dei beati di “Sant’Apollinare Nuovo” e della cupola del “Mausoleo di Galla Placidia”, e di ciò conserverà memoria nell’incontro con Matelda lungo il fiume Letè: Sotto così bel ciel com’io diviso/ Ventiquattro seniori, a due a due, /coronati venien da fiordaliso” . Nel mosaico di San Vitale vede il corteo imperiale di Giustiniano, monarca perfetto , sia per gli studi di diritto che per l’esercizio del potere spirituale: “Cesare fui e son Iustiniano,/ che, per voler del primo amor ch’i sento/ d’entro le leggi trassi il troppo e il vano”. Ed ecco il catino absidale di Sant’Apollinare in Classe con la sua croce gemmata: “E non er’anco del mio petto esausto/ l’ardor del sacrificio ch’io conobbi/ esso litare accetto e fausto”. Dante , con tutta la potenza , l’intensità e la passione del suo cuore e della sua mente, fa rinascere – coi bagliori dei suoi versi – tutto lo splendore e la grandezza antica di Ravenna , capitale dell’Impero , ridotta a villaggio di settemila anime. Ma c’è di più: in Novello Dante riscopre anche il nipote di Francesca da Rimini; è lui che gli parla della “zia Franceschina” , di cui aveva sentito decantare , da bambino, la sua straordinaria bellezza e gentilezza… I due s’incontravano spesso, negli Uffici del Duca, e parlavano… parlavano dei tanti personaggi che popolano la Commedia….come vedremo…

3. Can Grande Della Scala

Durante il soggiorno a Ravenna, gli scrisse Can Grande della Scala, il ghibellino che fronteggiava Roberto D’Angiò, l’obliquo guelfo che presto sarebbe stato “azzannato”. Lo invitava di nuovo alla corte di Verona, ma Dante rifiutò . Non poteva più andare in quel luogo , che divenuto un festino continuo, con tutta una serie di cortigiani . Non era adatto alla meditazione, alla solitudine , al silenzio necessario per il miracolo della poesia, che non ammette distrazioni. Del resto, Cane (curioso nome, all’orientale, ma nella famiglia Della Scala c’era stato anche un “Mastino”), era ancora un ragazzo (ventisei anni) pieno di vitalità, avidità, entusiasmo, ambizione, voglia di divertirsi. Anzi, era ancora il re dei festini. Dante l’aveva conosciuto appena adolescente , al tempo della prima ambasceria e l’aveva visto sia danzare con le dame con amabile grazia, che nei tornei e sul campo di battaglia , dov’era sempre il più imbrattato di sangue. Alla sua corte venivano i più liberi talenti d’Europa, i perseguitati politici di ogni colore, ma più amati se “ghibellini”, per discussioni politiche, filosofiche, le dispute di scienza che si alternavano alle danze e ai banchetti. E all’alba si partiva per la caccia. Nella corte scaligera brillava una nuova luce, la divinazione di un prossimo felice futuro dove l’uomo trionferà, avrà voglia di ridere e inventare più che inginocchiarsi nella preghiera. Quando il giovane Cane invitò Dante alla sua corte, (nel 1211, aveva appena vent’anni) vide in lui l’autore del “Monarchia” , non certo il grande poeta. E sperò che potesse corrispondergli con i suoi preziosi consigli , specchiare in lui la propria fantasia , il proprio miraggio, i propri sogni di conquista, la propria ambizione di vicario imperiale. E Dante vide in Cane il rappresentante più fulgido dell’idea ghibellina, vide che nel suo stemma battevano le grandi ali dell’aquila imperiale. Lo sopravvalutava. E se non fosse stato per la sua immortale poesia, di Cane, – che gli aveva inflitto ( indirettamente, i frequentatori della sua corte) anche qualche umiliazione , non si sarebbe ricordato nessuno, o quasi. Ma ora se ne stava nel silenzio di Ravenna, passeggiava lungo le strade silenziose di quel villaggio, faceva pacate conversazioni con gli amici e i discepoli e aveva completamente dimenticato le mondanità della corte scaligera. Ecco, che viene a bussare alla sua porta, Guido Novello, amabile anfitrione e al tempo stesso “allievo” del Sommo poeta…Maestro, venite con me, voglio mostrarvi la casa dove nacque la zia Franceschina….

4. Osip Mandel’stam

Quando penso a Dante – scrisse il grande poeta russo Osip Mandel’stam, esule come il poeta fiorentino – mi dico, Chissà quante suole di pelle bovina, quanti sandali avrà consumato l’Alighieri nel corso della sua attività poetica, battendo i sentieri da capra dell’Italia?…
Osip si trovava in Crimea, luogo malinconico , popolato da profughi spesso ridotti a larve, in una primavera fredda, in mezzo a un fumo grigio di falò che pungeva gli occhi: erano i luoghi dell’inferno dantesco che rivivevano davanti ai suoi occhi come uno specchio. Qui , Mandel’stam , con nient’altro che una scorta di pane per un mese e i libri dei poeti italiani, si dedicò alla lettura di Dante, tanto da impararne a memoria l’intero poema (sic!) , proprio come Dante , – in esilio, – conosceva
a memoria tutta quanta l’Eneide del suo maestro Virgilio. Quante profonde affinità lo legavano al grande poeta fiorentino! E sentiva che nelle terzine della Commedia abitava il suono autentico dell’esistenza , come su un’immensa tastiera in cui tutte le intonazioni hanno la loro espressione, da quelle più sordi a quelle più sublimi!
“Quello – disse – era davvero un poema che aveva un posto preciso nella trama dell’universo!”

5.Guido Cavalcanti

“Guido era il mio più caro amico, il poeta della leggerezza, il poeta dei sospiri, dei raggi luminosi, delle immagini ottiche, il poeta degli spiriti e delle sofferenze d’amore. Era stato il mio maestro”, disse Dante a Novello da Polenta. E fui io, proprio io, – che lo amavo – a farlo esiliare da Firenze, a seguito dei tafferugli tra bianchi e neri nella notte di San Giovanni , quando una freccia mancò di poco il cardinale D’Acquasparta, delegato pontificio…C’era la mia firma su quel decreto.
Ma in realtà, maestro, non fu vostra la volontà di esiliare i più facinorosi dell’aspra lotta tra bianchi e neri , da una parte Cavalcanti e dall’altra il barone Corso Donati, ma del Consiglio. Voi eravate il Priore in quel momento storico e non potevate esimervi dal firmare.
E’ vero, ma sento ancora tutto il rimorso e l’afflizione nel cuore, perché Guido patì così tanto quell’esilio fino a morirne, mentre l’altro fu assoldato da Bonifacio per l’infame tradimento.
-…Aria serena quand’apar l’albore/ e bianca neve scender senza venti; /rivera d’acqua e prato d’ogni fiore;/ oro, argento, azzurro ‘n ornamenti…
Sono versi tra i più belli e lievi che siano stati scritti e sono suoi. C’era in lui tutto quanto di nobile e gentile possa esserci in un uomo, e quella sospesa astrazione, quella rapidità, quella leggerezza che fa sì che un uomo non possa vivere a lungo tra gli altri uomini, ma faccia una vita da farfalla. Infatti , Guido , morì giovane, confinato in una palude, alla foce del fiume Magra, nei pressi di Sarzana, lui abituato al suo bel palazzo, a leggiadrie, a esser servito come un principe, al diletto degli studi , alle allegre feste delle brigate. Morì di ritorno a Firenze, quando la febbre malarica lo aveva ormai consumato, ridotto a brividi di pelle terrea e occhi incavati. Era il 28 agosto 1300. E poco solo due anni dopo il bando di esilio toccò a voi , grazie a Bonifacio VIII e il barone nero , Corso Donati , il sanguinario.

6. La Gherardesca

«Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia), e se lo si prende, al rogo, così che muoia». …
Dante , dopo tutti i fallimenti dei Bianchi , alleati dei Ghibellini , per un rientro a Firenze , ( la vergognosa sconfitta di Pulicciano nella primavera del 1303 con il capo, Scarpetta Ordelaffi , che fugge con la coda fra le gambe di fronte ai Neri, comandati dal suo concittadino forlivese , il sanguinario Folcieri da Caboli), torna nel casentino , “che era stato un’isola, un’oasi, un’aiuola felice, con la sua amata città , a pochi chilometri e, dove tuttavia , I Neri n…on possono impiccarlo , né bruciarlo, come vorrebbero, – scrive Tobino nella sua biografia un po’ romanzata. Finalmente risente l’accento del puro volgare toscano, lo scorrere dolce dell’Arno ancora fanciullo; qui i suoi versi battono l’ali per ogni dove e vengono trascritti e mandati a memoria dalla gente del popolo che con il volgare esprime se stessa, e vengono e tramandati fino a noi , in una tradizione orale in cui il popolo si compenetrava in loro e quasi si dimenticava perfino chi l’aveva scritti , come fossero voce di uno di uno che viene dall’alto, qualcosa di solenne e invincibile quale il tuono il fulmine e il vento che si leva , ora tempesta, ora sereno tramonto. Dante torna a vedere i castelli dei Guidi , dove sono gentildonne , castellane prigioniere , condannate al ricamo e alla gravidanza. Dante per loro significava poesia musica disegno, canzoni d’amore, ed era atteso con ansia da tutte.
Ora si trova a Poppi , uno dei più importanti impianti fortificati del casentino, appartenente alla famiglia Guidi, di fede imperiale; nel castello di Poppi, che somiglia a Palazzo della Signoria di Firenze, c’era la figlia del conte Ugolino sposata con Guido Battifolle , Gherardesca, per conto della quale scrive tre lettere a Margherita di Brabante, moglie dell’imperatore Arrigo VIII.
La Gherardesca è alta e oscura , e Dante spia nei suoi lineamenti l’ombra del padre, indovina nella sua luce l’ingenuità di Uguccione e Anselmuccio , i suoi infelici fratelli , o del giovanissimo nipote, Nino, detto il Brigata, tutti morti di fame e sete nella torre. La contessa gli narra i particolari della loro vita famigliare , com’erano il padre e i suoi fratelli negli anni in cui il conte dominava Pisa, e poi le ore , e i giorni lunghi di quell’agonia feroce , nella torre … “La bocca sollevò dal fiero pasto…, retaggio privilegiato degli scrittori tedeschi dello “Sturm un Drang”.

7. Manentessa

In un altro castello del casentino , Dante incontra la figlia di Buonconte da Montefeltro, valoroso guerriero, capo degli aretini nella battaglia di Campaldino, a cui prese parte anche il poeta. …Il giovane Cavaliere Dante lo vide avanzare, con le sue insegne , alla testa delle schiere nemiche, con il suo elmo d’argento e la vasta corazza istoriata, che sembrava imperforabile. Campaldino è lì vicino, a due passi , a pochi chilometri da Pratovecchio , è una piana di poca vastità, dove gli aretini – quasi vincitori – vengono d’improvviso sorpresi , sopraffatti e travolti dalle schiere di Corso Donati . E Buonconte viene ferito alla gola , il sangue si sparge sulle fronde degli alberi e sull’erba , il cavallo continua a portarlo lontano dalla battaglia, dissolto, nel bosco, sparito , come rapito in cielo. Dov’è ora la sua nobile figura di valoroso capo, dov’è il suo corpo, dove sono state seppellite le sue spoglie, dove quel nobile e grande uomo ha trovato la sua pace? Mistero.
Dante è tenero e pietoso, nella memoria, ma sa anche essere feroce come un soldato da campo, armato della sua penna , e , sempre, colpisce nel centro esatto della realtà delle cose.
Ma ecco di fronte a lui la figlia del valoroso conte , Manentessa di Montefeltro , a cui fa domande , a cui pone tutti gli interrogativi possibile sul padre. Rimasto solo, sanguinante, con la gola squarciata , alle soglie della morte… Che fa? Che pensa? Che prega? Manentessa lo guarda , senza rispondere. Come potrebbe saperlo? Perché rinnovare quell’atroce dolore? Manentessa volge le spalle al poeta , dentro di sè è un rogo acceso di passione e dolore , è piena di orgoglio, s’infiamma per il padre, sembra esplodere. Ma ecco che entra un’ancella e annuncia un messo , con in mano una stoffa preziosa . Il messo le reca una seta arrivata or ora da Parigi . Manentessa le va incontro , s’illumina , dimentica la presenza del poeta , è tutta presa dalla sua vanità , si distrae , non sta più a badare a Dante, quel noioso, poeta , sempre malinconico, greve, nero di pelle , cupo, oscuro, che parla solo di morte e di vendetta. . Manentessa ha voglia di luce, di colore, di vita , è occupata da altre cose, da altre cure …Scusate, messere… ma ora ho da fare …Ed ecco il giovane mercante con le stoffe che risveglia la sua vanità, i rossori, i sorrisi, gli ammicchi nei giardini

8. GIOTTO
Dopo aver abbandonato per sempre la “compagnia malvagia e scempia” degli esiliati bianchi e ghibellini, che tentavano di riprendere il potere della città, Dante fa perdere le sue tracce. E’ la fine di giugno del 1304, Dante ha 39 anni e decide di lasciare la Toscana. Ancora deve porre mano alla Commedia , ha scritto il Convivio, e le Rime, sta elaborando il De vulgari eloquentia, ma è estremamente insoddisfatto di sé. E’ povero e ormai solo / fa parte a se stesso, necessita di un luogo dove poter studiare, meditare, scrivere. Forse va nel Veneto, ma non subito alla corte degli Scaligeri . Forse va presso Gherardo da Camino, Signore di Treviso, date anche le molte reminiscenze di luoghi di quella regione rintracciabili nell’Inferno (le dighe dei padovani lungo il Brenta, “l’arzanà” dei veneziani, la “ruina dell’Adige” presso Rovereto, ecc. Lì si incontra con Giotto, a Padova, mentre il pittore affrescava la cappella degli Scrovegni. Erano coetanei e concittadini, il loro incontro fu come un grande respiro di mare, un movimento di stelle, un abbraccio e uno sguardo infinito. Due geni, i fondatori , l’uno della lingua scritta , l’altro della lingua pittorica italiana, che si guardano negli occhi e tutto si ferma , si fa silenzio, in attesa di fabbricare nuovi mondi, l’antidoto all’orrore del mondo. Giotto con la gentilezza delle sue mani fabbricava l pazienza , la luce, il pass-partout per la bellezza dell’universo. Dante disse, Caro Giotto, tu rinnovi l’arte del dipingere di greco in latino , e riduci al moderno tutte le cose antiche; nessuno ebbe arte più compiuta della tua.
Giotto rappresenta una summa della cultura figurativa del Medioevo e quando Dante lo conobbe era in forte ascesa, aveva superato il suo grande maestro Cimabue (“Credette Cimabue ne la pittura/tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, sì che fama di colui è scura”), come del resto lo stesso Dante si accingeva a superare i due Guido ( Guinizelli e Cavalcanti) e diventare l’ingegno letterario più alto d’Italia ( “Così ha tolto l’uno a l’altro Guido/la gloria de la lingua; e forse è nato/ chi l’uno e l’altro caccerà dal nido”). Giotto faceva madonne – scrive Tobino – che mai furono così belle, carnali e sante, e fece anche il ritratto di Dante ( Boccaccio giurò che quello era proprio lui, magari un po’ più giovane , ma altri , che conobbero il poeta, ne diedero testimonianza molto diversa). Anche Giotto non era ricco, dipendeva anche lui dagli Scrovegni, che gli avevano commissionato gli affreschi della loro ricca cappella, Ma stettero un poco insieme e – chissà – forse proprio lì, a Padova, cominciò ad elaborare l’inizio della Commedia, lasciando tutte le altre opere incompiute.

9. Dante innamorato

Secondo Mario Tobino ( “Biondo era e bello”, Mondadori, 1990), durante l’esilio Dante s’innamora come un ragazzino. … Si dimentica dell’età, dei travagli politici, e della stessa Firenze, mette da parte Sant’Agostino e San Tommaso, Platone e tutti i problemi di filosofia e teologia e s’incanta , prende una cotta, si imbambola, dietro a questa “Lei” avvolta da una tunica rosa , in mezzo a un prato splendente di verde, mentre raccoglie i fiori. Dante ne ascolta la voce, il trillo di un riso, le note di una canzone popolare, non vive più che per lei. E’ la fanciulla che gli rivolge la parola, e la sua voce canta, una musica che gli ferisce il cuore. Mai era stato avvinto da tanta leggiadria…
Ha bisogno di confidarsi con qualcuno , ed ecco apparirgli Moroello Malaspina, che gliela aveva predetto , conoscendolo fin dalla giovinezza : Caro Dante, il lupo perde il pelo , ma non il vizio, il lupo non diventa agnello.
E’ vero , amico mio, avevi ragione: macchè scienza e filosofia, mi son preso una cotta bella e buona!, gli scrive. E unisce alla lettera una poesia d’amore.
Sai quanto amavo e mi consumavo per tornare a Firenze, ebbene se i fiorentini oggi mi richiamassero, mi invocassero, pentiti, , risponderei: no, dal casentino non mi muovo, da lei non mi allontano. Da dove lei respira non mi posso allontanare.
Sappiamo che si tratta di una (presumibile) giovane donna casentina, e quindi e da escludersi che sia Gentucca Morleo, la gentildonna lucchese di cui Dante accenna nel Purgatorio , che lo ospitò per un certo periodo, nonostante l’astio che da sempre ci fosse tra i fiorentini e i lucchesi. Sappiamo che il fatto potrebbe essere accaduto nel 1309 e che la ragazza aveva diciotto anni, la stessa età – allora – di sua figlia Antonia, che poi diventò “Suor Beatrice”.
Ma non abbiamo alcun dato documentabile… Del resto Mario Tobino , che accenna alla storia, ha scritto un romanzo, non certamente una biografia storica. Ma sappiamo anche che spesso la realtà dei fatti supera la stessa fantasia. E quindi perché al poeta dell’amore ( nessuno cantò meglio di lui l’argomento) non poteva accadere di “innamorarsi”?

10. Francesco Petrarca
Nel marzo 1312, l’imperatore Arrigo VII è a Pisa, dove sono accorsi tutti i fuoriusciti bianchi di Firenze e i ghibellini d’Italia. C’è anche Dante che ha scritto il trattato sulla Monarchia in onore proprio di Arrigo. A rendere omaggio all’imperatore , è venuto anche il notaio fiorentino Ser Petracco col figlioletto Francesco. Il notaio era riuscito a cavarsela perché aveva beni fuori della città, e quindi si era sistemato dignitosamente in una casetta con tutta la famiglia. E in una stanza ospita l’amico Dante , trascorrendo con lui un certo periodo di tempo, a parlare dei bei tempi. Tutte e due sono ancora molto speranzosi di fare presto rientro nella loro patria, convinti che l’imperatore avrebbe posto d’assedio Firenze e rapidamente conquistato la città. Durante i loro conversari fa capolino la testolina del bambino, Francesco, un visetto pieno di curiosa libertà, gli occhi vivaci che già sembrano indagare, i riccioli nerissimi e ribelli. – Smetti di disturbare , – interviene la madre ,Eletta – ma a Dante fa piacere vederlo, e ogni tanto – lui , burbero – lo sfiora con una carezza. Lungi dall’ immaginare che sarebbe stato il suo più grande “rivale” poetico nel corso dei secoli avvenire.
Intanto, l’imperatore aveva deluso tutti e invece di porre sotto assedio Firenze se ne era andato a Roma, dove il 29 giugno veniva incoronato dal papa in Laterano. A distanza di un anno sarebbe scomparso, consumato dalla malaria, portato via , con tutto il suo esercito sgangherato, come una bolla di sapone, senza realizzare nulla, anzi beffeggiato dagli stessi fiorentini “Neri” che avrebbe dovuto spodestare.

11. L’amnistia
Dopo la morte di Enrico VII, Dante è ormai fuori dalla vicende politiche; si dedicherà esclusivamente al poema. Ma si domanda se esiste un luogo per lui, di sufficiente serenità, una stanzetta con uno scrittoio, una mensa da francescano, dove poter ultimare il suo lavoro. Secondo la maggior parte dei biografi , Dante soggiornò a Verona, presso la corte di Cangrande della Scala, dove portò a termine le due prime cantiche e iniziò la terza, il Paradiso. E nel 1318 si recò a Ravenna, dove ultimò il poema, e visse finalmente sereno gli ultimi anni della sua non lunga esistenza (56).
Ma a Dante si era presentata l’ultima possibilità di rientrare a Firenze. Siamo nell’estate del 1315, la città è minacciata da Uguccione della Faggiola, ghibellino e alleato di Cangrande, che chiede ai “Neri” di far rientrare i ghibellini e i guelfi bianchi , pena la guerra. Allora la Signoria di Firenze offre un’amnistia a tutti gli esuli , previo il pagamento di una multa e la rituale offerta nel giorno di San Giovanni. A quel tempo , i versi del poeta già circolavano in tutta l’Italia centrosettentrionale, e si narrano aneddoti di donne veronesi che vedendo Dante accigliato e scuro in volto, che aveva di colore olivastro, quasi solforoso, dicessero tra loro : vedi, è appena uscito dall’Inferno.
In settembre il poeta viene informato dell’amnistia da un amico fiorentino, probabilmente un religioso, ma rifiuta seccamente l’umiliazione della multa e dell’offerta di far rientro a Firenze. Dante risponde con una famosa epistola, che riassumiamo in due frasi: “Non è questa la via per ritornare in Patria; ma se un’altra ne sarà trovata , che non deroghi alla fama e all’onore di Dante , prontamente l’accetterò”. Per tutta risposta, il 15 ottobre del 1315, la città di Firenze condanna Dante e i figli alla pena di morte e alla confisca e alla distruzione di tutti i suoi beni.

12. Farinata Degli Uberti
Oggi Montaperti è una tranquilla frazione di Castelnuovo di Berardegna , sita su una collinetta di 254 metri di altezza, a pochi chilometri da Siena, e conta appena duecentosessantaquattro anime, in cui i vecchi rappresentano più del doppio della popolazione . Volendo si possono fare delle rilassanti passeggiate, andare a vedere la piramide commemorativa della famosa “battaglia” e prendere un caffè al bar “Amici di Farinata”, un altro grande “esule” fiorentino ,come Dante, protagonista di quell’epico scontro tra guelfi e ghibellini, che il poeta incontra nel X° canto dell’Inferno. Uno dei più noti , belli, intensi, drammatici, epici ( “lo strazio e ‘l grande scempio/ che fece l’Arbia colorata in rosso”) per la forza e la bellezza dello stile, uno dei più perfetti dal punto di vista compositivo, in cui l’acme è tutto un salire e discendere dal tono iniziale alla fine, quasi una partitura musicale, ma anche uno dei più complessi dal punto di vista tematico, che non potevamo capire nell’età scolare della prima adolescenza.
Che c’è altro, ora, a Montaperti, mi chiederete? Beh, uno può andare a vedere le fonti termali dell’Acqua Borra tra i pini , i faggi, i lecci e sentire il respiro del bosco , e poi distendere il proprio cuore accartocciato sull’erba e farlo palpitare insieme alle margheritine e ai papaveri. Uno sguardo più in là ed ecco le rovine del castello di Monteapaertaccio, l’antica chiesa di Sant’ Ansano e molte altri pievi, badie, castelli e conventi fortificati che attorniano Siena, la città di Pia dei Tolomei, e di tanti artisti famosi, da Duccio da Buoninsegna a Simone Martini, ai Lorenzetti, a Gianna Nannini…
Alla fine , io me ne vado al bar “Amici di Farinata” e fo’ quattro chiacchiere col mio amico Anselmo Rondoni, un vecchio marinaio ancora bellissimo, dritto come un fuso, col cuore rosso da ghibellino ( qui a Siena siamo sempre stati ghibellini, ma ora non si capisce più niente) appena uscito dall’inferno.
Scusa, Anselmo, ma dove sta quest’Arbia colorata in rosso, di cui parla Dante?…
Mah, se vuoi vede’ il torrente, devi andare nel paese Arbia, pochi chilometri da qui…Da noi l’acqua arriva d’inverno, ed è poco più che un rivo. Di questa stagione c’è solo il creto. Ma secondo te perché Dante ha posto Farinata nell’inferno? In fondo è stato lui a salvare Firenze dalla distruzione, quando, dopo il concilio di Empoli, i ghibellini la volevano radere al suolo.

13. La superbia
A parte il fatto – disse Anselmo – che il Farinata si prese le su’ belle (e terribili ) vendette contro parecchie famiglie guelfe , lui sta all’inferno perché ha sempre avuto quel “disdegno” e quel “dispitto” , che significano “superbia”, e tu lo sai che questo è il demone dei grandi spiriti eretici che negano Dio. Farinata era un epicureo , un negatore dell’immortalità dell’anima , e aveva una concezione materialistica ed edonistica della vita, ed ebbe a disdegno “Beatrice, come del resto Guido Cavalcanti, altro grande uomo e supremo ingegno. Anche lui – si presume – farà la stessa fine, ( nella visita di Dante all’Inferno , siamo nella primavera del 1300, Guido ancora non è morto, ma ciò avverrà pochi mesi dopo, in agosto) , perché negatore della fede e della grazia.
Dì, però, anche Dante , in quanto a orgoglio, amor proprio, fierezza e – diciamolo- superbia, non è che fosse da meno degli altri due…
E’ vero, però lui invocò un “Aiuto Divino” , non pensò di potercela fare da solo a uscire dalla “selva oscura” , perché da soli non si va da nessuna parte ( “da me stesso non vegno”) , e la sua invocazione non fu vana. Due angioli custodi gli vennero offerti , Virgilio, simbolo della ragione umana, e Beatrice simbolo della scienza divina , così Dante poté uscire, purificato, dal lungo viaggio nel male che rende degni della contemplazione divina .La salvezza non è solo dell’uomo Dante , ma di tutta l’umanità, questo è il messaggio della Commedia.

14. Gli ultimi giorni
Guido Novello non fa che invitarlo e condurlo per la sua città; ora sono nell’attuale via Zagarelli, alle mura di Ravenna , nella casa detta dei Poletani , dove visse la zia Francesca Polenta, che andò a nozze con Gianciotto Malatesta, ma poi s’innamorò del proprio cognato, Paolo:”Siede terra dove nata fui/ su la marina dove ‘l Po discende/ per aver pace co’ seguaci sui”
Un altro giorno lo porta presso la vasta pineta del Lido di Classe, che Dante citerà in una sua lettera, dove l’armonia della natura e il movimento dolce e armonioso degli alberi, insieme all’ intenso profumo dei fiori , e all’aria che spira dolcemente, la trasfigureranno nella sua poesia nel Santo monte dell’Eden:
Un’aura dolce senza mutamento
avere in se, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave il vento
Ma nell’estate del 1321 , quando Dante ha appena ultimato il Paradiso , e lo ha letto al suo amico Novello e forse ad altri discepoli, ma non ancora pubblicato, avviene un fatto purtroppo frequenti a quei tempi; un conflitto, l’ennesimo, che avveniva in quelle terre di Romagna, ma un po’ in tutte le città d’Italia. A causa di screzi per i dazi , per il sale e la pesca – lungo tutta la costa adriatica era un rosario di ripicche e di ingiurie fra i ravennati e i veneziani , che finivano spesso in atti di violenze e ci scappava anche qualche morto, Il Maggior Consiglio di Venezia dichiara guerra a Ravenna, e immediatamente dopo anche Ordelaffi di Forlì fa lo stesso, e così Guido Novello si trova alle costole due nemici molto più forti di lui. Allora domanda consiglio e aiuto a Dante, per un’ambasceria a Venezia, dove il poeta è stato più volte per conto dei Della Scala.

15. A Venezia
Dante non sta bene, da alcuni giorni si sente debole, ha la febbre. Non è in condizioni di viaggiare, ma non può sottrarsi alla richiesta di aiuto di Novello. Ormai considera Ravenna la sua seconda patria, e Novello lo ha accolto con tutti gli onori e – soprattutto – con affetto. Gli ha fatto gustare il tepore di una casa, ha riunito la sua famiglia ( la moglie Gemma e i suoi tre figli), si è fatto protettore della figlia Antonia, ora suor …Beatrice, sistemandola nel bellissimo convento degli Olivetani, ha favorito il figlio Pietro affinché ottenesse rendite e benefici da due chiese ravennati.
Non può dire di no, anche se il viaggio per arrivare alla laguna è lungo e faticoso, dura circa tre giorni. Dante, febbricitante, si mette in sella e parte. Nel frattempo comincia ad elaborare un piano per arrivare alla pace col minimo delle concessioni e delle pene. Sa che avrà a che fare con astuti e cinici governanti, di niente appassionati, se non di denaro e potere. Arriva a Venezia, che è stremato dalla malaria. Ma non c’è tempo per riposare, le trattative premono, c’è subito la riunione, si scambiano saluti burberi, saettanti rimproveri, pause, attese, il solito andirivieni di mosse diplomatiche. Dante si sente venir meno , è spossato, le sue pupille bruciano, la sua pelle brucia come il fuoco dell’inferno. Il sudore colo copioso. Devo resistere, fare il mio dovere, si dice più volte, ma la vista gli si appanna. Sviene. Lo trasportano in una grande sala, lontano dalle riunioni. Non ci saranno le sue sottigliezze, il suo fascino, la soavità delle sue parole, il districarsi dai nodi più intrecciati.
L’ambasceria ravennate dovrà fare a meno dell’unico in grado di condurre le trattative. Anzi, bisogna far presto a riportarlo a Ravenna, ormai si tratta di ore, forse non ce la farà neppure a tornare dalla sua famiglia. Lo portano a braccia su una barca, è l’alba e la laguna di Venezia ha quel colore verde marcio come gli occhi di una maga , capace di annunciare le fortune e le disgrazie. La barca si stacca dalla banchina e prosegue la navigazione. Dante è travolto dall’angoscia. Con gli occhi semichiusi, vede Malmocco, Palestrina, le vele dei pescherecci di Chioggia , l’argento dei pesci nelle reti e abbandonati cimiteri marini. Non sa se ce la farà a tornare a Ravenna e rivedere i suoi familiari prima di morire.

16. Delirio
A Chioggia Dante è costretto a montare a cavallo; ma è completamente stordito, spossato, non sa neppure lui quale volontà riesca a sostenerlo. Quel viso, quella face riappare nel tempo. Beatrice le appare come un velo sottilissimo, lo copre, lo oscura e improvvisamente lo rialluma. Nell’aria tutto si sface, ora il cavallo va per suo conto in una luce e in una sostanza che non è strada, che non consuma. Dante è immerso in quel viso che non consuma, quel viso umano, di donna, e pure non è solo donna, è come la folgore che scende da una scala , dalla scala del dolore umano, e si fa rivo di mortalità. Ora ne è conscio. Sa che è giunta la sua ora. Sa che morirà. Ma quasi sparita è ora ogni sua angoscia, rifiorisce immortale la sua fragilità trasparente , sa che lei veglierà per sempre su di lui.Scende da cavallo, dorme a Loreo; viene preso a braccia dai due messi ravennati, lo portano sulla chiatta, attraversano le diverse branche del Po, il delta; zattere dove si carica di tutto, uomini e bestie.
Arrivano presso l’abbazia di Pomposa, un fortilizio che i benedettini difendono dalla malaria; con instancabile lena, con fanatismo coltivano orti, piantano alberi, al circondano di verde. Ma la palude intorno ghigna e vince, specie in quel mese di settembre 1321, alle prime fragorose piogge; le piogge, gli stagni, le pozzanghere si stanno riempiendo e i detriti, le melme che il secco dell’estate aveva convertito in polvere, rigonfiano, rifioriscono, le uova maturano, si spaccano i gusci. Le zanzare con le loro nauseanti trombette sono l’esercito di quel regno. Conducono Dante dai frati benedettini.
Dante delira, pensa di essere tornato a Firenze. Oh, il bel San Giovanni, con la sua luce, la sua forza, la sua fedeltà al verbo, ecco che la parola umana si fa divina, quella parola – lui lo sa bene – che lo ha torturato per tanto tempo, gli ha consumato la vista ( è quasi cieco ormai) sui libri, al lume della candela, oh, la parola umana, la sua profonda creaturalità, oh, la lingua dell’uomo, l’attimo primario , il suscitante grido , ciò che è sospirato, ciò che è negato, ciò che è precluso, la sua nominazione e il suo tormento. Oh, città, città lontana, perché ti celi ai miei occhi, e ti fai sempre più lontananza? Ai frati basta dare uno sguardo, per emettere la sentenza: non c’è più nulla da fare, è questione di ore. Oh, Beatrix , Beatrix, sul ponte vecchio abbacinata in un istante di transustanziazione, tu cammini ancora sul mio cuore!

17. Morte
Trasportato su un carro di buoi, Dante attraversa la terra nera di Comacchio che sgusciano fin dentro i rami delle palude, poi la pineta di Ravenna , il verde mormorio dei pini, la purezza delle resine, i freschi canali.il fiume Padenna, ma lui non vede né sente nulla. E’ in deliquio. Se è ancora qui è per tornare a casa, al punto giusto della luce e del morire , né dopo né prima. Se è qui , in questa agonia che non ha fine…, in questo tempo che non è più suo e tuttavia lo intrattiene ancora, il suo occhio è lontano, la sua mente è nel delirio di Firenze, la piccola San martino, lombra della navata di San Pietro Scheraggio, i vicoli notturni sotto la luna, non s’accorge quasi dei familiari riuniti presso il suo letto. Sorride alla figlia suor Beatrice ( così dirà il fratello di lei Pietro) e d’improvviso il suo volto diventa disteso, riprende i tratti giovanili. E’ già arrivato Guido Novello e il frate francescano per l’estrema unzione, Dante ha già dato a suo tempo disposizioni per la sua morte ( la presentiva?). Ghibellini e Guelfi, Neri e Bianchi, quanto tempo gettato via in dispute senza senso? Buttiamo via tutto, mettiamo un sasso dentro la voce, dentro la memoria e andiamo in là verso il nostro cielo , nei suoi buchi di luce, dove qualcuno ci aspetta da lungi, è tanto tempo che sto con le braccia spalancate. Anche lui , in un ultimo gesto, ora tende le sue braccia, e le sue mani non sono più vecchie, e il suo viso è senza rughe, e il buio è finito. Le afferra per un attimo quelle ali di luce, poi ricade sul cuscino e non si muove più…
Non respira più, dice sua figlia suor Beatrice , e inizia a piangere sommessamente, lungamente, si sente l’anima rotta. Gesù, Gesù, Gesù, scendi, vieni a noi.
Si ripete la scena della croce, ogni volta che qualcuno muore, si ripete la scena della croce. E’ la notte tra il 14 e 15 settembre 1321.
Dante è morto.

Roma, 19 luglio 2015 Augusto Benemeglio

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