La parodia nella comicità di Franco e Ciccio


A cura di Gordiano Lupi

Fabio Piccione nel volume Due cialtroni alla rovescia – Studio sula comicità di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia (Frilli Editori, 2004) compie una meritoria opera di rivalutazione che si pone controtendenza rispetto alla critica del passato. Franco e Ciccio non sono due cialtroni, ma due maschere comiche che affondano le loro radici nell’humus culturale siciliano, intriso di parodia e ironia popolare. La parodia siciliana è la rivincita del povero sul ricco e sul potente, manifestazione di festa e di felicità, un mezzo singolare di espressione culturale. La parodia è egualitaria, vuol dimostrare che tra gli uomini non ci sono differenze, espone un discorso comico facilmente comprensibile, volgare (in senso latino, da vulgus) e di immediata fruizione. In Sicilia abbiamo le novelle di Giufà (il falso tonto) e le maschere del Carnevale, situazioni primordiali legate alla parodia che Franco e Ciccio conoscono molto bene. I due comici sono dei falsi cialtroni, dei finti tonti alla Giufà, capaci di prendersi gioco dei potenti (che mettono alla berlina) e dei miti del cinema (che rifanno in parodia), ridendo di tutto con umorismo semplice e genuino. I bambini li eleggono loro beniamini, al punto da non sopportare il loro ruolo nei panni de il gatto e la volpe nel Pinocchio (1971) di Comencini. Ai bambini sembra impossibile che Franco e Ciccio – gli eroi di tanti pomeriggi passati nelle sale di terza visione – vogliano uccidere Pinocchio, per questo scrivono lettere di protesta alla Rai. Non accettano neppure Franco Franchi interprete sexy comico di Ultimo tango a Zagarol (1973), perché tradisce il vero Franco delle parodie, il finto tonto che fa ridere i bambini con le smorfie. E pensare che nella vita privata Franco e Ciccio sono fin troppo seri, come quasi tutti i comici ridono poco, ma se capita di lasciarsi andare è in compagnia dei classici di Charlie Chaplin, Buster Keaton (ci lavoreranno insieme!) e Totò. Il loro torto maggiore – dettato da un passato di povertà – è quello di lavorare troppo, senza badare alla qualità. Il mercato chiede i loro film ed è proprio merito di certi incassi favolosi se il nostro cinema può investire in progetti d’autore meno popolari.
Franco e Ciccio sono due clown amati dal pubblico e disprezzati dalla critica, forse proprio perché la loro comicità e legata a un genere poco capito come la parodia. La coppia sicula non interpreta parodie perché vanno di moda e perché garantiscono incassi sicuri, ma perché è il loro modo di essere attori, la loro comicità si forma su quel tipo di cultura popolare. Il cinema italiano conosce la parodia grazie a Totò, Erminio Macario, Raimondo Vianello, Ugo Tognazzi, Walter Chiari, ma l’arrivo sul grande schermo di Franco e Ciccio sconvolge gli schemi e imposta il discorso parodistico in termini ben più radicali. La critica non li comprende, massacra ogni pellicola con attacchi virulenti, ai limiti dell’offensivo, definendo la loro comicità stupida e volgare, non rendendosi conto di offendere anche il pubblico che affolla le sale e rifiutando di capire i motivi del successo. Franco e Ciccio pagano la stagione dell’impegno politico, l’eredità del neorealismo e l’assurdo intellettualismo di certa critica che, come diceva Fulci, “deve vedere mondine e partigiani per apprezzare un film”, ma che uccide lentamente il cinema popolare.
La comicità di Franco e Ciccio è apprezzata da un pubblico di poveri, forgiato nella cultura bassa, non viene accettata dall’ambiente alto del cinema ed è una comicità che trova il suo posto nella lotta antiborghese. Goffredo Fofi è il solo critico che – pur non amandola – cerca di capire la comicità di Franco e Ciccio, parlando di un umorismo popolare e genuino, rivolto alla piazza, fatto di avanspettacolo, di bassezza, di volgarità e di una comicità che (a suo parere) è la “muffa di un pane circense”.
Franco e Ciccio sono la parodia al cinema, due attori capaci di far regredire il pubblico allo stato infantile del divertimento. Giannalberto Bendazzi scrive su Letture (1977): “Franco e Ciccio non sono due personaggi, ma due stereotipi: il cretino (franco) e il mezzo cretino (Ciccio), proprio per questo la loro comicità non cambia mai, ma è ripetitiva fino all’esasperazione”. Sergio Frosali su La Nazione (1966) scrive: “Franchi e Ingrassia continuano la tradizione italiana pulcinellesca, una comicità diretta, senza alcun filtro intellettuale, pura buffoneria fisica, tutta retta su lazzi e strabuzzamento d’occhi, che discende dai palcoscenici improvvisati dell’avanspettacolo e dai carrozzoni viaggianti”. La parodia è il loro mondo, il loro brodo primordiale, l’humus dove crescono e si trovano a proprio agio, attingendo alla tradizione greca e latina, ma più direttamente agli antenati siciliani. La loro comicità è parodia che si basa su un linguaggio popolare, che comunica con lo spettatore attraverso il linguaggio diretto del corpo. Si può dire con Fabio Piccione che “i due comici esprimono un linguaggio parodico attraverso le maschere che hanno creato”. Il grottesco e l’ironia sono lo stile della loro comicità, portando verso il basso ogni modello e trasformandolo in parodia. Le loro stesse figure sono grottesche: alto e dinoccolato Ciccio, piccolo e con il volto di gomma Franco, pieni di gesti espressivi che spingono alla risata grassa e di smorfie inusuali nel cinema alto. Il loro linguaggio comico è grottesco, perché basato sul malinteso, sul qui pro quo, sull’ignoranza crassa esibita dal comico. Le maschere di Franco e Ciccio sono quelle di due cretini inadeguati a ogni situazione che nella vita vogliono solo cercare di farla franca nel modo migliore possibile, senza capire la realtà che li circonda. La parodia dei due comici è volgare perché va incontro al popolo, va interpretata come arte povera che si rivolge alla parte più umile e meno colta del pubblico.
La comicità di Franco e Ciccio deriva dalla commedia di Plauto, dalla poesia e dai canti popolari, dalle carnescialate (canti di carnevale), dall’opera dei Pupi (burattini siciliani), dai cartelli e dalle pasquinate (aneddoti del popolo contro il potere), da tutto il teatro popolare condito di improvvisazione farsesca. La poetica di Franco e Ciccio è la poetica del cialtrone, perché indossando due maschere – che sono due stereotipi comici – si comportano da veri cialtroni e mostrano un mondo alla rovescia.
Franco e Ciccio sono due attori che recitano a braccio, partendo da un canovaccio precostituito, ma basano la loro comicità sull’improvvisazione. Sono dotati di grande inventiva, si passano le battute, rispettano i tempi senza sbavature, secondo la lezione del cinema muto che prevede gag genuine, immediate, estemporanee, a base di torte in faccia e bucce di banana. Sono attori ma anche autori dei film e delle scenette televisive che interpretano, perché leggono il copione, lo provano, infine improvvisano e arricchiscono la sceneggiatura. Il grande successo di Franco e Ciccio si deve alla parodia, genere adesso relegato alla televisione, ma anche al loro modo di essere comici naturali, genuini e popolari. Il loro umorismo mimico fatto di lazzi, smorfie, calembour verbali, malintesi a non finire è perfetto per un pubblico di poche pretese. Franco e Ciccio sono il teatro di strada che conquista cinema e televisione, due comici spontanei che mandano in visibilio platee di ragazzini, due fantastici attori che giocano a fare i cialtroni.

Franco e Ciccio in Core ‘ngrato (1974): http://www.youtube.com/watch?v=g8d9jmeDiSc

Gordiano Lupi
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