La scomparsa di Heinrich Schneider


La scomparsa di Heinrich Schneider
di Anonimo (*)
traduzione e revisione di Enzo Maria Lombardo

I giornali del luogo accennarono (ma solo nelle pagine interne) a ipotesi di fuga o di suicidio ma Heinrich Schneider, mio compagno di scuola sin dalle elementari, scomparve il 21 di marzo di quest’anno mentre sperimentava una sua invenzione.
Nessuno, fin ora, ha parlato apertamente di omicidio e nessuno sa con assoluta certezza se nel momento della sparizione io fossi davvero in quel luogo e, in verità, io mi guardo bene dal dichiararlo a chicchessia. So bene che potrei essere sospettato di omicidio, se già non lo sono a mia insaputa. Dovrei sottopormi ad un’infinità di interrogatori e dare spiegazioni su ciò che io stesso non comprendo. Dovrei fornire alibi. Ed io non ho alcun alibi: ero proprio nella stanza ove il fatto è accaduto.
Certo sarebbe un caso ben strano: niente corpo, niente arma, nessun movente plausibile.
Nella migliore delle ipotesi, se non colpevole, sarei considerato pazzo.
Per questo, a mia possibile discolpa e prova di perfetta sanità mentale affido queste brevi memorie alla discrezione di un quaderno e alla sicurezza di un cassetto segreto della mia scrivania. Solo nell’emergenza di una necessaria difesa farò in modo che le pagine siano tosto ritrovate e lette dai miei patrocinatori.
Spero solo che la compiuta intelligenza dei fatti e la comprensione dei giudici sia vieppiù agevolata dalla scrittura puntuale della verità (peraltro assai vicina ad un verbale giudiziario) piuttosto che da spontanea denunzia di ciò che può apparire, ad uomini di senno ma di scarsa fantasia, assolutamente straordinario.

L’apparecchio stava poggiato a terra, al centro della stanza: era lucido e così piccolo da poter stare agevolmente nel palmo di una mano, ma i riflessi del metallo, facendo rimbalzare da parete a parete la luce tremolante del lume, ne ingigantivano le proporzioni a tal guisa che pur essendo le sue dimensioni quelle di un fermacarte, esso sembrava occupare l’intera stanza.
Non chiesi al mio amico notizie dell’oggetto, tentai invece di prenderlo in mano per poggiarlo sul tavolo da cui credevo fosse inavvertitamente caduto. Non vi riuscii, ovviamente. Ora so bene che non potevo sollevare migliaia e migliaia di libbre di qualsiasi strana sostanza (a me ignota) fosse composta quella scatola di apparente acciaio. Ma in quel momento io sconoscevo il reale peso dell’oggetto e chiesi pertanto al mio amico se esso era per avventura incollato al pavimento, al che egli si mise a ridere e ridendo si avvicinò alla scatola e vi poggiò un piede.
Il mio amico di solito ride con discrezione signorile, come si conviene ad un uomo di elevata posizione sociale e di vasta erudizione nelle scienze e nella filosofia naturale: la sua risata, anche con gli amici più intimi, è sempre stata sottile, quasi una timida estensione di un sorriso. Quella sera, invece, dopo aver poggiato il piede sull’oggetto, aprì la bocca in modo osceno e una “O” traballante si mise a danzare assieme alla lingua dentro le sue guance paffute mentre la gola gli sussultava come se avesse ingoiato un rospo.
Gli vidi i denti neri. Sapevo che aveva i denti alquanto anneriti dal fumo dei sigari che in gran copia fumava, ma nel riverbero della malefica scatola i suoi denti mi apparvero di un nero lucido che contrastava alquanto con il rosso vivo della lingua. Ben strano che nessuna maraviglia mi assalì in quel momento: in effetti non pensai a nessun altro colore, come se non potessero esistere, nel mondo intero, denti di colore diverso dal nero lucido.
Pian piano il naso, accompagnando la bocca in quella strana risata, si ingrossò a dismisura fino al punto che le narici, mentre arrovesciava la testa all’indietro, mi apparvero come neri antri pelosi che risucchiavano tutta l’aria intorno nelle loro profondità.
Non avevo bevuto. Neppure una pinta di birra, quella sera. Eppure, in quella stanza, tutto cominciò ad apparirmi alquanto strano.
Non solo la bocca e le narici del mio amico si erano dilatate, ma anche il tavolo, le sedie, i quadri appesi alle pareti. Era come se qualcosa li tirasse in basso e li allungasse deformandone i contorni. Ma solo adesso dico e scrivo che vi era una qualche distorsione evidente: i signori giudici e i miei difensori dovranno ben porre mente al fatto – già di per se straordinario – che anch’io ero parte di quella distorsione ed è per questo che quella sera gli oggetti mi apparvero solo un po’ strani e di una stranezza che poteva essere ignorata.
Pian piano anche quella flebile sensazione di stranezza diminuì e scomparve. Qualsiasi ulteriore deformazione per riportare gli oggetti alle dimensioni primitive (che ormai mi sforzavo inutilmente di riportare alla memoria) poteva essere solo innaturale.
Dopo un poco vidi che il mio amico si era abbassato sull’oggetto lucente: pensai che stava curvo per osservarne meglio il funzionamento o la natura ma in effetti erano le sue gambe che si erano raccorciate e ingrossate a dismisura mentre testa e collo gli si erano appiattiti sul torace.
Eppure era pur sempre il mio Heinrich, l’amico e compagno di scuola che alberga nella parte più nobile del mio cuore. Le sue fattezze non erano effettivamente mutate: pensai infatti che era naturale che fosse così. Ecco cosa pensai. Come poteva essere altrimenti? Scrollando il capo e serrando gli occhi tentai di mettere meglio a fuoco un precedente ricordo del mio amico: sì, era sempre stato così, ne ero certo. O almeno così credetti in quel momento.

Io conoscevo bene e amavo il mio amico Heinrich Schneider. Amandolo, riuscivo ad amare persino le sue idee bizzarre perché facevano parte di lui. Conoscendo l’affetto fraterno che ci ha sempre legato, nessun poliziotto, nessun giudice o pubblico ministero potrebbe sospettarmi di aver potuto muovere la mia mano in sua offesa.
Ma io temo fortemente il giudizio degli uomini: so che tiene in poco conto le stranezze raccontate se non sono ampiamente documentate. Ed io non ho alcun documento, nessuna prova, nessun testimone a discarico mentre ben tanti conoscono l’antica abitudine delle nostre dotte riunioni serali. Se mancano testimoni della scomparsa ve ne sono, quindi, molti che avrebbero potuto alimentare indegni sospetti sopra la mia persona.
Certo dovrei difendermi e – cosa abominevole – forse sarei anche costretto a mentire costruendo un alibi incerto solo per non descrivere l’assurda verità qui affidata alle carte. Chi, infatti, potrebbe dar credito ad un uomo che, sebbene per la maggior parte della vita retto e coerente (sia con la logica che con le umane convenzioni), oggi racconti a ignari questurini di strane distorsioni e di forze arcane? E che valore potrebbe aver mai l’esame accurato dei luoghi, se nulla, proprio nulla, è rimasto di strano o inconsueto e la stanza ove tutto è accaduto è adesso calma e regolare?
Certo nessun paladino di giustizia, per quanto attento e solerte, andrà mai a frugare nelle fessure del pavimento per scovare traccia di un qualche foro microscopico attraverso il quale Heinrich e la sua mirabile scatola, ove poggiava il piede, sono scomparsi. Oh, certo, nessuno, nessuno! E ciò è più vero pensando che anch’io, per primo, (e sono la parte ora interessata) stento a credere a quel che vidi.

Riprendendo la narrazione dei fatti è ora opportuno notare che nulla, proprio nulla accadde di memorabile al momento della sparizione. Di certo arcane forze si erano impossessate del corpo del mio amico comprimendolo e riducendolo alle dimensioni di un nano, poi di un giocattolo e infine a quelle di un topo ma io, immerso com’ero in quella dimensione, non mi avvidi di una così mirabile esperienza se non quando – poco prima della sparizione totale – egli divenne di misure microscopiche. Vidi un insetto, un piccolo insetto zampettare fra le assi del pavimento, e ciò – e solo ciò – mi parve assurdo.
Ritengo – ma è solo una mia impressione che non assurge a certezza – che solo allora, con la scomparsa anche della malefica scatola metallica, io sia stato in qualche modo liberato da una comunanza nella distorsione generale che si era impossessata della stanza: quella comunanza che mi faceva apparire quale cosa normale ogni evento mirabile.
Né potei osservare alcunché che potesse in alcun modo rendermi partecipe del processo diabolico: nessun fumo o fuoco o stridio: la sparizione avvenne nel silenzio più totale.
Io mi chinai sul pavimento, io cercai, io cercai per ore una traccia del mio amico e della scatola d’acciaio! Cercai un pertugio, una fessura, un buco attraverso cui erano insieme scomparsi. Nulla! E non cercavo una prova da produrre a mia futura discolpa. Oh no, no! I Giudici che leggeranno queste note devono pur comprendere che nessun dubbio mi assalì, in quel tragico momento, circa un mio futuro coinvolgimento! Io volevo solo riprendermi il mio Heinrich, il mio amico e compagno, tirarlo fuori dal pavimento, se possibile, riportarlo nella sua dimora, riprendere con lui le dotte discussioni di filosofia naturale che da gran tempo facevamo insieme alla medesima ora della sera e che tanto nutrimento davano alla mia anima.
Né mi venne in mente che Heinrich poteva ormai essere ridotto a dimensioni così piccole che qualsiasi rapporto con il mondo comune ne veniva impedito. Proprio Heinrich mi aveva spesso mostrato, su una grande lavagna, come le dimensioni possono essere modificate a piacimento, estese o ridotte in elaborate equazioni.
Ed è proprio quella lavagna, attaccata ad una parete del suo studio, che avrebbe potuto contenere, se non la storia degli eventi, almeno la loro causa. Forse quella lavagna avrebbe potuto costituire – per una Corte di giustizia – una qualche prova o almeno un principio di prova della mia innocenza. Purtroppo tutti i segni sono stati cancellati con maniacale accuratezza. E’ infatti risaputo che Heinrich affidava solo alla lucida ardesia i suoi calcoli più elaborati: non un rigo sarebbe stato trovato su carta, tal che possa essere validamente prodotto a mia discolpa. Egli soleva dire che solo le formule e le equazioni già convalidate avevano pieno diritto di albergare in un mezzo diverso dalla lavagna, ma non aveva certo supposto una così totale e definitiva esperienza per la quale, ora, io potrei essere ingiustamente condannato.

Quando uscii dalla casa, a notte fonda, mi sentii inghiottire da un’oscurità fredda e nemica. I radi lampioni diffondevano sul selciato del viale una luce liquida e malata che mi avvolse senza proteggermi. Lontano, oltre il filare dei platani, un nero più nero annullava le case e la strada, togliendomi ogni prospettiva, e io mi incamminai curvo sotto il duplice peso del dolore e del timore di un’infamia: due pesi che mi avrebbero inesorabilmente sospinto verso baratri a me sconosciuti ma di cui supponevo le nere profondità.
Neppure un passante, nella notte, alleggeriva con la sua ombra la desolazione del viale: ero solo con i miei pensieri e le mie pene. Poter dire le mie ragioni ad un qualsiasi essere umano avrebbe forse alleviato uno dei miei dolori. L’altro, il più grande, quello per la perdita del caro Heinrich, mi sarebbe stato più facile curarlo in seguito, con la consapevolezza della caducità della vita. Parlare con qualcuno, insomma, mi avrebbe almeno consentito di piangere il mio amico con animo triste ma sereno, allontanando – sia pure per qualche momento – il timore pressante di un castigo immeritato.
Ad un tratto un guizzo nero proveniente da una traversa attirò il mio sguardo. La traversa era quasi buia ma la necessità di sentire una voce umana era in me così forte da superare ogni paura. Così svoltai e m’incamminai dietro quell’ombra più scura davanti a me. Il lungo mantello dello sconosciuto, movendosi e allargandosi in accordo ai passi, mi fece venire in mente un grosso uccello rapace che stesse sforzandosi di aprile le sue grandi ali. Cosa dire ad uno sconosciuto nel cuore della notte? Quale scusa accampare per iniziare un colloquio?
Gridai con voce rotta che mi ero sperso nel dedalo di vie, mentii che non conoscevo il luogo; pregai lo sconosciuto con umiltà, chiedendo un’indicazione verso strade note. Ed ecco che la decisione di mentire anche su tali piccole cose mi apparve come l’inizio della caduta nel baratro dell’infamia, l’oscena necessità della menzogna come futura e labile regola di sopravvivenza.
Non vedevo ancora bene quel signore intabbarrato: egli era avanti di qualche passo e scoteva il suo mantello con andatura incerta, caracollando tra gli alberi del marciapiede, evitandoli a stento e oscillando quale pertica di nave sui marosi, senza che nulla potesse indicarmi se avesse bene udito le mie suppliche.
Pensai che fosse sordo o che, pieno di vino, si aggirasse solitario nella notte ovvero che egli, proprio come me, fosse a tal punto saturo di dolore che nulla, al di fuori di se stesso, esistesse realmente.
Tendendo l’udito mi sembrò, addirittura, che lo sconosciuto emettesse, a tratti, mesti lamenti simili a cinguettii mentre saltellava or qui, or là, come un enorme airone cenerino, sollevando a tratti le sue esili gambe d’uccello.

Più volte lo chiamai, avvicinandomi alquanto, e più volte lui, svolazzando il nero mantello tra i tronchi degli alberi, da me si allontanò. Ormai appariva chiaro che lo sconosciuto aveva timore di me e che mi evitasse proprio come un uccello che prima di beccare si accerti della mano che gli offre le briciole e i semi.
Non restava, quindi, che ammansirlo, renderlo domestico rassicurandolo con dolci parole. E così feci usando quelle arti che un tempo avevo appreso quando – ancor giovine – usavo cacciare con il falco pellegrino. Chissà perché, in quell’ora e in quel luogo, mi parve naturale agire in modo siffatto! E, strano a dirsi, la tecnica antica del nobile mestiere sembrò veramente adatta con quell’essere che, soffermandosi un poco, chiuse sul corpo ossuto, come ali, le grandi pieghe del mantello.
Continuai, così, a parlare e le mie parole fluivano mielose rompendo il silenzio fra gli alberi che numerosi e con fitti rami, coprivano un cielo senza stelle.
– Oh, signore, signore – pigolai – quale triste avventura, quale affanno vi impedisce di soddisfare le suppliche di un povero viandante? Non sentite, o signore, quanta mestizia alberga nell’animo mio? Non possedete, dunque, pietà? non compassione?
Egli non rispose ma, alzato un poco il mantello su un braccio, vi nascose interamente il capo e in tal postura ristette alquanto, il corpo scosso da singhiozzi, l’arcuato petto (che ora intravedevo a stento) sussultante a un ritmo inconsueto.
Poi, pian piano, sollevò l’altro braccio e il lungo mantello apparve come un’ala nera, sussultante e inferma e con quell’ala mi abbracciò fortemente, conficcandomi un poco le sue dita artigliate nel collo e facendomi scorrere, senza il ritegno più consono fra sconosciuti, lacrime tiepide sulle guance e sul mento.
Ecco sommarsi dolore a dolore – io pensai frastornato – Come portare giovamento a costui, come aiutarlo ad asciugare le sue lacrime, se ne ho tante da riversare anch’io?

Eppure, superato il primo stordimento, tentai di aprirgli il mio cuore rapportando il mio dolore al suo, quasi che il peso dei miei affanni potesse in qualche misura compensare i suoi, ma – governato pur sempre da paura – mi astenni dal manifestargli tutti i particolari e dissi solo che piangevo la perdita di un mio caro, intimo amico, quella sera prematuramente scomparso.
– Oh, la morte, cinguettò lui, la dolce morte che io invoco! Ben venga morte più che solitudine d’affetti!
– Anche voi, dunque – sussurrai – piangete la perdita di un caro amico? Di un parente, di un amore?
– Mia madre, caro il mio uomo, ecco chi piango! L’unico mio sostegno, l’unica amica, l’unico mio amore io piango… Proprio ieri ella è volata in cielo a tarda sera. Chi ora sosterrà i miei timidi passi, chi nella solitaria notte riscalderà il mio nido?
Certo mi accorsi che il mio dolore era di tanto inferiore al suo: la morte della madre!
– Perdonatemi – dissi – se con le mie parole ho disturbato la vostra intima pena. La morte lamentata da voi non può certo esser lenita da parole e quindi taccio. Solo il tempo, forse, potrà fornire lenimento a una perdita così immensa …
Così dissi e per buona misura mischiai le mie lacrime alle sue, ma egli, alle mie parole, sollevò un poco il piccolo capo e mi guardò sorpreso.
– Perché mai – cinguettò – parli di morte, caro uomo? Io non ho parlato di morte. Ella è semplicemente volata via nel cielo della sera con il suo nuovo amore, del tutto dimentica del frutto del suo uovo. Vedi lassù? – singhiozzò indicando un albero maestoso del viale – A mezzo di quei rami era il mio nido. Ed ella (che or non saprei se nomar madre!) mi portò fuori quasi a forza, allettandomi con succulenti vermi, e in tal guisa mi sospinse sul ramo fino a farmi cadere!

Tale fu la sincerità che emanava da quelle parole che le stesse non mi sorpresero punto e anzi mi fu spontaneo amare ancor di più quell’essere fragile e disgraziato che adesso vedevo chiaramente quale un grosso uccello e, per consolarlo, accarezzai il suo mantello di penne nere assicurandogli che – con la bella stagione e l’esercizio – avrebbe di certo acquistato la necessaria forza per volare e ritornare sul ramo, al nido amato.
Poi, nella foga di tanto amore, anch’io raccontai la mia strana avventura e la mia perdita e insieme lacrimammo a lungo e, a quel punto, fu lui a donarmi una consolazione. Mi disse, infatti, che nessuno al mondo, foss’anche ispettore di giustizia o accusatore, avrebbe mai potuto sospettare di un essere così amabile e che, se per avventura una tale situazione si fosse presentata, egli avrebbe potuto rappresentare a costoro il grande dolore che aveva visto nelle mie lacrime e nei miei sospiri.

Oh, come è vero che chi non ha nulla accetta di buon grado anche il pane raffermo! Io, quella notte, accettai volentieri la sua strana profferta d’aiuto. La testimonianza del mio nuovo amico alato mi apparve, e mi appare ancor oggi, oltre che unica, preziosa: è cosa risaputa, infatti, l’impossibilità, per gli uccelli, di mentire.
E con la speme che l’aiuto detta, ora affido alla carta queste note: unico cruccio è dato dal timore che l’uccello nero possa scomparire così come è scomparso il mio amico Heinrich: e non già per fatti fisici ma per il rinnovato vigore delle sue ali.
Accomiatandomi da lui, infatti, lo vidi allontanarsi saltellando, provando una rincorsa e agitando in modo sempre più vigoroso il suo nero lucido mantello.
Può darsi che riesca a volare prima che sorga il giorno. Forse scomparirà, diretto ad altri lidi; forse egli andrà in cerca della madre. Ed io? Resterò dunque solo davanti ad un abominevole Processo?
– – –

(*) – Non è possibile né la datazione precisa (1900?) né l’attribuzione della paternità dell’opera, tenuto conto che l’unico riferimento (una scolorita sigla “FK”, posta in calce al manoscritto), risulta assolutamente incomprensibile.
(NdT)

Enzo Maria Lombardo

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