La sconfitta dell’Entropia di Enzo Maria Lombardo


Non ci credevo. Non mi viene da crederci neppure adesso. Eppure il mio articolo è piaciuto un sacco.
Lo ricordate? Quello tutto scientifico sull’Entropia, tanto per intenderci. Sì, proprio quello. Lo ha letto anche Antonio il meccanico e Filippo il droghiere. E la sarta del piano di sopra. Tutti entusiasti, vi dico. Entusiasti!
Il fatto è che l’ho divulgato, sapete? Per questo ho dovuto fare un sacco di fotocopie nel magazzino dove lavoro e solo per poco non mi ha beccato quell’arpia cosciuta della Giovanna, l’amante del Cavaliere.
Beh, voi non la conoscete, la Giovanna e, detto fra noi, non è che ci perdete granché. Faccia grifagna anche se ha un culo passabile e cosce favolose. E quella fa il bello e il cattivo tempo nel magazzino, tra sacchi di frutta secca, prosciutti e parmigiano.
Eppure l’ho fatta fessa, la capa. Ho fregato quasi due risme di carta. A rate. Un carico, una bolla e dieci fotocopie. Un altro carico, un’altra bolla e venti fotocopie. Tutto così: un lavorone di fino, pulito, ben fatto.
Solo una volta stava andando a puttane per via che ho lasciato il foglio sul vetro della macchina. Meno male che l’ha preso Luigino, l’uomo di fatica mezzo orbo e balbuziente come una mitragliatrice che anche con gli occhiali a culo di bottiglia riesce a stento a leggere le maiuscole. Mi ha strizzato l’occhietto miope, dicendomi:
-“Vo… vo… volantinaggio, eh? Sa…sa… sarai mica sindacalista?” e io l’ho liquidato con un’alzata di spalle. Lasciato nel dubbio.

Comunque, come dicevo, dopo il mio articolo “L’entropia, la Regina dell’Universo” non dico che mi daranno il Premio Nobile però resta il fatto che Carmelina, la portiera, stamattina mi ha chiamato “dottore”.
Io mi sono girato ma non c’era nessuno. Nessun dottore in giro. Diceva proprio a me. Come dire che, almeno nel palazzo, la laurea l’ho già avuta. Merito delle fotocopie che ho infilato l’altro ieri, tra mezzanotte e le due, in tutte le trentacinque cassette della posta del mio palazzo e in quelle dei palazzi vicini.
Oddio, nella foga un articolo l’ho imbucato anche nella cassetta delle elemosine della chiesa di San Vito, quella che sta tra il mio palazzo e la palestra. E beh? Anche i preti hanno diritto di sapere le cose della scienza.
Dite che ho esagerato, eh? Sarà…! Però, cari miei, se non si fa così chi ti legge? E non lo dico per puro egoismo. Che, poi, mica mi importa davvero della laurea ad onoribus… No, no, io sono uno che l’egoismo non sa neppure dove sta di casa, l’egoismo, io. Non è per egoismo. E’ solo per quel bisogno intimo, come dire… intestinale, che ci ho io di dire… di dare, insomma… di comunicare la mia conoscenza scientifica.
E’ scritto: Date ai poveri di spirito che salirete nel regno dei Cieli. Ecco: questo io voglio fare. Dare ai poveri di spirito. Agli ignoranti, insomma. A quelli che non si abbeverano, come faccio io, nel grande pozzo della scienza. Oltre tutto, detto papale papale, mica potrei dare altro alla gente, perchè io, ora come ora, non è che navigo troppo bene di pecunia.

Quindi, dicevo, stamattina mi sentivo tutto ringalluzzito con in testa la laurea condominiale di Carmelina e stavo per andare al lavoro pensando e ripensando a come potevo fare fessa la Giovanna con altre duecento fotocopie a sfrodo, quando… quando… – ma vedi come sono i casi della vita! – e che! non ti rivedo la bancarella del rigattiere giù all’angolo della strada? Ma sì, proprio quella dove mi rifornisco io per la cultura.
Il padrone è uno straccivendolo che qualche volta viene appresso al mercato del giovedì e tra le cose vecchie che lui chiama “antiquariato” ci sono anche i libri. Libri vecchi e libri quasi nuovi. Quelli recenti costano meno perchè non sono vero antiquariato. Quelli antichi costano il doppio perchè sono antiquari, appunto. E non sono mica da leggere, quelli. Oh, no. Se li apri, le pagine ti si sbriciolano in mano. Si comprano solo per la loro bellezza antiquaria. Tanto per guardare la rilegatura di pelle scortecciata.
A farla breve: io mi chino sul marciapiede dove sono sparpagliati i libri e mi cade l’occhio proprio sulla parola “Entropia”. Il titolo intero dice: “La sconfitta dell’Entropia” e il sottotitolo: “Cosa c’è di vero?” Guardo per curiosità il retro della copertina e anche se è tardi e quella fregna della Giovanna starà con l’occhio all’orologio a contare i minuti, comincio a leggere: “L’Autore, ricercatore e divulgatore scientifico di chiara fama, afferma che è falso considerare l’entropia come la regina dell’Universo. Esistono forze arcane che riescono a vincere la dissoluzione. L’Autore indaga su tali forze e ….”
Come, come?! dico fra me e sento già i calori. Che dice ‘sto tizio? Cos’è falso? Quali forze? Oh, santo cielo! Sento caldo dappertutto pensando alle mie fotocopie. Tremo quasi.
Eppure l’altro libro, quello comprato proprio qui la settimana scorsa, in questo stesso marciapiede, diceva che l’Entropia era la regina dell’Universo… Lo diceva chiaro e tondo e io ci ho creduto! Non solo: l’ho pure mezzo copiato. Anzi, a dirla tutta, l’ho scritto paro paro. Come roba mia. E che? Si contraddicono così questi scienziati maledetti?!
Ma se davvero l’Entropia è tutta una fregnaccia; se davvero hanno trovato qualcosa di diverso, che figura ci faccio io con la gente del quartiere?
E poi, manco a farlo apposta, questo libro messo lì, proprio vicino a casa mia e vicino ai tre palazzi che mi sono fatto l’altro ieri notte!
Ah, ma questo libro deve scomparire! Devo eliminarlo! E che! Subito, subito. Quanto costa? Poco, per fortuna, perchè non è antiquario. E’ recente e con la copertina moscia.
Pago e fuggo via verso la metropolitana, e intanto leggo.

* * *

E’ tardi, maledizione, e la metro non passa.
Conto i minuti e mi vedo già la Giovanna con le cosce lunghe accavallate su una sedia a trespolo che batte la matita su un pacco di bolle di consegna, scandendo i secondi che mancano alla sfuriata. Magari la prepara mentalmente, la porca, pronta per quando arrivo. Se poi c’è il Cavaliere, è peggio. La zoccola vuol farsi bella. Stronza.
Intanto leggo. Sento arrivare il treno e leggo, salgo e leggo, mi siedo e leggo.
E’ il mio segreto: io sfrutto sempre i tempi morti per la cultura.
Tanto sono assorto che sento appena il “ding” di una fermata. Ancora due “ding” per la mia. Li so a memoria. Altro “ding” e mi passa davanti lo striscio giallo di un’altra stazione.
Giallo…?!
Cazzo: giallo! Perchè giallo? Che c’entra il giallo? La mia è la linea rossa, porca zozza, rossa, rossa, rossa! Ho sbagliato linea, diavolo d’un libro, non ho guardato le stazioni, non ho sentito niente e adesso?
Scendere, aspettare, cambiare, “ding”, “ding”, “ding” e sono quasi le nove. Mi mangia vivo la mignottona. Vivo mi mangia.

Ora è rossa. Sono sicuro che è la linea rossa. Rossa come sarà a quest’ora la faccia grifagna e puttanesca della Giovanna. Arriverò alle nove e passa, porca troia.
A questo punto magari marco mutua… Vuol dire che il carico delle prugne secche se lo farà Luigino tutto da solo. Oddio, potrò anche star male, no? Ecco, stamani sono stato male! Una colica? No… a pensarci bene, la colica, no. L’ho appena avuta tre giorni fa. E una bella gastrite? Saranno già tre settimane che non marco gastrite. Beh… no, forse è meglio una bella storta… Scivolato in bagno. Lussazione del malleolo sinistro e…
Porco…! Quelli hanno il telefono della portiera.
E se hanno già telefonato alla Carmelina?! Sono fottuto! Dirà, con la sua vocetta fessa: “Si, sì, il dottore è uscito stamattina….ma si, si che stava bene, anzi benissimo! Il dottore saltava come un grillo!” Ecco cosa dirà quella scema impunita d’una Carmelina! Altro che colica. Altro che storta nel malleolo!

Noveecinque. Via dalla metro! Scalini a due a due.
Noveesette. Fuori! Fuori da questo buco maledetto!
Noveeotto minuti: giro l’angolo di corsa, sgommando sul marciapiede.
Noveedieci. Arrivato.
Calma piatta.

Nel magazzino c’è solo Luigino seduto sopra una cassa di the nero cinese. Mi guarda strizzando gli occhi e fa:
– “Fi… finalmente sei arrivato! Mi avete la… lasciato solo stamattina. Meno male che il ca… ca…. carico di prugne oggi non arriva…”
– “Come solo?” – faccio io – “E la Giovanna?”
In effetti giro lo sguardo e non la vedo nel bugigattolo a vetri che lei chiama “il mio ufficio”. Dov’è nascosta la vacca? penso.
– “E’ forse salita in Amministrazione, la signorina Giovanna?” – domando compìto. (Qui anche i muri hanno orecchie)
Intanto mi tolgo soprabito e giacca con un unico, fluido movimento e afferro la tuta dall’armadietto. Pronto ed efficiente come sempre.
– “Non t’aff… ff… ffannare, Ca… Capo. Tanto è inutile, siamo so… soli” – farfuglia Luigino – “So… sono andati via mezz’ora fa. Da un nuovo cli… cli… cliente, fuori città.”
– “Il Cavaliere e la Giovanna?” – faccio io.
– “Sì, il Ca… Cavaliere e la Gio… Giovanna, Capo.” – fa lui – “E il Ca..Ca… Cavaliere ti ha pure lasciato un biglietto…, Ca…Capo.”
Capo?! Che Capo? Biglietto?! Che biglietto?
Cinque falcate per accedere al bugigattolo, un paio di secondi per trovare un foglio con la grafia ampollosa del Cavaliere e un’altro paio per capire che si erano presi una mezza giornata di libertà, il Cavaliere e la Giovanna.
Altro che cliente! Il nuovo cliente doveva essere uno di quegli alberghetti fuori mano che non segnano i nomi sul registro.
La vacanza scopatoria il Cavaliere la chiama “urgenti, improrogabili impegni di lavoro fuori sede” e mi nomina sul campo: “sostituto magazziniere capo” per una mezza giornata.
Beh…, ad ognuno la sua mezza giornata, penso: al Cavaliere mezza giornata della Giovanna, culo e cosce comprese. A me mezza giornata di Capo magazziniere.
Il che vuol dire che posso anche togliermi la cappa e rimettermi la giacca. Cosa che faccio con studiata lentezza e con un inutile sussiego davanti ad un Luigino che già sonnecchia sulla cassa di the e che neanche mi vede.
Poi occupo il mio nuovo posto nell’ufficio-bugigattolo-a-vetri facendo finta di spuntare le bolle seduto sulla sedia a trespolo dove di solito sta la vacca ad accarezzarsi le cosce.

* * *

Oggi le bolle in spedizione sono poche. Verranno sì e no un paio di camion a caricare e ci penserà Luigino che è quasi orbo e balbuziente ma forte come un mulo. Io controllo. E’ compito mio.
Intanto sento il peso del nuovo libro nella tasca esterna della giacca. Lo prendo, lo guardo con odio perchè mi ha frantumato una certezza scientifica e mi ha pure fatto sbagliare metropolitana, poi lo metto sopra le bolle e riprendo a leggere.
Certi passaggi con i numeri non li capisco per niente, ma non importa. Non sono pignolo.
Dunque eravamo al punto che l’entropia non è vincente. Come dire che non è proprio vero che tutto si dissolve, come diceva il tizio dell’altro libro.
Grandioso. Questo professore parte difilato con un termine che sembra coniato dalla CISL: “Auto-organizzazione”. Come dire che tutto si aggiusta e si organizza da solo.
Il professore fa un sacco di esempi ma non riesce a farmi capire bene la cosa. Parla di nuvole, di fumi e dice che c’è un senso, una struttura anche in una nuvola o nel fumo di una sigaretta. Dice che si auto-organizzano… Mah… Parla dell’Universo, parla della Vita…
Salto le pagine con i numeri complicati. Salto anche quelle con le frazioni e vado scorrendo i titoli. Paroloni. Ecco: “….la vita è una forma di auto-organizzazione. … la tendenza all’ordine …l’insopprimibile forza di contrasto all’entropia…”. Ma che vorrà dire?

Continuo a leggere mentre Luigino bussa alla porta a vetri dello sgabuzzino. Vuole le bolle per la consegna al corriere. Dove sono quelle maledette bolle?
– “Non ci sono bolle per questo corriere.” – faccio io, infastidito per l’interruzione.
– “ Ce… certo che no… non ci sono, Capo. Devi farle tu!” – fa Luigino
Io? Scorro veloce gli ordini di ieri. Ecco: sugli ordini c’è la firma svolazzante del Cavaliere e anche quella della Giovanna.
Tutto a posto. Poteva preparare anche la bolla, la mignottona, o aveva già le fregole da ieri?
Finisco di mettere giù la bolla: uva sultanina, quindici sacchi. Poi rifilo il doppio foglio a Luigino e aspetto che esegua.
Anche lui aspetta. Lo vedo perplesso: magari ha in mente qualcosa del tipo “facciamo insieme il carico”.
Assumo un piglio tra l’annoiato e il deciso, proprio dei Capi e faccio:
– “Vedi quei sacchi laggiù?” – e li indico con un dito – “Bene: sono da caricare. Quindici sacchi. Hai capito?”
Eliminato il dubbio, Luigino si avvia deluso, caracollando i suoi ottanta chili verso i sacchi bianchi addossati alla parete mentre io mi metto un po’ più comodo sul trespolo perché devo controllare come procede il lavoro.
A dirla tutta, mi piace veder lavorare la gente. Mi piace osservare il sano sforzo delle loro membra, il tendersi dei maschi bicipiti, il fluido arcuarsi della loro schiena… Guardando faticare la gente, sento quasi fluire dentro di me il fluido benefico delle loro vene, che dev’essere un fluido rilassante, tant’è che, mentre guardo, un dolce torpore mi invade a tradimento, come se quei movimenti risucchiassero ogni mia forza, mi svuotassero… Insomma: devo fare uno sforzo per restare sveglio.
Luigino, poi, lavora con calma e in modo meticoloso, ordinato. Una vera macchina umana. Si china, prende un sacco con le due mani, si gira, uno strattone e lo ha sulle spalle. Poi, a passetti misurati, và alla sponda del camion, si rigira e lascia cadere il sacco. Altro sacco. Presa, girata, strattone e via. Movimenti identici. Rilassanti. Ipnotici. Quindici sacchi. Ce la farò a tenere gli occhi aperti?
Stando così, riesco a capire perchè la Giovanna sembra tanto rilassata quando Luigino e io lavoriamo come muli. Ecco perchè resta seduta in questo trespolo con gli occhi sognanti, mentre fa scivolare le mani sui fianchi e sulle cosce, fino al ginocchio, e poi le fa risalire, dall’interno, fin sul ventre. Piano, dapprima, poi accelerando il massaggio facendo finta di asciugarsi le mani sudate. Ma a me non m’incanta: io lo so che segue i nostri movimenti, la porca, in una forma strana di masturbazione.

* * *

Il lavoro metodico di Luigino è quasi alla fine.
Ancora due sacchi per completare il carico. Io controllo. E’ stato uno sforzo seguirlo da sveglio, ma è compito mio. E poi, mica lui potrebbe fare il mio lavoro: è quasi orbo. I sacchi li vede ma i numeri no. Per questo il Capo magazziniere deve controllare numeri e descrizione della merce. Roba mia. Di concetto.
Carico finito, vedo l’autista chiudere la ribalta del camion. Saluto con un cenno del capo, a viso serio. Il camion è partito: cosa fatta. Un lavoro veloce e pulito. Neppure un sacco rotto.
Mi dico bravo e do un OK a Luigino attraverso il vetro del gabbiotto unendo indice e pollice. Gli sorrido pure: in fondo anche i subalterni devono godere la loro parte. E’ giusto.
Luigino mi risponde con un sorriso tirato mentre riprende il suo posto sulla cassa di the.
Sbaglierò, ma mi è sembrato di leggere sulle sue labbra qualcosa come: “Fottiti”. E manco tartagliava. Umana ingratitudine.
Comunque disseppellisco il libro dalle bolle di spedizione e ricomincio a leggere. Il fatto è che stare a guardare quel gran lavoro di carico mi ha stancato e fatto perdere la concentrazione.
Infatti adesso mi sembra tutto confuso. Nel libro si parla di “Caos”. E’ tutto un caos. Grafici e grafici, formule e formule, numeri e numeri. E questo scienziato della malora dice che il Caos (proprio così, scritto con la maiuscola), il Caos, dice, è quello che crea tutto. Che dal disordine spunta l’ordine, tutto da solo. Per “auto-organizzazione”. Mah…!
Come se…, ecco: come se io rovesciassi qui tutte le casse di the cinese, i sacchi di noce moscata, di uva sultanina e di pinoli e poi aspettassi che si rimettano a posto da soli. Che si “auto-organizzassero” come dice costui! Magari, toh, che si impilassero di nuovo come sono adesso, qui la noce moscata, laggiù la sultanina, in fondo alla parete i pinoli … i pinoli… i pinoli…
I pinoli?!!!
Porca sozza, dove sono andati a finire i pinoli? C’erano i sacchi di pinoli impilati laggiù, ne sono sicuro. Dove sono adesso?!
– “Luigino maledetto!” – grido – “Dove hai messo i pinoli?”
– “Qua… qua… quali pinoli, Capo?”
– “ Come “quali pinoli”? – urlo ancora – “Tutti i sacchi di pinoli che erano laggiù, proprio laggiù, in fondo alla parete… Figlio di un boia e parente di belzebù, cosa ne hai fatto dei pinoli?”
– “Ca… ca… ricati.., Capo. Tu…tu… tu…”
Parla chiaro, cosa balbetti? Caricati? Caricati dove?”
E’ inutile aspettare la risposta… La verità mi si apre come un baratro nero in cui vedo, laggiù, proprio nel fondo, la faccia grassa del Cavaliere e la bocca rossa, sghignazzante e piena di denti della Giovanna. Pinoli caricati come uva sultanina… Merda! Merda! Meeerdaaaa!!!
Cado in fondo al baratro e la Giovanna mi azzanna con tutta la sua dentatura.
– “E la bolla? Disgraziato! Non l’hai vista la bolla, demente di un Luigino? Sì, sì, sì… è’ inutile che lo dici, lo so che sei mezzo orbo… Io, io, io sono tutto fregato! E’ la parola giusta: fregato… E di nuovo per questo maledetto libro che mi ha distratto! Maledetto! Maledetto! Maledetto!”
Così prendo in mano quel libercolo schifoso e lo stritolo, l’accartoccio, lo spremo ben bene prima di buttarlo nel cestino.

* * *

Seduto nel trespolo non mi sento di fare niente. Non sto niente bene. Non reagisco. Apatia. Depressione catatonica. Quasi morte.
Mi alzo e passeggio come uno zombi nel magazzino ma mi sento sempre più depresso. So che dovrei fare qualcosa ma non riesco neppure a pensare.
Luigino, intanto, mi guarda sereno come un monaco buddista. Mi da ai nervi quel tizio. In fondo ha ragione: sono io che aspetto la crocifissione, mica lui! Con l’ultimo barlume di coscienza riesco a malapena a fare il conto dei giorni di sopravvivenza a pane e acqua dopo il licenziamento.
Mi faccio pena e mi viene voglia di piangere. Quale ponte sceglierò per dormire la notte? Cosa mangerò fra un paio di mesi quando finiranno i quattro soldi della liquidazione? Chissà se c’è ancora una cantonata libera per un accattonaggio decente…
Mi faccio sempre più pena e comincio a piangere. Mentre piango in silenzio intravedo la lunga macchina del Cavaliere fermarsi davanti al cancello. La vedo liquida quella macchina, così, tra le lacrime, e sembra proprio un serpentone nero venuto a sbranarmi con i suoi denti cromati.
Eccomi: sono pronto al sacrificio. Vedo i due giustizieri avanzare nell’arena: il Cavaliere, rotondetto ma bello e terribile nell’armatura lucente del doppiopetto e lei, la mignottona, fiera regina dei prosciutti, con la corta tunica da amazzone svolazzante sulle lunghe cosce affusolate. Avanzano e sorridono. Occhi negli occhi. Se la ridacchiano, anche. Si legge proprio in quei due paia d’occhi che il lavoro è andato bene. Porconi!
E’ proprio indecente come sorride beata la Giovanna mentre mi scivola accanto e chiede, svogliata, se tutto è a posto. Manco aspetta una risposta, lei: sorride e basta. Felice.
Anche lui, il Cavaliere, sorride indecente, con gli occhi legati alla Giovanna, mentre s’avvia, con passo elastico, negli uffici dell’amministrazione. Si inerpica sulla scaletta di ferro in fondo al magazzino, sale di sbiego i gradini di lamiera forata, indugia un po’, morbidamente abbrancato al corrimano, il piccolo ventre prominente pressato sulla ringhiera, gli occhi di miele in basso, verso la Giovanna. In cima alla scaletta lo vedo fermarsi ancora un attimo e sospirare. Una, due volte. Anche la Giovanna lo guarda dal basso e sospira.

In mezzo a tutti questi sospiri e ai sorrisi indecenti e mielosi io ingoio le lacrime e penso in fretta. Insomma! Basta piangere! E’ tempo di cambiare registro. Da uomo. O la va o la spacca!
Mi avvicino all’amazzone sorridente:
– “C’è stato un disguido” – dico – “Un piccolo disguido nell’ultima consegna.”
– “L’ultima?” – dice lei, flautando le vocali, ancora immersa nel sogno.
– “Volevo dire l’unica”- faccio io.
– “E sarebbe?” – miagola lei sbattendo le palpebre e facendo oscillare i riccioli d’oro.
– “Beh, beh… sia chiaro che tenuto conto della mia posizione, me ne assumo tutta la responsabilità, anche se… anche se …” – (e qui io abbasso la voce in un sussurro da complice, da pari a pari, insomma un sussurro dirigenziale che non deve arrivare alle orecchie subalterne di Luigino) – anche se… lei capirà… la bolla di carico era a posto, era perfetta… può controllare…tutto perfetto ma, sa com’è… con tutto il daffare che c’è… basta un attimo di distrazione con i dipendenti… e poi Luigi, poverino, lei lo sa, ci vede poco… e così … e così…”
– “E così…?”
– “Ecco…c’è stato un piccolo… Beh, uno scambio…”.
– “Uno scambio di che?” – zufola vezzosa, abbassando un sopracciglio.
– “Pinoli contro uvetta”- faccio io, deciso. “Quindici sacchi.”
La solita iena avrebbe a questo punto dilatato gli occhi e aperto la bocca per mostrare i denti a sciabola prima di ringhiare. Oggi, invece, la gattona soddisfatta si limita a rialzare il sopracciglio.
– “Telefono io al corriere. Capirà.” – dice melliflua con un’alzata di spalle – “Ci riporterà la roba se non l’ha consegnata.”
La sento telefonare e mi sembra che il cuore ricominci a battere in modo quasi normale.
La voce della Giovanna è mielosa. Attraverso il vetro sento sussurri e risatine. Come al solito, mentre parla, con la mano destra si accarezza i seni, il ventre e la coscia destra. Con l’altra mano accarezza la cornetta del telefono e qualcosa di quella carezza erotica dev’essere arrivata all’altro capo del filo perché la vedo sorridere e annuire.
Alla fine ottiene il recupero dei sacchi.

Quando finisce la telefonata, cade un silenzio dolce sul magazzino.
E’ un silenzio intessuto di fruscii: Luigino è in giro a spostare scatole di ananas (fruscìo di cartoni), Giovanna si accarezza le cosce a due mani (fruscìo di calze di nailon e mutandine di seta), io faccio finta di controllare una lista di carico (fruscìo di carta). Fingere di spuntare una lista di carico non è tanto faticoso, specialmente se la capa magazziniera sembra persa tra nuvole rosa.
Ed intanto penso.
Penso che, in fondo, la cosa è finita bene… Beh, dal caos l’ordine, un po’ come dice quel tizio del libro…
Oddio è vero: dal Caos l’Ordine! E’ vero! Ma sì che è vero! Santissimi, pensandoci è proprio vero! Ed io ho proprio qui, sotto gli occhi, un esempio chiaro e lampante di auto-organizzazione e manco lo vedevo! Un esempio più istruttivo di quelli astrusi del libro! I pinoli! Ecco l’esempio: i pinoli!
Lampante: quando tornerà il corriere, Luigino scaricherà i quindici sacchi di pinoli che saranno di nuovo a posto. Belli e in fila. Ordinati proprio come prima. Poi caricherà i quindici sacchi di uvetta. Sì, tutto andrà a posto. Tutto come prima.
Insomma, a quanto pare il caos che ho combinato io pian piano si sta auto-organizzando.
Anche se… anche se, ad essere proprio pignoli, c’è voluta una qualche spintarella. Un piccolo aiuto, diciamo. Un po’ di energia.
Innanzi tutto l’energia del Cavaliere e della Giovanna nell’alberghetto di periferia fra coperte e lenzuola. Energia distensiva.
Poi l’energia trasportatoria del Corriere che dovrà tornare a fare il carico.
E, per finire, ci vorrà anche l’energia bruta di Luigino per lo scarico e il ricarico dei sacchi.
Sono sicuro che, in aggiunta, ci vorrà anche un bel po’ della mia energia oculare per lo sforzo di tenere gli occhi aperti mentre Luigino scaricherà e caricherà tutti quei sacchi.

* * *

Mentre penso così, arriva il Corriere.
L’autista è incazzato nero. Lo si vede da come misura con passi pesanti il magazzino fino al bugigattolo a vetri della Giovanna.
E’ fuori orario, cazzo!, grida. Non muoverà un dito, lui! Per sicurezza torna al camioncino, si siede in cabina e comincia a svolgere con furia, da un involto marrone, un panino enorme.
Anche Luigino va nel bugigattolo, parlotta un po’ con la Giovanna. Poi si toglie la cappa, l’appende al solito chiodo e si avvia verso la porta.
– “ Ohè, Luigino – faccio io – e tu che fai? Vai già via? Lo so… lo so che è mezzogiorno passato, maledizione, ma c’è il corriere… i sacchi … i pinoli … Ohè, Luigino, mi stai a sentire? L’uva sultanina … i pinoli… aspetta … aspetta… Luigino…!”
“Fottiti”, fa lui, uscendo. Manco balbetta. Questo Luigino comincia a diventare monotono.
La Giovanna, dalla gabbiola, punta gli occhi su di me mentre fa roteare l’indice in direzione dei sacchi che sporgono dalla ribalta del camion, vicino allo scivolo.
Lo sguardo adesso non è più tanto tenero: si vede che la sbronza di sesso le è svaporata. E’ tornata la iena.
Quindici sacchi di pinoli. Merda. Io? Da solo?!
E poi quindici d’uvetta? Rimerda. Tutto da solo?
Ho capito, ho capito: vado. Così mi trascino fino alla sponda del camion, prendo il primo sacco con due mani, mi giro, uno strattone e l’ho sulle spalle. Passetti misurati. Mi rigiro e lascio cadere il sacco in fondo al magazzino. Poi un altro sacco. Movimenti identici. Ne avrò per trenta sacchi.
Vedo, attraverso il vetro impolverato del gabbiotto, la Giovanna che mi guarda con occhio assente, rilassato, le gambone distese, le mani che scorrono su e giù per il ventre e sulle cosce con una cadenza precisa.
Non deve essere facile sdraiarsi su uno sgabello, penso, ma lei riesce bene. Ed il ritmo delle carezze lo prende da me, la troia.
Terzo viaggio. Un sacco, uno strattone… sulle spalle… passetti…. Laggiù, oltre il vetro, una lunga carezza sulle cosce. Si sta proprio rilassando, la schifosa, con la mia fatica.
Quarto sacco. Comincio a pensare a quel gran figlio di puttana che ha scritto il libro delle mie pene.
Auto-organizzazione: pouah! Hai torto marcio, tizio maledetto, l’entropia esiste. Eccome! Quindici sacchi di pinoli entropici!
Sto sudando come un cane. Tutta energia. Energia evaporante.
Al quinto sacco mi siedo, ansando, sulla cassa di the cinese e prendo dalla tasca il pacchetto delle sigarette ma sento la Giovanna bussare nervosa nel vetro del gabbiotto: la iena mi mostra l’orologio gridando che è tardi.
Capito. Niente sigaretta. Sesto sacco.
Ne ho ancora nove di pinoli e quindici di uvetta.
N’avrai almeno per un’ora buona, brutta troia, con la tua masturbazione.

Enzo Maria Lombardo

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