Le città di Umberto Boccioni


umberto BoccioniA cura di Augusto Benemeglio

1.Reggio Calabria.
L’antica Regium del leggendario Caronda, con il castello Aragonese , le mura greche e le terme romane , dove Umberto Boccioni nasce il 19 ottobre 1882 , alle 17,55, in via Cavour, 41, in una casa che sarà poi devastata dal terremoto. Reggio sarà per lui una città chiaroscuristica , con una larga fasciatura di tono colorato , una città dai contorni grossi che fonde e lega il corpo con l’ambiente , e suddivide le cose in larghi schemi di chiaro e di scuro; Reggio, una magnifica astrazione plastica , una città che non esiste. E infatti sarà completamente distrutta dal terremoto e , poi, quasi interamente ricostruita . Umberto nasce in un tramonto di sangue da genitori romagnoli , di Cattolica, ( il padre è un impiegato di Prefettura) , e dopo soli venti giorni , con papà Raffaele, mamma Cecilia e la sorella maggiore Amelia , va a vivere altrove.

2. Forlì
Ritorna il piccolo Umberto nella terra dei suoi avi, Forlì, la Romagna – il grano, i covoni, le ciliegie , i maiali e poi la Rocca di Rivaldino , il duomo , la piazza e il campanile lombardo, Cesare Borgia , il regno Pontificio, la decadenza. Forlì sarà la “Materia”, la madre adorata , le sue mani intrecciate , appoggiate alle ginocchia, quelle mani che sembrano protendersi e voler uscire dal dipinto. Forlì è la madre futurista , figura generatrice che si espande, si avvita, falcia, morde , afferra lo spazio, uno dei motivi più alti dell’opera figurativa di Boccioni e dell’intera parabola futurista.

3. Genova.
Dopo tre anni la famiglia Boccioni si trasferisce a Genova , la superba, sul mare di fiamme e l’odore dei limoni, con i palazzi signorili , la loggia dei mercanti e il sepolcro dei barbieri e dei chirurghi , la città dal colore luminoso e dall’intonazione sentimentale, la città dei legami di empatia , il porto di tutte le vibrazioni differenziate. Ci rimarrà altri tre anni. In Genova , Umberto forse vedrà la città dai “Volumi orizzontali” , coi suoi schemi curvilinei , che hanno allo stesso tempo un debito spessore plastico (superano i limiti da lui temuti dell’arabesco), una geometria solida, la geometria del curvo , con effetti concreti; Genova sarà per lui la pittura dei suoni, dei rumori, degli odori, dove trionferà la sfera, l’ellisse che turbina , il cono rovesciato, la spirale e tutte le forme dinamiche. Non ci sarà più “l’orizzontale pura, la verticale pura e tutte le linee morte, l’angolo retto e le forme statiche.

4. Padova.
A Padova , Umberto frequenta le prime scuole , i primi studi , i primi pensieri affidati ai quaderni, ai diari , che formeranno , poi , “il taccuino di Padova”, la città dei Veneti , fedelissima a Roma, con la sua piccola borghesia di provincia, con la le sue piazze dei Signori , delle Erbe e della Frutta , il largo del Duomo e la piazza Cavour, gli affreschi di Giotto nella cappella degli Scrovegni. A Padova rimarranno a vivere stabilmente la madre Cecilia e la sorella Amelia , sempre alle prese con i piccoli grandi problemi della lotta economica quotidiana: “Non voglio restare in mezzo a tutti questi piccoli proprietari che ritengono l’essere povero un delitto più che altrove “, annoterà sul suo taccuino Umberto. Sono le sue prime frustrazioni , i primi sospiri d’amore per la bellissima Ines, la ragazza di Bassano , la fanciulla del primo bacio, una fanciulla magra, dai colori chiari, dagli occhi azzurri e dal caratteristico profilo della linea del naso, la donna ritratta numerose volte da Umberto in disegni e dipinti , tra il 1908 e il 1911 ( vds. Romanzo di una Cucitrice , Tre donne, Visioni simultanee). Umberto tornerà spesso a Padova per rivedere sua madre , sua sorella e anche questo suo giovanile “fantasma dell’amore che ci agghiaccia”, che ritroverà poi a Milano. A Padova, Boccioni s’indaga e riscopre la sua vera natura di romantico progressista , come lo definì Calvesi, di uomo moderno pieno di contraddizioni , ancora con uno strascico di ideali romantici , dilacerato, ribelle alla propria timidezza , insofferente dei propri limiti , orgoglioso e cosciente del proprio valore, del proprio destino, del proprio dramma. Padova per Umberto sarà una continua ouverture wagneriana, con il dramma visionario e profetico di un’ umanità votata all’autodistruzione , un’umanità che comincia i suoi primi crolli, le suje prime liquidazioni , che distrugge man mano tutti i valori in cui si credeva a quel tempo ( famiglia, patria, onore) . Umberto rimane aggrappato , come un naufrago , alla zattera dell’arte, suo unico irrinunciabile destino . “Da questa esistenza io uscirò con disprezzo per tutto ciò che non è arte. Nulla è più terribile dell’arte . Tutto ciò che vedo al presente è un gioco di fronte a una buona pennellata, a un verso armonioso, a un giusto accordo…C’è solo l’arte” .

5. Catania.
Ma tutto questo è ancora lontano , Umberto è solo un ragazzo di quindici anni che lascia la città veneta e va a vivere con il padre impiegato di Prefettura ( che stavolta non ha voluto portare con sé la famiglia) , a Catania la cartaginese città distrutta dalla lava dell’Etna nel 1700 e quasi completamente ricostruita . Catania la scacchiera barocca con Sant’Agata, San Nicolò e la riviera dei Ciclopi . Umberto ha quindici anni , studia sodo e si diploma brillantemente all’Istituto Tecnico Sammartino ; ha ambizioni di scrittura , collabora al giornale “Gazzetta della sera” , si inserisce rapidamente nell’ambiente e si forma una larga cerchia di amicizie di giovani intellettuali siciliani e una coscienza di classe ( e il tempo delle lotte dei contadini) , matura la formazione di un’inclinazione , un versante socialista (legge Marx , Bakunin, Engels, Labriola), e non ha ancora diciotto anni. A Catania , Umberto non ha la minima idea dell’arte figurativa , ma da queste memorie forse nasceranno Testa + casa + luce , Fusione di testa e finestra, nel ricordo delle ragazze siciliane nascoste dietro le finestre che occhieggiavano i “carusi” come lui , senza arte né parte, in cerca di se stessi e di un lieto avvenire . Forse lui già sapeva , inconsciamente , che sarebbe venuto il tempo in cui quegli sguardi avrebbero creato nuovi mondi , nuove visioni , il tempo in cui “il quadro non basterà più. La sua immobilità, i suoi mezzi infantili saranno un anacronismo…il tempo in cui l’occhio umano percepirà il colore come emozione in sé”.

6.Roma.
Tutto ciò , idee confuse, sensazioni, aspirazioni , visioni , unitamente a qualche inevitabile raccomandazione tutta meridionale , si porterà come bagaglio presso Roma, la città eterna , dove si reca per diventare giornalista e scrittore . Una sera d’estate , al Pincio, col cielo dalla fronte rosa, la banda e la musica di Wagner , incontra Gino Severini, il cortonese , colui che gli avrebbe poi fatto conoscere a Parigi Apollinaire , Picasso, Gris e Braque. “Cosa fa lei domani?” , gli chiede . “Vado a dipingere il ponte Nomentano” , dice Gino. “Ah, bene. Se permette, vengo anch’io” , fa lui che aveva cominciato appena a disegnare qualcosa , ma non aveva mai toccato i pennelli e i colori. Poi , insieme a Severini , Sironi , Costantini frequenterà lo studio di Balla, il suo primo vero maestro; a Roma , dove avrà una sporadica collaborazione con il periodico umoristico “Fanfulla” , fa una vita da bohémien , artistica vivace e divertente , ma sempre senza “palanche” in tasca , ospite presso la zia Colomba Boccioni Procida . Non diventerà giornalista , ma terrà la sua prima mostra di pittura , la mostra dei “rifiutati”, dove esibisce un repertorio ricco di tessiture luminose , un robusto plasticismo impostato su un libero uso di differenziate campiture divisionistiche , con chiaro riferimento alla pittura del Balla, uno che “vedeva il soggetto dove altri vedono il nulla… Fu per me una grande fortuna incontrare un tale uomo, la cui direzione decise forse tutta la mia carriera. Fu lui a farci conoscere gli impressionisti francesi, i padri dell’arte moderna , i veri iniziatori del grande distacco dal passato . Con gli impressionisti le pietre, le piante , gli animali cominciano a cambiar forma e soprattutto colore, con loro si perde la profondità, ma si conquista un nuovo corpo, l’atmosfera. E , soprattutto , ci fece conoscere il Pointillisme di Seaurat , Signac , Pisarro, con il quale ultimo Balla aveva qualche analogia. Fu sempre lui a farci conoscere la grandezza di Giovanni Segantini , Pellizza da Volpedo, Gaetano Previati , i pittori italiani, che elaborarono un’interpretazione originale per poetica e strumentazione espressiva del divisionismo francese. Intanto a Roma si è trasferito anche il padre, Raffaele, che si innamora della bella e procace servetta della sorella , il che determinerà , di lì a poco, la definitiva rottura e separazione dalla moglie Cecilia. Per Umberto sarà un trauma terribile , ma non interromperà i rapporti con il padre, a differenza della sorella. Anzi, sarà proprio il padre a fargli conoscere Mataloni, noto illustratore e cartellonista, perché lo introduca in tale direzione, una professione molto remunerativa. Ma Boccioni , ormai ventenne, ha deciso che farà il pittore, l’artista, e insieme a Severini e Sironi frequenta tutte le scuole e i corsi possibili, finché si imbatte in Giacomo Balla , da poco tempo tornato da Parigi. , tutto penetrato di quelle atmosfere , di quell’arte innovativa, che trasmette ai suoi allievi. Da quel momento , Boccioni non fa che sognare Parigi.

7 Parigi
E a Parigi Boccioni si recherà diverse volte , la prima volta nell’aprile 1906 ( in aprile , il mese più crudele, nascono tutti i grandi amori e gli addii ) , va abitare insieme a Sironi sulla riva sinistra della Senna, nel quartiere latino. Di Parigi Boccioni elenca tutti i cabaret , i ritrovi, i bordelli , si reca al Moulin de la Galette , per potervi dipingere un quadro alla Toulose Lautrec , osserva le danze sfrenate e sensuali, il movimento dinamizzato della città , espressione di un nuovo modo di relazionarsi sociale . A Parigi studia dal vero un cavallo da traino in riposo , decine e decine di disegni , forza, esplosione, colore , mistero, intensità, macerie, musica dissonante, libertà, tormento e incanto . A Parigi conosce la facoltosa signora Augusta Petrovna Popova, moglie di un funzionario dell’ambasciata russa , Berdinicov ( “La cara signora che mi aiuta a non fare del commercio e a poter studiare”) con la quale avrà un lungo sodalizio sentimentale da cui nascerà un figlio , Pietro Berdnicoff , che lui non vedrà mai, e che alla fine si ritroverà senza il padre naturale (Boccioni morirà nel 1916) e la madre ( Augusta morirà quattro anni dopo) . A Parigi farà le sue prime mostre da futurista e si scontrerà con il surrealista Apollinaire, che dirà a chiare note essere la sua pittura sotto l’ascendente del “cubista” Picasso , “l’artista che oggi domina tutta la nuova pittura, e non soltanto a Parigi ma nel mondo intero…aggiungendo con ironia che l’arte futurista “ fa sorridere un poco , qui a Parigi…”

8.San Pietroburgo.
Con la giovane e bella aristocratica Augusta Popoff , e il di lei marito Berdnicov , Umberto si recherà in Russia, “cavalier pittor servente” , per eseguire dei ritratti. Cinquemila chilometri attraverso la Francia, il Belgio, la Germania , la Polonia , e finalmente la Russia della prima sanguinosa rivoluzione del 1905 , un viaggio travagliato in cui il pittore rischia la vita prima di arrivare nella steppa, in posa davanti a una capanna di pastori calmucchi . Rimane di quel tempo il ritratto di Sofia Popova, la madre di Augusta , una luminosità accesa .timbrata sui colori complementari , e la stesura divisionista che anima di vibrazioni cromatiche le superfici materiche delle stoffe , delle pareti, degli oggetti , nel controluce che irradia e pone in stretta ed espressiva relazione figura e ambiente”.E poi l’ultima sosta a San Pietroburgo, la finestra sull’europa , l’Ermitage, le madonne di Leonardo e Raffaello , dove è ospite di un professore universitario parente di Augusta e viene introdotto negli ambienti culturali e artistici della città. “Qui a ottobre nevica già e i canali si ghiacciano. Il tram elettrico corre sull’acqua ghiacciata della Neva , il fiume grande, immenso, allo sbocco del quale sta Pietroburgo…”

9.Venezia.
Torna a Padova dalle sue amate donne , la madre, la sorella e Ines,le sue muse quotidiane che verranno successivamente ritratte nelle “Tre donne” , immerse in un vibrante pulviscolo atmosferico , una luce che trasfigura la loro corporeità, quasi un processo di smaterializzazione che si compie nel passaggio dalla solidità della madre alla figura fluente di Amelia alla più eterea e distante di Ines (modella-amante), ma è insofferente , non riesce a progredire in nulla , la sua arte ne soffre. “Le solite linee mi stancano, mi nauseano, sono stufo di campi e casette, il bosco, i visi rossi e forti , le membra dei lavoratori, i cavalli stanchi, ecc. tutto questo emporio di sentimentalismo moderno mi ha stancato, anzi tutta l’arte moderna mi pare vecchio . Voglio del nuovo espressivo , del formidabile …. Cerco, cerco, cerco e non trovo. Sento che voglio dipingere il nuovo , il frutto del nostro tempo industriale. Sono nauseato di vecchi muri, di vecchi palazzi , di vecchi motivi di reminiscenze : voglio avere sott’occhio la vita d’oggi…Sogno di dare ai miei quadri la forza suscitatrice della musica. Accennare con la forma ai voli dell’anima… Nell’aprile del 1907 è a Venezia dove si iscrive alla Scuola libera del Nudo all’Accademia delle Belle Arti , ed è qui che si concreta il distacco dall’eredità di Balla. E’ qui , nella città dei Dogi , dove i ponti si reggono ad un filo di luce , che Boccioni carica la sua pennellata di emozionalità , di venature che rivelano una sensibilità espressionista : le reti di luci e di intensità colorate che egli intreccia, conserva traccia dei nostri legami empatici con l’ambiente , si annuncia la pittura degli stati d’animo , il potenziale simbolico intuito nella vibrazione luminosa del Balla , che troverà nell’esempio della pittura di Gaetano Previati , un termine essenziale di espansione, di cui ammira le opere nella Sala del Sogno alla Biennale di quell’anno , dove il maestro ferrarese esponeva il grandioso trittico “Il giorno” . Aveva già apprezzato le sue opere e quelle di Segantini nel mese scorso, a Parigi , nella Galleria d’Arte di Alberto Grubicy . Era rimasto incantato, affascinato dal risultato qualitativo , quell’uso della spezzatura del colore e della materia filamentosa lo impressionò molto. Desidera incontrarlo, parlarci, confrontarsi, ad ogni costo. E lo farà di lì a poco, recandosi a Milano, dove vivrà la sua più intensa stagione artistica e umana.

10.Milano.
Nel 1907, Boccioni è a Milano, dove nel frattempo si sono trasferite la madre e la sorella, e anche Ines, la sua modella-amante. Intanto va a Monaco, dove sosta una settimana e visita la mostra dei secessionisti , va a vedere le opere dei maestri nella Alte Pinakotehek (in particolare Durer , Segantini e Blocklin ) e ne rimane intensamente attratto, affascinato. A Milano ,sotto la nuova torre del Filarete , riflette sulla sua arte, ma anche sul lavoro concreto nel campo dell’illustrazione. Tra il Broletto vecchio e la galleria Vittorio Emanuele II, ritrova Ines , – “Che modella straordinaria – scrive sul suo taccuino – , ogni movimento suscita un quadro . E’ una continua armonia di linee. Sembra una figura le cui linee che la compongono non debbano finire mai”- e la immortale nel Romanzo di una cucitrice , dove risulta evidente la sua rinnovata tecnica del divisionismo e il tributo a Previati ,un tema che resterà nodale nella propria poetica: il rapporto relazionale tra figura e ambiente , tra interno ed esterno , e il gioco della luce che si concentra sul personaggio. A Milano Boccioni completa la sua formazione e la sua maturazione , a Milano avverrà la sua esplosione artistica che ne farà uno dei padri del futurismo delle arti figurative. Incontra Gaetano Previati (“Con lui le forme cominciano a parlare come musica, i corpi aspirano a farsi atmosfera , spirito , e il soggetto è già pronto a trasformarsi in ‘stato d’animo’. E con le forme musicali , con i volumi spirituali e con il soggetto , stato d’animo, sono arrivato al nucleo centrale della pittura futurista”). Carrà, Russolo, e, infine , Marinetti. “ Chi avrebbe mai potuto supporre che da quell’incontro sarebbero nate poi tante cose? – annota Carrà. “ Nessuno di noi aveva la più lontana percezione di quello che sarebbe accaduto.” Milano è la scultura, la vera meta del futurismo, ritorna il tema del Cavallo e del Cavaliere , un tema antiquato e retorico che Boccioni fa diventare nuovo, progressista, con superfici rotanti, iperboli, parabole, ellissi, anse gorghi mulinelli che plasmano, che cagliano che solidificano lo spazio delle onde elettromagnetiche o della pulsazioni della vita organica .E’ il passo decisivo verso la concretezza spaziale .

11. Verona
Verona, città ortogonale , scacchiera nell’ansa dell’Adige, la città del mito dell’amore eterno, Giulietta e Romeo, delle più belle piazze d’Italia , di San Zeno e Santa Liberata , di Can Grande della Scala e del Veronese , di Adelchi, Alboino e Salgari , che descriverà il 15 aprile 1890 , per il giornale locale , il Wild West Show, il circo fantastico di Buffalo Bill , che aveva sposato una’italo americana di origine veronese ,Luisa Federici . La fatal Verona, la città in cui morì Umberto Boccioni , per una caduta di cavallo, a 34 anni , venti giorni dopo essere stato richiamato alle armi . La mattina del 24 luglio 1916 , a Milano , gli avevano detto, ”Devi raggiungere il Chievo, che è poco fuori Verona . Là è di stanza il 29° Reggimento d’Artiglieria da Campagna, al quale sei stato assegnato. Al Chievo, una manciata di case in riva all’Adige, un sobborgo ai limiti d’un territorio vasto, in gran parte pianeggiante, prescelto per le manovre del Reggimento, la sua cavalla Vermiglia , per un incontro fortuito con un autocarro al passaggio a livello, imbizzarrisce, scarta, lo disarciona, lui batte la testa violentemente contro i sassi della strada , sviene e rimane impigliato con un piede nella staffa. «Perché non andiamo tutti insieme a fare un giro a cavallo?” , lo avevano invitato i signori Ufficiali, sapendo chi era. E lui aveva chiesto il permesso al Sergente Piovarolo, che gliela aveva concesso, ma in disparte aveva detto agli Ufficiali, l’artigliere Boccioni monta da poco. Non sa cavalcare. Vi prego di stargli al fianco.” Ma quando Vermiglia lo disarciona non c’è nessuno di loro . Chissà quante ore rimane il povero Boccioni con il piede sinistro imprigionato nella staffa! Vermiglia , la metafora rossa del cavallo gigantesco de «La città sale», il cavallo simbolo di progresso , di crescita urbana ed economica , vortice di movimento e luce , resa dinamica di un’emozione, sequenza di lampi , uno dei primi quadri-simbolo del futurismo , aveva posto fine , involontariamente, alla sua esistenza , ma il fatto è che lui – avrebbe detto Apollinaire con uno spietato cinismo “’c’est un chevalier novice’. Lo trova una contadina che lavora in un campo , vede Vermiglia, scorge il corpo in grigioverde, inerte, che la cavalla trascina, accorre e chiama i famigliari. Lo adagiano sul ciglio della strada. Poi, con un’automobile, lo trasportano all’Ospedale Militare di Verona. Ma è troppo tardi.
Muore mentre si spande il primo chiarore del giorno nuovo: il 17 agosto 1916. E pensare che a Verona viveva Amelia Boccioni , con Guido Callegari , suo marito. “Che fortuna , – aveva detto all’amico Carlo Carrà , con cui si era arruolato insieme ad altri futuristi l’anno prima nel Battaglione dei Volontari Ciclisti, – potrò andare qualche volta a casa di mia sorella, e ne sarà felice nostra madre. «Lo vedo ancora là sulla strada – dirà Carrà ricordando l’amico- , al margine di un isolotto di luce elettrica, fra larghe ombre sdraiate a lui d’intorno, nella immensità della notte. Mi parlava delle ore prime della nostra fraternità, quando la sera, a lavoro finito, ci si rimescolava l’anima nei problemi estetici. Si sentiva entrambi che c’eravamo negli ultimi tempi troppo tormentati; e avremmo voluto scaricare tutto il tenero che ci gonfiava di commozione in quella sua vigilia di partenza…» C’erano tanti altri amici futuristi sotto le armi a Verona, come Russolo . E poi Erba, e Sant\’Elia, decorato da pochi giorni della Medaglia d’Argento. Erano tutti ufficiali. Lui no. E’ semplice artigliere. Ma lui, che era stato uno dei fondatori del futurismo, uno dei più accaniti sostenitori, era ancora futurista? , le sue ultime opere sembravano una vera e propria abiura al futurismo, la sua idea sulla guerra era radicalmente mutata. Palazzeschi , che gli fu amico fino al “prodigio della confidenza” dice che Boccioni non rinnegò se stesso, né la sua pittura ; la sua stessa natura gli avrebbe impedito di farlo. La sua ambizione era di fare la storia mediante un lavoro prodigioso di scoperta, e questa scoperta per lui non aveva limiti. Con quelle sue ultime opere , con quella pittura di marca cezanniana non poteva arrivare da nessuna parte , forse voleva tornare alla propria origine impressionista per costruire un trampolino di lancio e attingere nuova lena per una più audace e sicura conquista. Aveva detto in precedenza , “Non si può reagire contro la fugacità dell’impressionismo se non superandolo. Piuttosto che tornare indietro siamo pronti a distruggere tutto e a rifare agli angoli dei sobborghi le barricate impressioniste”. L’incontentabilità e l’implacabilità del suo spirito sinceramente rivoluzionario non gli concedevano soste o tregua , detestava l’aurea mediocrità, considerava il mediocre peggio ancora del cattivo, e una comoda posizione da pensionato la riteneva addirittura vergognosa. In guerra vuole essere uno dei tanti , un semplice artigliere e non accetta favoritismi. Poco prima di morire aveva scritto all’amico Vico Baer, “Mi hanno chiamato al Comando per mettermi “per deferenza” , come mi han detto, negli uffici. Ho cortesemente rifiutato dichiarando di voler fare il mio dovere in batteria. Anzi ho detto che per il prossimo sorteggio per i bombardieri (qui tutti hanno il terrore di questo sorteggio) tengano nota di me. Mi dissero con gentile premura di… non forzare il mio destino. E quello stesso giorno, mercoledì 16 agosto , del fatale incidente a cavallo aveva scritto una cartolina a Margherita Sarfatti, uno dei suoi tempestosi amori che non duravano mai molto (“Sensuale, al suo calore rispondeva facilmente la simpatia delle donne, ma erano quasi tutti amori brevi, la fiamma si spegneva presto e il tepore della cenere calda gli appariva intollerabile”, scrive Palazzaschi) , dicendole che grazie ai suoi superiori , che erano di “una estrema cortesia” , lui era “sempre a cavallo” , e ciò lo rendeva felice. Ed ecco che lo vediamo in una vecchia foto in groppa al cavallo da tiro sellato , è un sogno che Boccioni aveva accarezzato lungamente e finora invano nella vita, non soltanto quando andava con Marinetti all’ippodromo milanese a studiarvi il dinamismo dei cavalli in corsa, non soltanto quando, agl’inizi, si esercitava disegnandone l’anatomia, ma da sempre , da quando era bambino e subiva il fascino del cavallo, che era forza, energia, moto, impeto, bellezza, mistero, sogno .” Nessuno lo può fermare”. Anche Vermiglia non si era potuta fermare , in quel punto in cui la strada incrocia la ferrovia, con le sbarre alzate, il passaggio a livello, la curva , il fracasso, i clacson , i cantieri lontani , i fari di un autocarro , il “progresso” da lui descritto nel suo grande quadro nel Museum of Modern Art Simon Guggenheim Fund di New York , quasi una profezia. La cavalla si spaventa, scarta, si blocca, avanza, scarta ancora. Lui stringe la presa delle sue gambe ,preme con gli speroni contro fianchi della giumenta, ma non c’è niente che possa fermarla ; Vermiglia s’impenna e lo disarciona, batte violentemente la testa, ma troveranno altre ferite gravi anche al petto. Ma prima di morire aveva scritto nel suo taccuino che l\’arte e la guerra appartengono a differenti sfere del sentire e dell’agire umani , devono rimaner distinte: nel senso che «l’arte è sempre al di sopra , e la guerra non la tocca».

Augusto Benemeglio

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