La vita accanto, con Monica Menchi


A cura di Alberto Figliolia

Dopo aver visto La vita accanto alto è il dubbio se cominciare con il trattare il complesso tema della pièce, la sua simbologia, oppure glorificare la superba, superlativa, interpretazione di Monica Menchi, per questo spettacolo e per la performance offerta insignita del Gran Prix del Teatro 2015.
Partiamo allora, in breve, dalla trama. Rebecca è una bambina bruttissima, un monstrum o una Mostra, così brutta da suscitare ripulsa a tutto il mondo esterno, ai suoi stessi genitori – così pare –, sin dalla nascita. Eppure Rebecca ha in sé la bellezza, nella fattispecie quella della musica, dono e talento che la condurrà a trovare, seppur con fatica, la propria strada.
Raccontata in tal modo, parrebbe pure banale… La storia di un riscatto esistenziale, di una rivincita nei confronti del destino maligno o della natura cieca per il merito di una tenacia senza pari e di una predisposizione artistica. In realtà la vicenda è un po’ più ardua…
La vita accanto, tratta dal romanzo di Mariapia Veladiano (pubblicato da Einaudi, vincitore del Premio Calvino e secondo allo Strega 2011) e adattata per il teatro dalla poetessa e drammaturga Maura Del Serra, è un’opera dalle molteplici letture: il disadattamento rispetto alla fruizione più semplicistica della vita; l’accettazione di sé; il discostamento fra interiorità ed esteriorità; l’oscuro pozzo della depressione (di cui è vittima, non identificata oppure, peggio, celata, la madre di Rebecca) simboleggiata dal fiume nero; le difficoltà della crescita; la discrasie di un ambiente bene (con le sue inconfessabilità); lo spettro della diversità, e in senso più ampio, in proiezione sociale – oltre l’orbita più strettamente intimistica, oltre il circuito, talora viziato/vizioso dei rapporti domestici – il concetto d’immagine, un discorso quanto mai attuale se pensiamo alla contemporaneità così imbevuta di apparenza, di vacuo, di vano transeunte (“Bruttezza come metafora, in un’epoca ove l’esposizione e la correzione di visi e corpi sta inesorabilmente distorcendo la percezione di sé e della realtà).
Monica Menchi è sola sulla scena – dall’allestimento minimalista il giusto, ma efficace e lirico – in una prova di magistrale bravura, nella quale interpreta non solo Rebecca ma dà voce a tutti i ruoli. La musica accende l’anima, eleva; la poesia con le sue inserzioni interviene a soccorrere chiarendo e illuminando passaggi cruciali, in un disvelamento straziante e, nel contempo, liberatorio.
(Spesso vien da pensare a Giacomo Leopardi, prototipo di goffaggine fisica e malattia, ma con una plenitudine d’immane bellezza interiore e squisita sensibilità d’artista).
Non vi è lieto fine, non in senso canonico, ma l’acquisizione della consapevolezza vale tutto, è il messaggio. Un lavoro straordinario – di fattura femminile (autrice, drammaturga, regista, attrice…) ma universale – è La vita accanto, commovente senza retorica, una sorta di urlo meditativo, specchio nel quale riflettere i dubbi e le paure che circondano e popolano il nostro essere, per scoprire che alla fine di tutto c’è sempre, anche quando non immediatamente riconosciuto, l’amore.

Alberto Figliolia

La vita accanto, con Monica Menchi. Teatro Libero, via Savona 10, Milano. Sino a domenica 30 novembre.
Orari: da lun a sab 21; dom 16.
Info e prenotazioni: tel. 02.8323126; e-mail biglietteria@teatrolibero.it; sito Internet www.teatrolibero.it.

Note di regia
Se non ci fossero specchi, resterebbero gli occhi a dire ad una donna brutta che è brutta. Gli occhi degli altri sono uno specchio. Sono il giudice che decreta se esistiamo o no. Se siamo belli o brutti. Possiamo ignorare il giudizio, cercare di esserne indipendenti, ma tutti desideriamo che qualcuno nel mondo si accorga e guardi la nostra bellezza. La riconosca. Non essere guardati equivale a non essere amati. Crescere storti, rinchiusi, evitati dallo sguardo degli altri, provoca dolore. Ma la possibilità di trasformare il dolore genera, a volte, una nuova inaspettata bellezza. La bellezza della musica, della poesia, la bellezza che sta nelle mani di questa bambina brutta. L’atto scandaloso di una bellezza che ha bisogno di orecchie e di anima per essere vista più che di occhi.
Questa storia sfida il tempo in cui è stata scritta: un’epoca in cui l’apparire ha seppellito l’essere, in cui “photoshoppare” visi e corpi è la regola che si impone per correggere e falsificare ogni minima imperfezione del corpo umano.
Mettere in scena la bruttezza come metafora, conservarne il mistero, non banalizzare rendendo realisticamente “mostruosa” la protagonista, è un compito non piccolo poiché tutto quello che accade nel romanzo di Mariapia Veladiano e nella efficace riduzione teatrale di Maura Del Serra, ruota intorno a questa condizione. La letteratura e la poesia possono far vedere solo dicendo, il teatro deve far vedere anche agli occhi.
L’invenzione della bruttezza sarà dunque il nostro punto di partenza, il cambio dello sguardo del pubblico alla fine del racconto, ci auguriamo sia il punto di arrivo.

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