L’amante del duce


A cura di Augusto Benemeglio

1.Una nube profumata
Tutto ebbe inizio in aprile, con le ginestre e le valeriane selvatiche che fiorivano come in un giardino sul ciglio della via del mare, che da Roma conduce ad Ostia.
Era il 24 aprile 1932 e Claretta aveva vent’anni, con la testa piena di riccioli e fatui sogni d’amore. Seguiva, fin da bambina, sui giornali, le imprese gloriose, l’irresistibile escalation del duce, il suo mito, il suo eroe, di cui conservava, come una reliquia, una foto-simbolo: ritto, le mani sui fianchi , la testa alta, il mascellone volitivo. E quella mattina avvenne come nel film “La rosa purpurea del Cairo” di Woody Allen. Il mito uscì dalla pellicola della fantasia, e divenne realtà, per mostrarsi in carne e ossa alla sua vestale , alla sua romantica adoratrice. Erano entrambi lì , sulla via del mare , su quella strada invasa dalla ginestra bianca , delicata e vaga , che a ciuffi , reclinata, quasi dormiente sull’asfalto sembrava una nube profumata posata in terra.

2. Lei non doveva essere uccisa.
E tutto finì in aprile, su una mulattiera di Giulino Mezzegra, nel comasco, fra due tronchi divisi a fionda di pinastri giovani, incastrata nella pietra grigia, all’ombra di allori e ricurvi aghi bruciati, e rametti, e teste di foglie tagliate, e ingiallite, finì con una sventagliata di mitra, i corpi dei due amanti caddero senza emettere un grido. Era il 28 aprile 1945, e Claretta aveva trentatrè anni, l’età del dramma, della tragedia, della passione, delle grandi imprese, l’età di Gesù Cristo sulla croce, e Claretta ci finì , in croce, ma a testa in giù, presso una stazione di rifornimento di benzina, a piazzale Loreto, città di Milano, “roba da macelleria messicana”, disse Ferruccio Parri. E anche Sandro Pertini, capo storico dei partigiani, ammetterà che “lei no, non doveva essere uccisa, poiché la sua unica colpa era quella di aver amato un uomo.” Ma senza quella morte, Claretta sarebbe stata solo una delle tanti amanti del focoso duce (dalla “pasionaria” russa Angelica Balabanoff, “brutta, buona e sincera”, all’anarchica e stravagante Leda Rafanelli , di sangue musulmano; dall’intellettuale e raffinata ebrea Margherita Sarfatti. “bella , avara e scaltra” alla giunonica trentina Ida Dalser , “l’austriaca”, che gli diede un figlio, Benito Albino, da lui riconosciuto), senza voler considerare tutte le altre donne con cui aveva avuto rapporti sessuali ( pare che ne abbia possedute più di cinquecento).

3. La mia carne non mi permette di essere santo
Con quella morte Claretta riscattò sé stessa dalla banalità di amante clandestina, passatempo profumato, mantenuta , puttana del duce. Divenne un’eroina romantica che sacrifica tutto all’amore eterno in cambio della vita. Diede un senso ai lunghi pomeriggi trascorsi nell’appartamento “Cybo” di palazzo Venezia, destinato solo a lei, in attesa del fugace incontro con lui, ai duetti musicali , entrambi a sviolinare , oppure lui al violino e lei al pianoforte , in cui facevano scempio dei prediletti “ notturni” di Chopin . E poi le lunghe reiterate scene di gelosia di Claretta che innervosivano il Duce-Toro, perché è vero che la tradiva indefessamente, ma solo con il corpo : “La mia carne non mi permette di essere santo” . C’erano stati anche momenti di quiete spirituale in cui ascoltavano le romanze di Verdi Mascagni e Puccini , o leggevano i versi dei loro poeti preferiti, Petrarca e Leopardi ( il gobbo di Recanati era il prediletto del Duce , chi l’avrebbe mai detto?) . E alla fine Claretta gli recitava a memoria la poesia di Elizabeth Barrett Browning : “Ti amo , Ben, con la profondità , con la vastità e l’altezza che l’anima mia può attingere , quando mi sento smarrita oltre i confini dell’essere e della grazia ideale …T’amo con la passione che ponevo un tempo nelle pene e con la fede nella fanciullezza… T’amo col respiro , i sorrisi , le lacrime di tutta la mia vita …e se Dio vorrà t’amerò ancor di più dopo la morte…”

4. Il suo amore non era una buffonata.
“Senza quel finale di partita – dice Mauro Mazza, direttore del TG”, Claretta sarebbe stata una figura storicamente irrilevante , al centro , tutt’al più, di postumi gossip nei salotti romani post-fascisti , così simili peraltro a quelli fascistissimi, dove si discettava ammiccando sulle sue visite in side-car a Palazzo Venezia, o sulla nuova villa dei Petacci sulla Camilluccia troppo lussuosa ( aveva trentadue stanze) per non essere oggetto di pettegolezzi velenosi. E invece no. Quella morte per amore , solo per amore , la fece ingombrante e d’improvviso così grande, costituendo una vergogna per la memorialistica resistenziale ricordare che , insieme al dittatore, fu assassinata una donna senza colpa alcuna” Con quella morte, Claretta aveva dimostrato che il suon amore non era una buffonata e si era presa la rivincita sui gerarchi, che l’avevano sempre detestata , odiata , ritenendola un’intrigante e un’approfittatrice , una sorta di Pompadour in sedicesimo, corresponsabile di molte decisioni sballate del duce, mentre in realtà Mussolini non confidò mai nulla dei segreti di Stato alla propria amante , e le rarissime volte in cui lei intervenne in questioni politiche che non conosceva la zittiva bruscamente dicendole in modo assai poco elegante: “Clara, non dire coglionerie”. Ma secondo alcuni gerarchi e lo stesso Ciano, era Mussolini che era affetto da senescenza precoce, che si era rincoglionito , e la colpa era tutta del malefico influsso dell’amante e della famiglia Petacci in cui il fratello di Claretta, Marcello era un risaputo losco faccendiere. Dello stesso avviso furono alcuni capi partigiani , che la fecero condannare a morte ritenendola “responsabile quanto Mussolini , perché era stata la sua consigliera, aveva ispirato la sua politica per tutti questi anni”, parole di Valerio, alias Walter Audisio , il presunto “giustiziere“ dei due amanti. In definitiva , quelli vissuti dai due amanti così stranamente assortiti , un dittatore e una sorta di fatua collegiale , tutta ciprie e ninnoli, furono tredici anni ridicoli e tragici , squallidi e romantici, teneri e grotteschi. In un’epoca di pragmatismo , in cui era stato bandito ogni dolce stile e men che meno l’amore ideale, l’amore romantico, fu, paradossalmente , lo stesso virile Negatore d’ogni gentilezza , che prendeva le donne brutalmente come i galli prendono le galline, senza nemmeno togliersi gli stivali, a farlo rifiorire e – di più – a riviverlo in prima persona. Vediamo come, riavvolgendo il nastro della loro storia.

5. “Duce, avete letto le mie poesie?
”Claretta si trova sulla via del mare a bordo della limousine Lancia Asturia targata Vaticano, insieme alla madre Giuseppina, alla sorella minore Myriam e al fidanzato Riccardo Federici, quando vede sfrecciare l’Alfa Romeo rossa-Nuvolari del Duce, che è alla guida.“E’ il duce, il duce!” grida infantilmente , e sprona l’autista napoletano Coppola a inseguirla :“Corri , corri, Saverio”. Ma dopo pochi centinaia di metri l’autista rallenta : “Signurì, chillu è ‘o Duce”. Ma un’ora dopo, sulla rotonda di Ostia , a pochi metri dalla battigia , Claretta scorge nuovamente il Duce che , poggiato ad una vecchia balaustra irta di filo spinato, guarda il mare, il “suo” mare , con i canti, le correnti, le sirene , la gioia dell’onda di risacca che viene a lambirlo sulla spiaggia di gusci , radici, asterie, ossi di seppia, macerie. Il cinquantenne Duce è all’apice della sua potenza e tutte le donne delirano per lui , sognano un incontro segreto con lui , ma Claretta se ne è innamorata assai precocemente , a soli otto anni , e fin da allora non aveva fatto che sommergerlo di carte, una marea di lettere, poesie, cartoline, biglietti postali , seguendone , passo su passo, sui giornali ,riviste , cinegiornali , la sua irresistibile ascesa. Claretta custodisce la foto del Duce come una reliquia e la bacia ogni sera prima di addormentarsi. “Nel figlio del fabbro – scrive Roberto Gervaso – tutto il popolo italiano non vedeva solo una ferma guida , ma un insonne demiurgo , un salvatore della Patria , un restauratore d’antiche virtù”. Incurante della guardia del corpo, che la blocca , Claretta , insieme al fidanzato, tenta di avvicinarsi a Mussolini, che fa cenno di lasciarla passare: “ Scusate, Duce, se ci siamo permessi di disturbare, ma è tanta la gioia di vedervi che…” Poi , dopo i convenevoli, Claretta , fattasi più ardita gli dice: “Duce , recentemente vi ho inviato delle poesie. Le avete lette?” Mussolini la guarda negli occhi , d’una malinconica luminosità andalusa, osserva le minuscole orecchie coperte da una selva di cirri bruni e capricciosi , la sua pelle chiara, diafana e lucente , le sottili dita , le unghia laccate , la magnifica dentatura , il naso soavemente affilato, i piedi quasi infantili ( portava scarpe numero trentatrè) , le gambe dritte, l’esile vita, il seno opulento , il suo più rilevante attributo anatomico, e poi – in una figurina così minuta e esile – quella strana voce roca , che si farà sempre più bassa, fino a divenire , col tempo, gutturale. “Sì, mi sembra di averle lette, le vostre poesie , anche se adesso non le ricordo”, mente il Duce e subito dopo congeda i fidanzati. Tutti e due, alla fine di quella giornata d’ aprile , non riusciranno a chiudere occhio. Se per Claretta era comprensibile, per il Duce assai meno.

6. Sì, l’amo questa bambina, e non mi vergogno di gridarlo.
Che cosa aveva trovato quell’uomo potente e temuto , che stava progettando la conquista dell’impero , in quella ragazza della borghesia romana ( era figlia del medico del Vaticano Francesco Saverio Petacci , e di Giuseppina Persichetti) per farlo innamorare come un ragazzino , uno studentello liceale. Insieme , vanno al castello di Gradara , entrano nella stanza di Paolo e Francesca dove sfogliano il “libro galeotto”, passeggiano nelle pinete mano nella mano come due fidanzatini , o si guardano lungamente negli occhi sulla spiaggia di Rimini , alla prima alba rosata , fra le barche e le reti dei pescatori , e lui declama: “Sì, l’amo questa bambina , l’amo , sì, e non mi vergogno di gridarlo…Ti Adoro, piccola Clara, sei la parte più bella della mia vita, sei la mia anima, sei la mia primavera , la mia giovinezza, e ho bisogno di te , ho bisogno del tuo amore fresco , buono, tempestoso , assoluto, prepotente , così come il mio è violento , prepotente, geloso …Ricorda Clara, quello che ti dice un uomo al tramonto della sua vita , nel declino dell’età , sono le frasi più profonde, più intense , io ti amo, e qualunque cosa accada, io ti amo , ti ho amato e ti amerò sempre . Sei l’unica donna che io , nella mia tumultuosa ,, difficile, tormentata vita , abbia veramente e profondamente amato. Sì, io ho amato e amo soltanto te, cara, cara piccola , donatami dal destino e che involontariamente io faccio tanto soffrire”

7. Quel quid che era l’amore
Lettere come questa, che il duce scrisse nei primi anni idilliaci , Claretta le conservò gelosamente , e forse ne fece fare anche delle copie, affidandole, nell’imminenza dell’inevitabile sfacelo , nelle mani sicure della sorella Miryam , che sarà la sua biografa più attendibile, essendo stata testimone di molte vicende dei due amanti, anche se , ovviamente , una biografa schierata. “Qual era il fascino segreto, quel “quid “ inspiegabile che possedeva Claretta e aveva attratto irresistibilmente, ineluttabilmente il duce ?” . Claretta era una bella ragazza , ma non era certamente una miss , non era né colta (aveva fatto modesti studi) , né particolarmente intelligente, quantunque avesse una certa fantasia e una grazia in tutto ciò che faceva ( suonava l’arpa, il violino e il piano, scriveva sonetti, ballate, madrigali, componeva anche canzoni e romanze, aveva la passione per la pittura ), ma se teniamo conto che il duce aveva amato donne di grande personalità come la Balabanoff , e la Sarfatti che in quanto a cultura, stile e intelligenza, gli erano state maestre ( e la Sarfatti era anche bella) , al loro cospetto una come Claretta rimane una figuretta di secondo o terzo piano. Forse quel quid che aveva fatto innamorare il duce come uno scolaretto , fino a renderlo ridicolo ( chiese alla madre di Claretta il permesso di “amarla” , dopo che la ragazza , sposatasi con Federici, si era separata dal marito , ed era quindi di nuovo disponibile . E lui era all’apice della sua potenza e popolarità, e gli sarebbe bastato uno schiocco delle dita per avere ogni cosa) era legato al mistero stesso dell’amore, “ quell’imperscrutabile mistero cosmico che ammalia, esalta, incatena”. Ma non dobbiamo dimenticare – scrive Gervaso – che il duce era un uomo dell’ottocento, e del suo secolo aveva tutte le sfumature romantiche e sentimentali . Claretta, con la sua educazione ottocentesca , annullava il distacco, la differenza di età ( trent’anni) e di mentalità , donandogli quella sensazione magica che si prova quando ti sembra di essere tornato indietro negli anni. Ed ecco una lunga e vorticosa girandola di emozioni e di giovinezzam i lunghi week-end al Terminillo, con Mussolini che sciava da cane ma aveva una vitalità mostruosa, capace di fare chilometri e chilometri senza fermarsi , dice Myriam; e poi i picnic a Castelfusano , o sul mare di Ostia , le gite in motoscafo, le cavalcate sull’Appia, le partite a tennis. Claretta era costantemente in estasi, ma anche il duce.Quanto durò quest’amore? .

8. La gravidanza extrauterina di Claretta
Da parte di Claretta per sempre, oltre la morte, potremo dire, e lo dimostrò immolandosi per lui, che più volte aveva cercato di allontanarla e invitata a mettersi in salvo ,in Spagna, con la propria famiglia, ma lei no, si sentiva ancora la sua fiamma ardente ( anche se Mussolini dopo il 25 luglio era ridotto ormai a cenere) , la sua ispiratrice, la sua salvatrice, come annota nel suo diario: “ Mi sento come mandata da Dio per aiutarlo a difenderlo dalla gentaccia che ha attorno…Io gli sono necessaria perché egli è solo , e tutte l creature umane hanno bisogno di qualche persona che stia loro vicina e con la quale possano parlare, gioire , soffrire”. Per il duce – annota Mazza nel suo profilo del Volume II “ Italiane” edito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma, 2004, e duramente contestato dalle parlamentari di Rifondazione comunista – fu amore vero, negli anni euforici del massimo fulgore per l’Italia mussoliniana , ma la fiamma esaltante durò solo alcuni anni. Pesarono, senza cancellare del tutto il sentimento, le voci sul fratello di lei, spregiudicato faccendiere, e condizionò il comportamento di Mussolini la reiterata richiesta della sua figlia amata, Edda: “Liberati di lei, ti scongiuro!” Ma più di tutto furono gli eventi storici a scegliere per loro. Come per tutti. Lo scenario internazionale che si fa inquieto, a partire dal 1938, la tragedia della guerra, la morte del prediletto figlio Bruno, assorbirono e avvilirono l’animo del duce, e tuttavia, nella fine d’agosto del 1940, in piena guerra, Miryam ricorda Mussolini alla Camilluccia, quando si prospettò un serio pericolo di vita per Claretta, incinta, a causa di una gravidanza extrauterina con minaccia di peritonite. Claretta aveva già perso il bambino frutto del loro amore. “ Non lo dimenticherò mai, se ne stava seduto in un angolo, immobile, con gli occhi sbarrati , che fissavano il vuoto. Non sentiva quello che gli si diceva, e non vedeva neppure mio padre e il professor Noccioli , che si avvicendavano nella stanza dell’ammalata. Sembrava un pezzo di marmo”. “ Lo sai che quel giorno ho pregato per te .E’ stata una cosa strana , ad un certo punto mi sono sorpreso a ripetere Signore . non fatemela morire”. E certo per uno che aveva sfidato Dio anni prima (“ Se Dio c’è lo sfido a fulminarmi entro due minuti” ) era strano davvero. Ma le stranezze e le contraddizioni non sarebbero finite lì. L’anno dopo fu lo stesso Pio XII a chiedere al “diletto figlio” d’interrompere quel rapporto che era ormai divenuto di dominio pubblico, e quindi scandaloso . E il duce stavolta obbedì. Il 20 maggio 1942 scrisse all’amante: “Clara, il sacrificio che chiedo al tuo amore , più che alla tua sensibilità e obbedienza, è grande; ma torno a ripeterti che è necessario per chiarire tutto e riportare persone e cose ed eventi in una tranquilla luce. Un giorno mi ringrazierai di ciò e sarai contenta di questa eclissi di un’abitudine che ti era cara” E si firma ATDB ( a te da Ben).

9. “Gh’è el crapun”
Ma la tragedia è ormai alle porte. Per lei l’umiliazione di essere cacciata dagli uscieri di Palazzo Venezia, per lui le tragiche disavventure belliche e il dramma del 25 luglio 1943, con il Gran Consiglio che lo sfiducia. E le parole di Claretta , come quelle di Calpurnia, che echeggiano dentro di lui: “ Ben, non andare, non ti fidare di loro , e guardati da Badoglio”. E , in rapida sequenza , l’arresto, l’armistizio, la Repubblica di Salò. Anche per Claretta e la sua famiglia c’era stato l’arresto e la prigione nelle fetide celle di Novara. E infine ancora un ricongiungimento, a Salò, in cui il loro amore divenne strumento e quasi ostaggio di guerra. I tedeschi si servirono di Claretta per meglio e più da vicino controllare il duce, conoscerne le intenzioni, spiarne i pensieri, ma anche gli alleati fecero la stessa cosa. C’erano spie prezzolate che portavano la colazione a Claretta, a Villa Fiordaliso. Ma lei non sin prestò a nessun gioco, fu sola di Mussolini, fino all’ultimo istante. E quando i tedeschi lo vollero occultare , portandolo sul loro camion travestito da improbabile caporale tedesco per salvarlo dai partigiani (ma un partigiano lo riconobbe subito durante un ispezione: “Gh’è el crapun”) , Claretta inseguì il camion, lo rincorse, tentò di salirvi attaccandosi con entrambi le mani alla ribaltina posteriore , finchè il calcio del fucile di uno dei soldati le si abbattè sulle dita, obbligandola a mollare la presa. Ma seguitò a correre, barcollando a zig-zag, come colpita da un improvviso malore, e infine cadde a terra, come nella scena di “Roma città aperta” di Rossellini. Anticipò , e forse suggerì , la scena della Magnani, per stare vicino al suo Ben, che raggiungerà comunque il giorno dopo, grazie al partigiano Pedro, alias Pier Bellini delle Stelle , un giovane aristocratico toscano, che la ricorda così: “Era pallida, esausta . Sul viso, provato da mille sofferenze, umiliazioni, disinganni, si coglievano una tristezza immensa e un infinito smarrimento…Cambiai subito parere su di lei. Era una sventurata non un’avventuriera. Era solo una donna innamorata che voleva morire per il suo uomo. La mia vita,- mi disse , – non avrebbe nessuno scopo dopo la sua morte. Morirei ugualmente , solo con minor rapidità e con maggior dolore. Questa è la sola cosa che le chiedo: morire con lui. E lei non potrà negarmelo”.

10.L’ultima notte
Pedro la conduce presso una cascina sita tra il paesino di Azzano e la frazione Bonzanigo , di proprietà di contadini partigiani, i De Maria. Qui ritrova il suo Ben, disfatto, ormai simulacro di sé stesso. I due vengono alloggiati in una camera occupata da un enorme letto matrimoniale sulla cui testiera pende un’oleografia della Madonna di Pompei , e da due pesanti comodini, un paio di sedie, una cassapanca, un attaccapanni , una lampadina con piatto, un treppiedi con catino e una brocca per l’acqua . Lì trascorsero insieme , l’una accanto all’altra, l’ultima notte della loro esistenza, tra il 27 e il 28 aprile 1945. Lei era pronta , forse più dello stesso Mussolini, al sacrificio estremo. Alla sorella Miryam aveva confidato: “ Mi odiano perché lui mi ama. Perché la mia vita è tutta per lui. Non lo abbandonerò mai, qualsiasi cosa avvenga…Fa sì che sia detta finalmente la verità su di me, su lui, sul nostro amore sublime, bellissimo, divino, oltre il tempo, oltre la vita” Non chiusero occhio per tutta la notte. Non si dissero una parola, né fecero un gesto. Stettero accanto l’uno all’altra, vestiti, immobili. Lei forse ricordò la sua prima visita a palazzo Venezia. Tutta la sala intorno a lui brillava – pavimento, mobili scuri, pareti – e si aveva per un attimo l’impressione che dovesse specchiarlo. Ma la figura di lui era grande, sola, unica, nella sala, in mezzo a quei riflessi che non avvenivano. Era lui che rispecchiava la sala , lui . il mito, l’eroe romantico dell’ottocento con la fastosità del novecento che avanza . Ora la sala pareva girargli intorno, come tutte le cose: Se si trovava in mezzo ad una folla, la folla gli rigurgitiva e bolliva intorno; se si trovava in mezzo a un popolo, il popolo gli faceva cerchio, si disponeva a piramide e lo accettava spontaneamente per vertice. Lui era il sole , e lei una farfalla fragilissima, colorata, profumata, che le girava intorno. Ma ecco che lui le si fa incontro, la guarda con quegli occhi neri fondi folli e deliranti. “Stanotte non ho dormito, pensando a voi” In tutta quell’orribile bufera che tutto aveva spazzato via del mito e dell’eroe sostituendolo con l’aguzzino e il sanguinario , era rimasta in lei quella dedizione intensa e sublime , che era l’amore per il suo Ben; a lui forse , dietro lo sguardo spento , era rimasta la tenerezza, l’affetto , la gratitudine per questa donna che gli si era immolata. Dopo la mortale raffica di mitra, un partigiano strappò dal collo di Claretta un ciondolo d’oro. Dietro c’era scritto: “Clara, io sono te e tu sei me. Ben.” Claretta ci aveva sempre creduto, fino in fondo, oltre il tempo, oltre la vita.

Augusto Benemeglio

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