La Vespa


di Enzo Maria Lombardo

Avevamo sedici anni e la sera usavamo una Vespa, un modello superato, basso e panciuto, con ali che sembravano quelle di un calabrone. E ci portava in tre, ricordi, Michele? Tu ancora balbettavi con le note, al Conservatorio; Stefano e io odiavamo quotidianamente Catullo e Cicerone.
Veramente la Vespa era solo di Stefano che l’aveva ereditata dal padre, però era come se la Vespa fosse di tutti e tre, e Stefano non ne accampava una proprietà speciale. Gli piaceva, anzi, farla guidare a te o a me e restarsene accovacciato sul sedile.
Ed anche se era una moto vecchia, un po’ un rottame, ci portava la sera a fare gruppo come se fossimo una persona sola con tre teste.
Ne portava due, la Vespa, sui sedili. Ma tre li sopportava bene, anche se uno di noi doveva stare in piedi sulla pedana, mezzo rannicchiato, oppure dietro, seduto sul portapacchi o sulla ruota di scorta, i piedi quasi striscianti sul selciato, pronto a fare un balzo sulla strada appena si vedeva un vigile all’incrocio.
Qualche volta, in salita, chi sedeva sulla ruota di scorta allargava le gambe e scivolava a terra anche se non c’erano in vista vigili o polizia e si metteva a rincorrere la Vespa sulla strada, dicendo che voleva sgranchirsi le gambe ma in realtà perché non aveva cuore di sentire ancora i lamenti del motore.

E così noi tre, una sera, lasciammo con la Vespa le vie del centro, con il solito passeggio e le piazze troppo illuminate, ormai senza avventura, e dopo un po’ le strade diventarono più scure, ai palazzi e ai negozi si sostituirono le case terrane con una lampada sull’uscio che faceva una luce fessa sulla via, e poi magazzini e spazi sempre più ampi di campagne abbandonate, cascine e ruderi indefinibili mezzi sommersi di lava e fichidindia e fabbriche con ciminiere sbrecciate.
Ad un certo punto, superata la periferia, tra noi calò un silenzio d’attesa. Se non parlavamo, mentre la Vespa ronzava nel rettilineo, era forse perché ognuno di noi pensava alla casa fra le frasche e alle donne che la popolavano.
Io immaginavo – chissà perché? – un palazzotto tutto rosa, tra il verde, con ampie finestre da cui s’intravedeva qualcosa, ma non tanto, e i cui vetri riflettevano le stelle. E intanto mi s’era infilato un groppo in gola che andava su e giù con il respiro e più ci avvicinavamo al paese, con la Vespa che ronzava monotona, più quel groppo gelido si faceva grosso mentre figure di perla mi popolavano la testa, diventavano sempre più nitide e precise, restando sfumate solo in viso.
E mentre la Vespa pulsava nel silenzio notturno e nei pensieri, quel groppo di ghiaccio s’aggrappava ai miei visceri come un polipo, li stringeva in una morsa fredda che faceva accelerare il respiro e non si fermava in gola e sulla pancia ma si allargava, con i suoi tentacoli, a braccia e gambe che diventavano di carta e gesso e, come cartapesta, tremavano al vento della corsa.
Sono sicuro che – come me – ognuno di voi due, in silenzio, immaginava a modo suo la casa e pensava, con un misto d’orgoglio e di timore, a quella chiave con cui poteva entrare, fatta di pezzi di carta unti e stropicciati che aveva nel petto o nella coscia e che, per sicurezza, tastava di nascosto.

Stefano, che guidava la Vespa quella sera, aveva detto al vento qualcosa, lo aveva detto con l’allegria finta di chi va a puttane ma in cui si indovinava un filo di paura:
– Ohè ragazzi, sveglia! siamo quasi arrivati. Dopo la curva, a destra. Deve esserci per forza una strada in salita. E’ qui vicino.
Ma c’era ancora tempo. Anche perché la Vespa andava proprio piano, andava a passo d’uomo, e non per la fatica: era come se non volesse bruciare in fretta quei momenti e dava tempo per ripensarci ancora.
– Ma tu lo sai dov’è quella casa, di preciso?
– Di preciso no. Ma è qua vicino.
– In paese?
– Appena fuori. A metà di una salita. Mi hanno detto che vicino c’è una villa con tanti alberi e una fontanella con un angelo che piscia.
– E il numero del portone? Almeno quello lo sai?
– No. Lo cercheremo. C’è un campanello verde …
– Dai, posteggiamo la Vespa e andiamo a piedi.
E a piedi, chi con la sigaretta penzolante dalle labbra, chi con le mani in tasca e i pollici fuori, con fare indifferente, attraversammo il piccolo borgo cercando una salita con un palazzo d’oro fra le frasche e con lastre di diamante alle finestre che riflettevano sempre stelle e luna.

E la trovammo davvero la salita e c’era un palazzotto nascosto tra gli alberi con un pulsante verde sul portone ma le finestre non erano bagnate di luna e le persiane mezze squinternate seguivano lo sfacelo della facciata, tutta sbrecciata e stinta che anche alla luce scarsa del fanale rendeva il colore indefinibile delle cose morte.
E la fontana, quasi di fronte, in uno slargo, mostrava un putto triste, incrostato di muschio secco, quasi nero, con un filo d’acqua che usciva da una conchiglia a colpire le foglie marce che galleggiavano nell’acqua.
Eppure, guardando meglio tra le foglie che coprivano in parte la facciata, scorgemmo una luce rosata tra le stecche sbilenche delle persiane, una luce che si intravedeva a stento e tremolava al passaggio di qualcuno. Ed era in quella luce che occhieggiava l’iridescente fantasma di un mistero nuovo, un mistero protetto apposta dalla scorza opaca delle persiane, messa lì attorno per lasciarlo vivo e pulsante e quasi inafferrabile senza la chiave di carta che ognuno di noi tre si tastava sul petto o nei calzoni.

L’uomo che venne ad aprirci era piccolo e grasso.
– Tutti e tre? Diciott’anni, almeno, ce li avete? – disse socchiudendo la porta e facendo un sorriso tirato.
Non s’aspettava risposta perchè continuò:
– No, che non li avete, si vede. Quindici, sedici anni, al massimo. Vi ha visto qualcuno nella strada?
Scuotemmo il capo con una forza convincente e allora la porta s’allargò, il mondo intero s’aprì e la ripida scala, un po’ sbrecciata che dal portone saliva al paradiso, risuonò dei passi felpati dell’uomo e dei nostri respiri corti.
Una voce di donna, lì sopra, cantava a mezza voce. Magari strascicava un poco le parole, magari qualche nota era fallata, giusto un poco. Ma, nel silenzio ovattato della casa, quelle note scesero flautate, scivolarono, morbide come miele sui pochi gradini, sublimarono sul soffitto e si fransero come spuma nei nostri petti.
Una ragazza cantava. Forse le altre le stavano attorno tra veli rosati che lasciavano intravedere quelle forme che ci facevano sudare di notte, all’improvviso.

– Chiamo la signorina? – disse l’uomo piccolo e grasso, e stava per avviarsi lassù, quando si fermò, diventò uomo d’affari e disse:
– E’ roba fina, intendiamoci: costa. I soldi ce li avete?
E tanto per restare sul sicuro elencò le semplici, le doppie e le mezz’ore con l’extra per la casa e per le mance.
– Allora? Vado a chiamarla? – e negli occhietti quel diavolo bonaccione aveva un luccichìo che sfarfallava come un tassametro, ma per tenere in caldo l’affare aggiunse:
– La sentite, eh? La sentite? E’ lei che canta. Bella voce, vero? Come tutto il resto… Una del continente… roba fina. – e, così dicendo, socchiuse gli occhi, tirò sù con il naso e fece roteare in aria una mano, come assaporando delizie sopraffine.
– Una? Perché solo una? – ansimò Stefano.
– Una, una. E non basta? Il cambio è fra una settimana. Per adesso ce n’è una. Ma è la meglio, vi dico. La meglio. Vedrete.
– Ma noi… ma noi…
– Eh, quante storie! Tra di voi, s’intende, vi giocate a chi deve entrare in camera per primo. E se… – e qui la sua voce diventò un sussurro, un gorgoglio sospiroso – se proprio volete entrare insieme… se lei accetta… beh, si può fare, volendo, ma vi costa di più per la mezz’ora.

Noi ci guardammo in silenzio, poi girammo attorno gli occhi di pietra e tutti risentimmo la morsa fredda al petto e al ventre ma era un freddo diverso da quello con cui eravamo arrivati in quella casa: questo freddo non toglieva il respiro ma saliva in testa come la febbre.
E le stampe con le donne nude alle pareti a un tratto diventarono oscene, i mobili ci apparvero troppo scortecciati, i muri si mostrarono con la loro carta macchiata e scolorita e quel canto smozzicato a mezza voce ci scivolò addosso stonato e viscido come un rigurgito di bile.
– No, no… solo una proprio no! – dicemmo quasi all’unisono.
Qualcuno di noi inventò una scusa per andar via e gli insulti di quell’uomo li sentimmo appena perché dopo un attimo correvamo già tutti e tre giù per la scala per fuggire lontano da quella casa tetra.

La Vespa ci aspettava paziente sulla strada per riportarci in città: sì, una sola Vespa in tre poteva andare.

Enzo Maria Lombardo
Dalla raccolta “Caro Michele…”

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