La nebbia è solo grigia


raccontidi Corrado S. Magro

Un panorama che spazia fino alle ultime creste delle colline che si affacciano sul mare. Al di là, le acque del profondo Ionio, accarezzate dai primi raggi solari sciabordano contro le sabbie dorate delle rive. A destra il declivio con il cielo limpido lascia scorgere la fetta che nel blu taglia per sél’Isola delle Correnti.
Mi vedo sorvolare mentalmente la costa incorniciata dai lidi che si susseguono. Immerso nello spazio,navigo con il giardino terrazzato, un angolo di Eden adornato di siepi, gelsomini, e fiori da chi gli ha dedicato una vita fino a quando avanti negli anni, a malincuore, decide di separarsene.
Addii che si ripetono nel quotidiano, pietre miliari del divenire, addii che nella notte serena, a intervalli regolari, analoghi a quelli del verso del gufo che apre e richiude le palpebre, erano timidamente sfiorati dal lampeggio del faro di Capo Passero.
Varcato il cancello scesi dalla vettura.
Rimasi un attimo a osservare, poi girai lo sguardo su di lei che restava mansueta, le cinture allacciate, quasi volesse continuare verso un’altra meta.
Ero andato al suo incontro all’aeroporto e durante il tragitto mi aveva chiesto dove avremmo trascorso le prossime settimane. Inutile precisare luoghi e dintorni. Non ricordava, le erano estranei.
«Siamo arrivati. Puoi scendere,» mi guardò incredula, smarrita. «Ti piace?»
Non rispose. Poi dopo una lunga pausa:
«È qui?… Dove mi porti?»
«Staremo bene. Vedrai. Ecco Maria e Paolo.»
I vecchi proprietari ci attendevano contenti di vederci arrivare. Da una vita ci univa una lunga amicizia mai soggetta a screzi.
Sorrise più per forma che per convinzione. Senza considerarli estranei, faticò a porli nella giusta luce.
Chi, cosa era per me quella bella signora che mi abbracciava, e chi lui? Perché ci conoscevamo?
L’aiutai discretamente introducendo nei convenevoli nomi di parenti comuni che poteva ricordare. Arrivato da alcuni giorni avevo disfatto le valigie e preparato la stanza che ci accoglieva. Forse avrei dovuto aspettare, facendola partecipare. Era la domanda che mi ponevo e mi pongo ogni volta quando faccio qualcosa che riguarda anche lei.
Una domanda che sorge dai lunghi anni vissuti insieme senza passione sì, ma nel pieno rispetto, il rispetto verso il prossimo, ora consolidato dalla fragilità e incertezza del suo presente e del futuro che l’attende.
In questo momento sono seduto rilassato in una comoda poltrona in un ambiente quasi ovattato; pigro, inoperoso in un angolo ancora tutto mio. Tosse e raffreddore mi tengono in ostaggio. Osservo il platano che, attraverso le lamelle ad angolo degli avvolgibili,si rispecchia nei vetri dell’armadio. Foglie e rami sono scossi dalla brezza. Fra poco sarà nudo, il suolo coperto di giallo avvizzito. È autunno. Rimarranno alcuni fiori superstiti che dondolandosi al lungo peduncolo, resisteranno alle intemperie. Chi va si protegge, l’aria divenuta improvvisamente più rigida.
Nell’isola,il torrido la faceva e la fa ancora da padrone.
Avevo rinunciato a dividere provvisoriamente il letto con lei. La notte avevo il respiro pesante e lei ipersensibile ai rumori una volta era emigrata sul sofà di un vano adiacente. Quando me ne resi conto presi il suo posto. Decisi che in futuro avrei passato là le cinque, sei ore di sonno che mi concedevo, nonostante fosse scomodo, tanto da attendere con impazienza l’ondata di luce dell’alba. Bisognava schermare con tende e tendine un sole pieno di forza. Ogni tanto nella penombra della notte la scorgevo in giro. Vagava in cerca di qualcosa, toccava un mobile, sfiorava un angolo:
«Cosa cerchi? Che ti serve?»
O non rispondeva o diceva: “nulla”, e poco dopo se ne ritornava a letto.
I vecchi proprietari erano rimasti il tempo necessario per introdurmi, spiegarmi i circuiti d’irrigazione e mostrarmi dove stavano attrezzi e suppellettili che lasciavano in dotazione sul posto. Durante la loro breve presenza era Maria che si adoperava a pulire, mettere ordine, cucinare. Partiti, il compito fu mio. Mi resi conto che non avrei avuto nessun contributo.
Per evitare i costi non indifferenti del lido a pagamento, mi ero attrezzato di tutto punto. Non era entusiasta ma si adattava senza grosse rimostranze. Importante era il mare, la sabbia presente nel suo passato dopo decenni che ci avevano visto trascorrere le vacanze negli stessi luoghi.
Una sola volta, e mi meravigliò, a chi le chiedeva se si recasse al lido Desiré aveva risposto:
«Ricordi e tempi ormai lontani,» quasi a dire “devo adattarmi a chi decide per me”. Rimasi scosso, ma il posto sotto l’ombrellone con letttini e sdraio già pronti era semplicemente un miraggio.
Del mare dopo una, due ore, io ne avevo abbastanza. Lei sarebbe rimasta notte e giorno sulla spiaggia. In costume da bagno, longilinea, un insieme di ossa, articolazioni e giunture pronunciate, scheletriche. Si nutriva ma fumava tanto. Eppure, raro un mal di testa o un raffreddore. Spesso aggressiva nei miei confronti, forse un’autodifesa, un sussulto del subcosciente.
Quel giorno non lo scorderò.
«Sono le undici e un quarto. Fra una buona mezz’ora ci avviamo, così potrò preparare per mezzogiorno.»
«Posso andare ancora una volta in acqua?»
«Non restarci molto.»
Spense il mozzicone nella sabbia e si avviò. Seduto sotto l’ombrellone la vedevo nello specchio di mare antistante. Nell’attesa forse chiusi le palpebre o mi distrassi. Quando tornai ad osservare era sparita. Non mi preoccupai. Non era ancora il momento di andare. Mezz’ora dopo non spuntava. Mi misi alla ricerca lungo quasi un chilometro di battigia affollatissima. Era passata un’ora e ancora nulla. Preoccupato mi recai dagli addetti al salvataggio. I ragazzi spinsero in mare il catamarano perlustrando le acque antistanti. Ritornarono senz’alcun risultato. Con la sabbia che scottava sotto i piedi, il timore del peggio faceva capolino. Prima ancora di prendere ulteriori decisioni, assieme ad altri che si prestarono a darmi una mano, continuammo a cercare. Nulla. Quasi due ore dopo, trafelato mi raggiunge uno del salvataggio:
«L’abbiamo trovata.»
«Dove?» feci con un sospiro di sollievo.
«Più avanti. Nell’altra direzione… ma lei si sente male? È pallido come la morte. Vuole un sorso d’acqua?»
«Grazie, va.»
Mi avviai a passo sostenuto. Quando la raggiunsi, lieto di vederla, non le feci alcuna osservazione. Chiesi solo con un tono di voce il più normale e calmo che mascherava il mio stato d’animo:
«Dove sei stata?»
«Non lo so, perché?»
«Dai andiamo,» e raccolsi le suppellettili avviandomi.
Questo evento le è e resterà ignoto. A che serve raccontarle qualcosa che per lei non è mai stato? Forse era andata al Desiré.
Il mattino quando il sole iniziava ad accarezzare a Est le creste delle colline, attrezzato di tutto quello che necessitavo, andavo nell’orto. C’era da dissodare, vangare, irrigare o raccogliere legumi buoni da cucinare. Smettevo quando non ero più in grado di arginare il sudore.
«Vieni a vedere quante cose ci stanno. C’è anche della frutta.»
«No.Che programma abbiamo oggi?»
Domanda questa divenuta assillante, ossessiva, ripetuta un numero imprecisato di volte, accompagna anche i giorni attuali, ma meno intensamente.
«Nessun programma. Viviamo la giornata.»
Non l’accettava e insoddisfatta ritornava alla carica:
«Più tardi andremo al mare.»
«Ah!»
Cinque minuti e la richiesta del “programma” si rifaceva viva sganciando una reazione alla quale ogni tanto seguiva una risposta forse fuori misura che poi mi metteva a disagio. Cucinavo, pulivo, lavavo, mi occupavo di tutto, stabilivo e mi procuravo il fabbisogno, tenevo i rapporti con parenti e conoscenti, preparavo l’arrivo dei familiari che presto ci avrebbero raggiunto. Il proposito di darmi alla lettura dei libri portati con me, l’avevo dovuto accantonare. Cosa avrei dovuto ancora programmare? Ma potevo fargliene una colpa?
«Vita di merda! Voglio tornarmene a casa o andare a Farfaglia,» là dove fratello e nipoti hanno la masseria.
«Se vuoi tornare a casa cambio il biglietto aereo e ritorni.»
Non rispondeva. Riusciva ancora a rendersi conto che sarebbe stata sola e non ce l’avrebbe fatta. Una volta, mentre ci apprestavamo ad andare da chi ci aveva invitati, dopo la sua ennesima invettiva contro la vita che la obbligavo a condurre, persi il controllo:
«Vattene! E subito!» le ordinai con voce alterata.
Non rispose nemmeno ora. Chinò il capo, si richiuse in sé e io mi sentii male. Per uno due giorni evitò di chiedere.
Alcuni mesi prima, alla clinica, facevamo il punto della situazione. Una neurologa pane, burro e marmellata, alla mia suggestione di provare un metodo diverso di allenamento cerebrale, non solo contrapponeva un netto rifiuto ma le raccomandava di resistere, di non farsi mettere sotto pressione. Si pronunciava così su qualcosa di assodato per i risultati ottenuti, solo perché non lo conosceva ed era un “povero ignorante” a proporlo. Lei recepì stranamente bene il messaggio, assumendo anche per il resto un comportamento di rifiuto assoluto, che già in passato accettava di adattare sotto l’evidenza dei fatti. Solo lo sviluppo della patologia: l’insicurezza, l’ha resa ora più malleabile, condiscendente.
Farfaglia era il punto di riferimento e polo di attrazione, sebbene ai tempi privo delle comodità del posto che ora ci ospitava. Perché? Semplice. Nei suoi ricordi c’era il passato di decenni prima. I ragazzi ancora piccoli o adolescenti, il fratello ci metteva a disposizione un’ala tutta per noi. Sono ricordi che anche io guardo e riesumo con piacere parlandone, sebbene impossibile a riviverli tali e quali, condizioni ormai cambiate, posti occupati dalle nuove leve. C’erano, e ci sono, le stalle con tanti animali, c’erano i cani che spesso di notte non smettevano di latrare facendola brontolare: un passato bucolico in un ambiente che i figli durante le vacanze assaporavano.
Fui costretto ad accontentarla e due volte su tre, se non tutte le sere, sedevamo alla tavola che la nipote, lavorando dalla mattina alla sera sempre di corsa, occupandosi dei genitori anziani e con uno stato di salute precaria, apparecchiava con piatti saporiti per tanti commensali.
La ultra ottantenne moglie del fratello affetta da demenza:
«Non si vedono più mosche.»
«Beh ma queste cosa sono?»
«Sì ma non come negli anni passati.»
«Ah!» facevo.
«Gli uccelli sono spariti.»
«Non fa più caldo come una volta,» eppure si crepava.
Sedute accanto, le due donne rivangavano insieme un passato rimesso a nuovo, travisato. Spesso la nipote dava loro qualcosa da fare: pulire i legumi, preparare un’insalata.
Occupate e continuando a lagnarsi passavano il tempo, e lei per un po’ si sentiva nuovamente in vacanza.
Abitavamo il villino da diverse settimane. Presto sarebbe arrivato uno dei figli con moglie e suoceri.
«Daniele, viene dalla …?»
«Sì. Lui come noi d’altronde, abita là da sempre.»
Poi guardandosi attorno, confusa:
«Ma dove dormiranno? Non c’è posto. Ci tocca partire.»
«Ma no! La casa è su due piani. Vieni su…» saliamo la scaletta interna a chiocciola, «…vedi ci sono due grandi stanze da letto, una l’abbiamo occupato per una settimana. Guarda, sono più belle dell’angolo che giù ci ospita, anzi sono lussuose, e godono di un piccolo soggiorno con una veranda stupenda.»
La confusione che rasentava il panico si riaffacciava il giorno dopo o quando il discorso cadeva sul figlio.
«Quando veniamo dal mare, per favore prima di entrare sciacquiamoci e allontaniamo la sabbia dai piedi.»
Non c’era verso. Dovevo impedirle d’impossessarsi delle chiavi di casa e anche allora:
«Posso prendere dentro le pantofole prima di andare sotto il rubinetto?»
Qualcuno in Sicilia le chiese se fosse venuta nell’orto.
«L’orto? No. Dov’è?»
Vive nel terrore di rimanere sola se dovessi occuparmi diqualcosa fuori le mura dell’appartamento, o che non torni più. Lontano dalle mie orecchie in un momento forse meno fosco confidava ad alcuni parenti:
«Speriamo che possa morire prima di lui.»
Qui al mattino da poco fuori dal letto, spesso mi chiede con apprensione:
«Stai uscendo? Dove stai per andare?»
Cerca nel calendario murale dove annota appuntamenti e date:
«Che giorno è oggi?»
«Che programma abbiamo?»
Si allontana verso la stanza dove sta il suo computer. Gli stessi giochi la occupano.La TV accanto, che giù rifiutava di guardare perché non esisteva nel passato trascorso nell’isola, sciorina immagini e notizie senza pausa. Lei ascolta, ma forse non vi presta attenzione. Ogni tanto riempie qualche casella dei cruciverba con i termini ripetitivi che ancora ricorda, fuma accompagnandosi con una tazza di caffè,viene e domanda:
«Cosa devo fare?»
Non ho nulla di convenevole sotto mano. E allora va, lo sguardo vuoto, vaga in un mondo di figure fluttuanti, amorfe, avvolte dalla nebbia di un tunnel senza sbocco. Alzheimer!

Corrado S. Magro

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