La pace di Caterina 1


di Enzo Maria Lombardo

Quando l’amore svanì dalla mia vita come nebbia al sole, tutto il resto mi apparve come un vuoto; un vuoto opaco e viscido come plastica bagnata, con in bocca un sapore di nulla e in testa un’aspettativa di niente: uno spazio sterminato in cui vagavo sola e senza meta con un panorama sempre uguale.
In balìa di quel niente, quella notte rientrai nella camera che condividevo con la mia amica Caterina e vidi, al chiarore della luna che bagnava le coperte, che lei era ancora sveglia. Se ne stava sul letto, sollevata a metà sul cuscino e mi sembrò che sorridesse e che gli occhi le luccicassero come due piccole fiammelle nell’oscurità della stanza.
– Non dormi, Caterina? – sussurrai, ma lei non rispose e continuò a sorridermi. Poi si sollevò ancora un poco e mi fece cenno di avvicinarmi, dicendomi:
– Perché ti fai del male, Lia?
Io mi sedetti sulla sponda del suo letto e avevo tanta voglia di piangere e lei se ne accorse e mi accarezzò il viso e le sue dita erano fresche e mi facevano bene e sentivo come un fiume salirmi dal petto agli occhi e finalmente quel fiume sgorgò a forza e mi trovai a singhiozzare sul suo petto.
– Soffri così tanto, sciocchina, da piangere per lui? – mi sussurrò tra i capelli.
– No – feci io – Non è per lui che piango.
– E per chi allora? – disse.
– Per me – risposi – Cose mie. Pensieri.
Caterina aveva sollevato la coperta leggera in un invito muto: così mi stesi al suo fianco in quel lettino stretto e mi tenevo a lei per non cadere a terra.
Avevo bisogno di non stare sola in quel momento. Lei questo lo capì e mi accolse ripetendo “oh, sciocchina” e mentre mi carezzava i capelli, sentii una tenerezza che quasi mi sembrava di conoscere, una tenerezza antica come quella che avevo provato qualche volta, da bambina quando m’intrufolavo nel letto di mia madre.
Erano morbide e fresche, quelle carezze, passavano dai capelli alle guance e le sue dita seguivano il contorno degli occhi e mi asciugavano le lacrime prima di scendere sulla bocca, quasi disegnandola, e le sue dita mi facevano il solletico e io mi divertivo a seguirle con una parte della mente, mentre i pensieri diventavano sfumati, e a poco a poco smisi di piangere e la lasciai fare.
– Oh, sciocchina, sciocchina, – ripeteva lei con voce cantilenante, mentre le sue dita scendevano sul mio mento – tu non conosci gli uomini. Ti ho vista, sai? Sono giorni che ti vedo soffrire e io ho sofferto per te. Per cosa, poi? Per una cosa senza importanza.

L’avevo sentita altre volte parlare così, per questo non mi sorpresi ma riuscii a dire in un soffio:
– Non è vero…
– Sì ch’è vero – sussurrò lei dandomi un buffetto su una guancia – Ti si legge in faccia che soffri. E soffri tanto. Ma c’è dell’altro nella vita, dolcezza. Basta cercare…
– Cercare cosa? – balbettai in mezzo ad un torpore dolce che mi invadeva tutta.
– La pace, cara! – fece lei con una voce sempre più flebile ma decisa – Anch’io cerco la pace, Lia. Anch’io la cerco.
– Anche tu, Caterina? – bisbigliai, e intanto sentivo il tepore del suo corpo attraversare la stoffa sottile del pigiama e mi sentivo bene.

Le sue dita fresche adesso disegnavano strani ghirigori sul mio collo e il tocco leggero delle sue unghie faceva risuonare qualcosa sotto la pelle.
– E dove? – continuai – Dove bisogna cercare? – la mia voce m’arrivò attutita, come detta da un’altra. Sembrava che tutto fosse concentrato nel tocco delle sue dita, in quel solletico dolce che seguivo con la mente e che sembrava m’accompagnasse al sonno.
– Oh, cara, cara! – sussurrò – E’ dentro di noi, la pace, lo so! Ma è ben nascosta, sai? Nascosta dai pensieri. Nascosta dalle cose. Ed è tanto difficile trovarla da soli! Io ho provato, amorino mio, ma è difficile. Non ci riesco.
Poi socchiuse gli occhi e vidi che il suo sguardo, dalle fessure delle palpebre, si perdeva lontano, come se volesse evitare di guardarmi, mentre sussurrava:
– Vuoi aiutarmi a trovarla, Lia? Magari insieme… Chissà. Magari ci riusciamo insieme …
– Insieme? – feci io. – Ma come posso aiutarti? Pensandoci, forse la vera pace è nel sonno. Prova a dormire, Caterina. Oh, se si potesse dormire, dormire… annegare il dolore nel sonno, cancellare i pensieri, gli inganni, i brutti sogni…
Lei m’interruppe poggiandomi una mano sulla bocca:
– Non dirlo, Lia, non dire questo! A volte il sonno è peggio della morte, specie quando i fantasmi ti vengono a cercare, ti scrutano dentro e ti squartano l’anima riempiendola di incubi e paure…
– Paura, Caterina? Paura di che?

Caterina, invece di rispondermi, m’abbracciò forte e mise la sua faccia, nascosta dai capelli, sul mio petto e la sentii singhiozzare e fra i singhiozzi ripeteva il mio nome a cantilena e sempre restando in quella posizione, mi carezzava tutta, tremando come se avesse la febbre e il mio nome, così ripetuto come una preghiera, sembrava il nome di un’altra, di un’altra Lia, una che potesse darle davvero la pace che cercava.
Pian piano la sua voce era diventata più cupa, più impastata, e il suo viso era vicino al mio, bianco come di cera in quel chiarore che entrava dalla finestra.
E’ questa la pace, Caterina? – pensai mentre cominciava a salirmi dal ventre una tenerezza strana, un languore – E’ questa la pace che cerchi? E’ più del sonno? E’ come quando perdi tutti i pensieri e non ci stai più con la testa in mezzo al fumo?
Ma io non sono buona a cercare, Caterina – continuai tra me e me mentre sentivo premere i suoi seni contro i miei – non so proprio da dove cominciare…

Adesso il suo viso era tanto vicino al mio che riuscivo a vedere solo le macchie bianche dei suoi occhi galleggiare nel grigio chiarore della stanza. Macchie bianche in un mare di latte. Il resto era scomparso nella nebbia.

Doveva esserci la luna da qualche parte, là fuori, ma dentro quella stanza nulla era reale, neppure il chiarore della luna.
E mi sembrarono nebbia e fumo anche le cose: il cuscino, il lenzuolo. Era reale solo il suo viso, così vicino al mio. E l’odore di quella nebbia era l’odore dei suoi capelli.
Quando la sua mano fredda si insinuò sotto la camicia del mio pigiama, vidi che lei serrò forte gli occhi e nel suo viso spuntarono tante rughe nuove, come per un dolore o uno sforzo. Poi quella mano scese a cercarmi l’ombelico e risalì sempre più nervosa tra i miei seni a giocare con i capezzoli mentre ripeteva il mio nome più forte, quasi con rabbia. E non vidi più neppure le macchie bianche dei suoi occhi vagare nell’aria di latte, perché tutto era ormai troppo vicino e sfocato…
E’ questa la pace che cerchi insieme a me? – mi ripetevo mentre un rimbombo mi martellava dentro e mi veniva difficile pensare – E’ questa la pace che anch’io devo trovare?
E sentivo le sue dita fredde toccarmi dappertutto. Dita mi afferravano i fianchi, dita mi stringevano i seni. Dita e unghie scorrevano impazzite cercando di entrare nel mio corpo, artigliandomi la pelle, graffiandomi le spalle e il petto. Ma non c’era dolore. Non c’era dolore… E sentii muoversi anche le mie mani. Si muovevano da sole e cercavano, cercavano, cercavano, incrociandosi con quelle di Caterina, umide e nervose.
Ricordo che ad un certo momento mi passarono sul viso e sulle labbra tanti fili sottili, come di seta. Erano i suoi capelli che oscillavano, mi coprivano il viso e mi cadevano in bocca e io li spezzavo con i denti per sentirne il sapore. Masticavo capelli, ingoiavo capelli mentre una carezza umida mi si attorcigliava in bocca, fra lingua e denti.

Poi, nella stanza, si alzò una nota modulata, una sola nota che prima oscillò timida e attutita, quasi soffocata dalle lenzuola, poi si fece più forte, più acuta, così stridente che mi parve un grido strozzato e, dopo un poco, a quella nota se ne aggiunse un’altra che sentii uscire dal mio petto, e quelle note vibrarono insieme e insieme si spensero, perdendosi tra le pareti, come un’eco.

Non so quanto tempo restammo sdraiate in silenzio. Sapevo che Caterina non dormiva: forse, come me, stava guardando le ombre che si muovevano sulle tendine della finestra, come fantasmi.
Anche se mi stava vicina, attaccata a me in quel letto piccolo, non sembrava esistesse più, al punto che anche il suo corpo non lo sentivo, quasi fosse svanito nella nebbia e al suo posto ci fosse solo un manichino di legno e stoffa, uguale a quelli che usano i sarti per fare i vestiti su misura.
E sentivo a stento la sua mano che era rimasta attaccata alla mia, come per portarmi insieme a lei nel sonno in cui stava pian piano scivolando.

Forse anche la luna aveva conquistato la sua pace e doveva essersi addormentata fra le nuvole, perché adesso il suo chiarore arrivava a stento a rischiarare le tende immobili nella finestra aperta. E riposava anche il vento che non smuoveva più le foglie degli alberi vicini.

Enzo Maria Lombardo

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Brano tratto dal romanzoLia di Porta Portese” scaricabile in e.book gratuito sul Sito “Copylefteratura”, in formato PDF, e-pub, kindle, all’indirizzo: http://www.copylefteratura.org/?p=483

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Un commento su “La pace di Caterina

  • Corrado S. Magro

    Mi sembrava averlo già letto. Questa frase comunque merita una riflessione. “un vuoto opaco e viscido come plastica bagnata, con in bocca un sapore di nulla e in testa un’aspettativa di niente”.

    Molto forte