L’avvocato Stevenson e le isole Samoa


Robert Louis StevensonA cura di Augusto Benemeglio

1. Costruttore di fari

Robert Louis Stevenson nasce a Edimburgo il 13 novembre 1850 in un quartiere residenziale abitato da un prospero ceto di professionisti. Vive tutta la sua infanzia e gran parte dell’ adolescenza in preda a malesseri di vario genere, stati febbrili e tossi indomabili . Praticamente inesistenti i suoi contatti con il mondo esterno, tranne una parentesi di scuola pubblica assai traumatica. Studia in casa, sotto la guida di un tutore. Ma a partire dai quattordici anni, Robert passa quasi tutte l’estati nella parrocchia del nonno materno , che è un pastore anglicano.
La zona si trova in campagna , alle pendici dei monti Pentland , un mondo completamente diverso da quello della città . Robert ha modo di frequentare altri giovani, impara a cavalcare e a familiarizzare con la cultura folkloristica scozzese. E comincia a fantasticare sulle proprie origini e le gesta di famiglia, fino ad immaginarla venuta in Scozia coi Vichinghi, o discendente dai Picti, guerrieri scozzesi che combattevano nudi. Ma la figura che lo affascina più di tutti è quella del nonno paterno , un grande costruttore di fari. Ne aveva edificati trentatre nei desolati mari del Nord, in regioni inaccessibili. Il nonno era un genio delle’ingegneria , aveva disegnato ponti, scavato porti e canali, inventato una nuova forma di binari, immaginato strade sul mare, esplorato le coste più sconosciute e selvagge.

2. La disobbedienza

Anche il padre di Robert era un ingegnere dei fari e fanali, ne costruì ben ventisette, ma non aveva la statura grandiosa e austera del nonno. Era un uomo frustrato , perché avrebbe voluto fare lo scrittore e non l’ingegnere, ma suo padre lo aveva costretto a lasciar perdere la letteratura , una cosa assolutamente inutile e noiosa. Così se ne stava a guardare per ore e ore le onde degli oceani per misurarne l’intensità, la forza, il ritmo e studiarne con minuziosa attenzione il momento in cui si spezzavano sulla riva in modi sempre diversi. In quelle onde spezzate vedeva un po’ il senso della sua esistenza . “Anche tu costruirai fari, porti, dighe e segnali marittimi “, disse al figlioletto. Ma il giovane Robert, pieno di fantasie e di talento immaginativo , sempre malaticcio, in preda a raffreddori che degeneravano in affezioni polmonari , disordini gastrici , asccessi improvvisi e inesplicabili di febbre e tutte le varietà possibili e immaginarie di malattie infantili , la pensava assai diversamente. E tuttavia per molti anni non ebbe il coraggio di dirglielo, ma nell’aprile del 1871, quando aveva ormai ventuno anni , alla fine di una passeggiata sulle rive del Firth of Forth , dove avevano conversato amabilmente sulla possibilità che i cani avessero l’anima ( e pare che fossero entrambi d’accordo , sì, convenivano , i cani avevano l’anima) , con voce tremante , disse al padre : “ Signore , io non voglio fare l’ingegnere”
Thomas ci rimase di sasso. Lui aveva sacrificato tutto per obbedire al padre , ora era lecito sperare che suo figlio facesse altrettanto, ripetesse il sacrificio e diventasse così suo successore, in modo che la dinastia dei Stevenson legasse il proprio nome all’impresa eroica e austera di costruttori di fari nei mari del nord. Invece… non gli disse nulla, se non: “E allora che cosa vuoi fare, Robert?” . Il figlio disse che avrebbe fatto l’avvocato, ma non era certamente quello che desiderava : “Io vorrei tanto viaggiare per il mondo, signore” , disse. Il padre si ritirò nella propria stanza e pianse amaramente : “ E’ la sventura più pesante che mi sia mai capitata”, disse alla moglie. E qualche tempo dopo fece una scenata violenta nei confronti del figlio, che , a differenza di lui , era un credente piuttosto tiepido : “ Tu, orribile ateo, hai fatto della mia vita un fallimento…Non mi resta più niente , avrei mille volte preferito vederti in una tomba….” La vita in casa Stevenson fu un inferno.

3. Leggero e senza cuore

E Robert si sentiva colpevole di aver procurato l’infelicità alle sole due persone che amava, il padre e la madre. Annotò sul suo diario: “ Perfino la calma della vita quotidiana è fragile come il vetro: una specie di tremito anima tutte le cose, viviamo in un universo di una segreta amarezza”. E più tardi scrisse: “ Mi hanno sempre accusato di essere leggero, e senza cuore. Ma ciò è una cosa eccellente: se non avessi il cuore leggero, morirei”. La salvezza per lui era la fuga, cercava di stare in casa il meno possibile. “ Non devi sentirti ferita dalle mie assenze”, diceva alla madre. “ Devi sapere che sarò più o meno nomade , sino alla fine dei miei giorni. Niente bagaglio, ecco il segreto dell’esistenza”. In attesa della “ fuga” se ne andava , con quel suo corpo così magro e fragile , quel viso così gracile ed emaciato , nei bar malfamati , “L’elefante verde”, “Il gaio giapponese”, “L’occhio che brilla”, dove incontrava tutta la feccia della creazione, ladri, miserabili, marinai ubriachi , prostitute, mendicanti, personaggi che avrebbe trasferito nei suoi romanzi. Tutti rimanevano affascinati da quel suo viso lungo ed emaciato, dal suo sguardo dolce, caloroso, penetrante, da quella straordinaria energia che irradiava da un corpo estremamente fragile. Lui era amabile con tutti, aveva una curiosità insaziabile, un bisogno quasi morboso di gettarsi nel piacere del vivere, sentiva una sorta di ebbrezza panica, un abbraccio cosmico, impetuoso , possessivo con la natura e il mondo.

4.Fanny

Robert Stevenson lasciò Edimburgo l’11 novembre 1873 , aveva 23 anni e , nonostante tutto, ( la situazione in famiglia e le sue sortite nei bar malfamati) era riuscito a laurearisi in Legge col massimo dei voti. In seguito farà anche due anni di pratica legale e conseguirà anche il titolo di procuratore , ma in realtà l’avvocato non lo farà mai, eccetto sul finire della sua breve esistenza.
A Parigi , tre anni dopo , in un albergo di Grez , incontra Fanny Vandegrift Osborne , che così descrive:“Bruna come una gitana/ agile ocme una lepre/ colore d’oro e d’arancio,/il petto e la mano/ un giglio tigrato, fiorito / nel letto/ Tigre e giglio tigrato/ doppia,/ donna nel corpo, / uomo nel cuore/ coraggiosa e tenera,/ dolce e altera…”
Fanny aveva dieci anni più di lui , era divorziata e aveva tre figli . In passato, ai tempi della “febbre dell’oro” , aveva attraversato da sola l’America , aveva sparato con la Colt e il Winchester , giocato d’azzardo, fatto la sarta e ora era venuta in Francia per studiare la pittura. Era appassionata, energica, astuta, disperata , piena di mille talenti e con il genio , dirà Stevenson, di estrarre “dai raggi del sole la tenebre dell’ eclisse”. Robert se ne innnamorò subito perdutamente e , dopo varie peripezie, la sposò il 19 maggio 1980; lui aveva trent’anni giusti, lei quaranta. Il suo primogenito , Lloyd , aveva vent’anni e sarà , più che un figlio , un fratello per Robert, un compagno di giochi, la sua ombra.
Stevenson , con la sua Fanny “ colore del miele ” , torna in Scozia e si rappacifica con i genitori.

5. L’isola del tesoro

Ma ad Edimburgo rimarranno pochi mesi , causa una tubercolosi incipiente che costringe Robert a vivere in luoghi più salubri, ( Davos , la Francia meridionale, ecc.) , finchè, nell’estate del 1884 , il padre gli regala una casa sulla Manica , dove lo scrittore vivrà , con la moglie, il figliastro e i genitori per un certo numero di anni. Suo padre l’aveva perdonato , ma non capì mai la grandezza del figlio , che nel frattempo era diventato uno scrittore affermato grazie soprattutto al suo romanzo più popolare , “ L’isola del tesoro” . Lo considerò sempre un bambino che si divertiva a raccontare storie, non certo un letterato. In effetti il famoso libro che allieterà decine e decine di generazioni a venire , era nato per gioco, con la mappa del tesoro, che Stevenson aveva disegnato e poi dipinto insieme al figliastro Lloyd ,ingegnandosi di trovar nomi e i porti che colpissero la loro immaginazione. Quella carta era stata la materializzazione topografica di un sogno. Da lì erano sorti , all’improvviso, tutti i personaggi del libro , le loro facce bruciate dal sole e le storie di mare , l’aria marine, le burrasche, le avventure, i caldi e i geli, le golette , i pirati abbandonati, i bucanieri, le isole, l’oro sepolto nell’isola , tutte storie che facevano parte della sua infanzia e del suo patrimonio famigliare, e ora diventavano un qualcosa di palpitante e vivo, un libro che Stevenson scrisse di getto, con un deliziato inesausto piacere: la penna correva rapida e felice sulla pagina bianca, un capitolo al giorno, trascinata dal ritmo veloce dell’avventura…Era stato un successo strepitoso ed ora gli editori lo sollecitavano a scrivere ancora altri libri del genere.. Stevenson invece aveva appena finito di leggere “Delitto e Castigo” di Dostoevsky e ne era rimasto fortemente scosso. “ E’ di gran lunga il più gran libro che abbia letto da dieci anni…Mi ha quasi ucciso. E’ stato per me come una malattia”….E purtroppo la malattia l’aveva addosso , con incubi ,tosse, emorragia, tenia, influenze , raffreddori, bronchiti, mal di schienza, sciatiche. Per settimane non poteva parlare ad alta voce e comunicava con pezzi di carta…e tuttavia scriveva sette otto ore al giorno, finchè l’8 maggio 1887 muore il padre e Robert decide di lasciare definitivamente l’Inghilterra e s’imbarca con tutta la famiglia , compresa la madre , per gli Stati Uniti.

6. Samoa

Ma subito dopo darà libero impulso al suo antico desiderio di viaggiare. Ed eccolo nell’Oceano Pacifico visitare l’Australia, le isole, i coralli, le palme, conoscere e fare amicizia con i re indigeni; eccolo infine stabilirsi alle isole Samoa, dove trova il paradiso che cercava da anni. Questo è il suo ultimo viaggio. Si fa costruire una casa nell’isolotto di Upolu e lì rimane per tutto il resto dei suoi giorni , dove conduce una vita assolutamente tranquilla , serena e pacifica , circondato dal rispetto e dall’amore degli indigeni , che difende a
più riprese , ( indossando anche, quando occorre, la tanto detestata toga da avvocato,) dalle angherie e prepotenze dei “bianchi”. In quest’isola da sempre sognata , Robert Louis Stevenson muore la sera del 3 dicembre 1894 , a soli 44 anni, non di lenta consuzione , come aveva temuto, ma per un’ improvvisa emorragia cerebrale . Viene vestito con una camicia di lino bianco e i calzoni neri, cinti alla vita da una sciarpa di seta blu ; ha una cravatta bianca e scarpe di vernice nero. Sembra che vada ad una festa da ballo , mentre centinaia e centinaia di indigeni seguono la spoglia intonando i loro canti funebri; la sua salma viene trasportata sulla cima del monte Vaea, lì viene scavata la fossa e incisa su legno la poesia che egli aveva dettato per sé quindici anni prima:
Egli riposa qui dove bramava di riposare;
Dal mare è tornato alla sua casa il marinaio
Dalle colline è tornato il cacciatore.
Era un virtuoso della penna , col quel suo stile chiaro , preciso , nervoso . Aveva scritto un po’ di tutto: una raccolta di articoli filosofici e letterari dal titolo Virginibus Puerisque , le novelle di “Le nuove notti arabe” e poi i libri più conosciuti, “La freccia nera”, “L’isola del tesoro” e altre storie di deliri, di accesa fantasia , di sdoppiamento della personalità , con potente valore
allegorico e simbolico , vedi “Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde” ; aveva magistralmente rappresentato il tema della fatale attrazione del male ( “Il Signore di Ballantrae” ) .

7. Una tomba piena di fiori

Nelle Samoa sull’Isolotto di Upolu, dove ogni tanto indossa la tanto desterstata toga per difendere gli indigeni che lo amano e lo rispettano e lo trattano come uno di loro.
Indagando in sé stesso , alla fine aveva scoperto che ciò conta veramente è l’esigenza di evasione dal quotidiano, dalla routine, dalla noia , assecondando l’istinto e la fantasia contrapposta ad una sana realistica visione etica e morale della vita. In ciò c’era molto virtuosismo espressivo e molta reazione alla società perbenista e ipocrita del suo tempo , che aveva da sempre detestato e in cui si era rifiutato di vivere Mentre il bisogno di evasione alla fine si esplica in una forma mitico-simbolica e si concretizza con il suo andare a vivere ( felicemente) in un isolotto delle Samoa , tra gente semplice e innocente , buona, come lo era l’umanità all’inizio della creazione. Qui per anni la sua tomba sarà sommersa di fiori e di canti, fin quando verranno i suoi connazionali inglesi – che in vita lo avevano tenuto per un originale , un tipo strambo e non ne avevano assolutamente capito la grandezza – e porteranno in patria le sue spoglie . Qui Stevenson sarà celebrato , postumo, con tutti gli onori che meritava per aver donato alla letteratura inglese e al mondo la sua arte mirabile e straordinaria.

Roma, 28.1.2013 Augusto Benemeglio

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