LA MEDUSA DI MARINO E LA MATERIA CHE SI FA ARTE


A cura di Augusto Benemeglio

1.La Medusa di Marino

“Materia d’artista” , pastelli e bronzo di Enrico Benaglia e Francesco Zero , non è stata la solita mostra di metà gennaio , tra grigi silenzi di neve e svanite epifanie, ma un vero e proprio evento , un’acrobazia impossibile tra il nuovo e l’antico , tra la carta, il bronzo e il marmo, tra specchi verticali e frammenti di delfino , cercatori di stelle e grifoni alati ,tra portatori d’arte e pesci assetati , tra movimento e la staticità di una Medusa , simbolo della pietrificazione . E’ la Medusa che si trova nel Museo Civico Archeologico “Umberto Mastroianni” di Marino, un volto di marmo bianco di grana grossa , ignoto e misterioso ,che forse somiglia più ad una Minerva funeraria; una testa sfregiata e mutilata dagli insulti del tempo e dell’incuria, che ha visto scorrere tra le sue pupille cieche secoli di abominazioni , spade, specchi accecati e sangue ; è un volto che in nulla somiglia alla raffinata e barocca Medusa berniniana che sta al Louvre , metafora dello scultore che ha il potere di lasciare “impietrito” dallo stupore chi ammira la straordinaria abilità del suo scalpello. E tuttavia questa maceria antica , venendo a contatto con la nuova materia d’arte , si è come deformata, dilatata a dismisura , gonfiandosi di qua, accartocciandosi di là , diventando volto picassiano , maschera grottesca, grido di libertà , onda di mare, spettacolare collezione di frammenti e di meraviglie colorate , gesti contorti e brividi disperati , passi di danza, labbra come ali di farfalla, insieme ai detriti, rovine, monumenti , il tutto a crogiolare nel fuoco rovente di un’esplosione che annuncia un nuovo mondo .

2. Un’esplosione silenziosa.

Vi è stata , in questa mostra , curata dall’eccellente critico d’arte Serena Borghesiani, come un’esplosione silenziosa , un’illuminazione, un viatico, un presagio, una via d’entrata nella storia per il viaggio dell’arte attraverso le radici dell’uomo . Ma molti di noi, tarati sul disincanto , (cinismo ,furbizia e opportunismo che rosicchiano tutto) sono totalmente immersi nel kitsch consumistico e non se ne sono accorti . Ed è un vero peccato , perché quel che vedi ti entra dentro e ti tira fuori quella parte di te che conta davvero , ti perdi il lato epico della verità , come diceva Benjamin, o il senso di ribellione e compassione che sono sponde dell’anima che, soprattutto i giovani, dovrebbero coltivare e praticare. L’arte è un tramite , un passaggio , una fibra della vita dell’universo che si riconosce e si specchia nella sua materia, ma è anche una testimonianza che talora si fa profezia. Più che i politici e gli economisti, ascoltate gli artisti, sono loro che descrivono la realtà e la trasfigurano , consigliava un re illuminato. E’ , in effetti , una galassia di input che ti arriva addosso, senti l’onda d’urto che ti fa vibrare , e ti ritrovi d’incanto, come gli antichi innamorati, vicino al cuore delle cose – Ricuperi la tua memoria antica d’ arpe , flauti e violini scordati , le figure danzanti, gli acrobati e i mangiafuoco de “La Strada” felliniana , clowns , tamburi e bruciatori di stelle, maschere , pupazzi e marionette di carta , cavalli e angeli di bronzo , e devi dire grazie a loro , Zero e Benaglia , che hanno scelto questa location non a caso , consegnandosi , -coscientemente o meno , – al giudizio della storia dell’eternità insieme alla Medusa di Marino e agli altri reperti , ruderi e frammenti del Museo , il corpo di un satiro , l’affresco di un santo felice , il volto enigmatico di una Venere Pudica , e quel niente che rimane di due grifi alati e un delfino di marmo bianco , onde marine e tanti sguardi seppelliti di ignoti scalpellini , memorie di memorie, sentieri immemorabili, una sorta di bricolage dell’anima che si forma dietro il vetro di uno specchio di cristallo.

3. Dietro lo specchio

Ma chi c’è dietro quei vetri , quegli specchi che straziano il silenzio e irraggiano nel vuoto lo stupore d’una Medusa misconosciuta, simbolo di un museo che sorge dalla ceneri di un’antica chiesa gotica? Chi c’è dietro i clown , gli acrobati , le danze colorate di carta musicale riciclata che diventano fiabe e incanti? Chi c’è dietro il bronzo sonoro di piccole statuine non levigate , appena sfornate dal fuoco, da quella caldaia di umanità fumante che ha dimenticato rapidamente la sua cera a vergine d’api (“solo con quella cera riesco a cogliere l’attimo fuggente”, dice Zero ) , e non sente più la sua carne rosa? I due maestri ci aprono le porte e c’introducono nel territorio dell’allegoria, della metamorfosi, dei simboli, dell’indicibile , per cercare questo, o trovare quello , e poi magari si trovano altre cose , si trova noi stessi nei pastelli di Benaglia , “farfalle che profumano di libertà” , polveri colorate, impasti alchemici e femminei ( “bisogna dare il pastello sulla carta , come una donna si incipria”, diceva Marc Chagall), e nei bronzi di Zero , piccole statue intense e vive, metafore di movimento e libertà, dramma e passione , bilancia instabile di corpi intrecciati nel vuoto , energia allo stato puro, materia inerte che si reinventa e si fa metamorfosi dell’arte.

4. La spina dorsale di un dinosauro

Eccole, le dieci piccole sculture di bronzo che , viste dall’alto , assumono la sembianza di una spina dorsale di un dinosauro ( di stampo vagamente giacomettiano) , una serie irrelata che crea uno scenario , un teatro di gesti, di situazioni e di eventi dentro un delirio circolare di movimento , una ricerca di libertà, di eternità, – come scrive Serena Borghesani – in cui si fondono reperti museali, scultura e pittura, artigianato. Forse i cavalli, le danzatrici, i clowns , le marionette quando fa buio, scendono dai loro piedistalli, o dai quadri e si confrontano , si parlano tra loro e con quelle statue ancora indecifrabili degli ignoti scalpellini e incisori marinesi di duemila e più anni fa, che lasciarono la loro eredità funeraria nell’antica città del granito dormiente e della passione della brace pietosa. Qui visse Gaio Mario nella sua grande villa , e la poetessa Vittoria Colonna , qui nacque il grande scienziato Domenico Leone Pacini, pioniere dello studio dei “raggi cosmici” , teorico della “radiazione penetrante”, premio Nobel per la fisica, qui vennero spesso a cantare Petrolini , con la sua voce lunare , e Claudio Villa , tenorino di Trastevere . Oggi , tra le diverse bande, c’è la “Volemose bene”, coi martelli, i tamburi, i botti, la tromba e i flauti che suona e canta quelle canzoni di sempre , la gita a li castelli, la sagra dell’uva , tanto pe’ cantà.

5. Benaglia- Senecio

Benaglia è pittore, scenografo, incisore, accanito inseguitore di sogni e di città dei balocchi , sospeso tra Pinocchio e Rimbaud , tra Walt Disney e le piatte zonature cromatiche di Leger , tra Gozzano e Charlie Brown , tra le marionette de il balletto plastico di Depero e il canto dell’usignolo di Stravinskij, uno “che sa cogliere l’attimo, l’immediatezza , l’idea che ferma il tempo” , come scrive Serena nel depliant della mostra. E’ un artista che si è formato alla scuola romana dei Fazzini, Purificato, Gentilini, Omiccioli, che oggi hanno tutti una via o una piazza a loro dedicata nelle parti di Acilia. Enrico mi ricorda , di getto , il Senecio di Klee , un volto a metà tra l’essere umano adulto e l’infante, tra il fiore (Senecio) e il filosofo romano Seneca . E c’è , in alcune delle sue opere , quell’aspetto tra l’incantato e l’ ironico, una sorta di spensieratezza tipica dei bambini, che è uno degli aspetti giocosi dell’arte del primo Paul Klee. Ma forse il pittore che più gli si apparenta – religione a parte – è Marc Chagall , con il suo mondo di fiaba, il mito che fa da succo e da substrato alla storia. Anche per lui tutto diventa circo: si cammina sugli alberi con l’uomo che brucia le stelle , e le medesime stelle le puoi trovare come pacco dono sulla porta di casa, serrate in una molletta per i panni; e poi il tenerissimo pesce assetato che va a bere alla fontanella romana ( anche tra gli animalisti non c’è nessuno che abbia pietà per i pesci) , o la ragazza dai capelli frastagliati che vola sulla ringhiera delle scale. L’uomo ritrova la sua libertà, il peso che lo piegava è sparito, egli cammina leggero e non tocca terra. Non svegliate il pittore!, diceva Breton. Sogna , e il suo sogno è sacro. Segreto. Avrà sognato la sua pittura e la sua vita. La sua notte è il mondo , in cui porta la sua luce. “ La mia felicità è quando riesco ad esprimere tutto quello che ho dentro attraverso l’opera . Ogni vero artista si sente al centro del mondo” .Egli riesce a cambiare il mondo con la sola forza della sua arte; talvolta il genio è solo un colpo di tosse, uno starnazzare d’ali al momento giusto , o un escremento d’artista .” Importante è correre”, dice Benaglia , non senza ironia .C’è in lui , vivo, sedimentato, il sentimento del colore, l’ingenuità , lo stesso candido stupore di chi guarda le cose per la prima volta , con l’occhio e il cuore del fanciullo, l’emozione sincera , ma anche il rigore severo , geometrico , degli spazi , le velature , le prospettive e le architetture interiori; il delirio del cielo si apre come attraverso una specie di chiusura lampo e ti “cade come una sciarpa celeste obliqua sulla spalla”, che è poi magari quella dell’amico Zero, o del catalano Mirò surrealista pieno di stelle filanti e code d’aquiloni ,creatore di un universo immaginifico che è in ognuno di noi, nel proprio paesaggio interiore.

6. Il berretto di Francesco Zero

Francesco lo conosco ormai da molti anni, sia come artista che come uomo e amico di lungo sodalizio, roba da caffè Pascià , amene barzellette ,battute ironiche , o di avventurose navigazioni nel mare magnum della cultura e dell’arte ; ricordo l’Aris e il fil rouge Rome-Paris , gli incontri con i pittori parigini nel chiostro di Ostia , le attese al Municipio per progetti a cui in realtà nulla interessavano i politici di turno , tutti , o quasi, dotati più di panza che di ideologia e sensibilità artistica. Francesco lo ricordo da sempre con l’eterno berretto da coach americano , e senza cravatta , anche nelle occasioni solenni ( forse le odia per via di un sogno di mezza estate tutto shostakoviciano). E’ un uomo ricco di spirito , disponibile, dotato di dialettica, versatilità, intelligenza, ironia finissima, sa riconoscere il calice delle vocali e delle consonanti lievi o incendiarie. Persona dolcissima, squisita, dal tocco lieve, con cui ci siamo sempre molto divertiti un po’ a sfotterci amabilmente , ma come artista egli sente l’addensarsi della storia , ha piena coscienza di sé , della ricerca costante della verità. In realtà egli vede gli uomini come marionette che preludono al dramma, allo sfacelo inevitabile , alla impossibilità della liberazione da loro stessi , dalla pesantezza dell’essere . L’ estetica e la poetica della danza, del volo, della liberazione dal peso di gravità rimane un’ utopia , un sogno delle sue preziose statuine, come quell’opera – scrive Ennio Calabria – che rappresenta una sorta di angelo con una sola ala , commovente nello spasimo di un impossibile volo. Ormai Francesco ha deciso da tempo (genialmente ) di spendere la sua seconda vita nella scultura, farsi cantore, aedo della materia , con sprazzi che vanno da Giacometti a Rodin , da Scipione a Schiele, da Klimt a Kokowska , con lampi di tenebra caravaggesca , una narrazione vagamente romantica , stendhaliana , ma con musica decisamente bachiana , da organo e canne sonore , con gli spazi che – pur nella loro cristallizzazione – si animano, hanno forza e grande energia, i cavalli nitriscono , le donne danzano e fanno olè, il Cristo che porta la Croce dell’Arte rotea , e tutta la materia maternale è delirio che vortica , si muove , si carezza , o si crocifigge. E’ un’ emozione che trabocca e scintilla. Siamo nel versante espressionistico , ma la cattura dell’istante è puro impressionismo . E sul muro junghiano c’è la propria ombra riflessa; una fiamma alimentata e circondata da cento soffi di leoni , ma anche un’anima smarrita tra le sensazioni d’estasi e le ricadute sulla terra con i fuochi fatui della vita di tutti i giorni dove i sensi si aprono come in una notte magnetica ( “Tu ridi – nuda – nei giardini della fiamma”) ..

7. L’arte è senza futuro?.

Ormai non contano nulla i critici d’arte, i professori delle Università, le Accademie, i galleristi, gli appassionati di turno ( quorum ego) . Chi determina il mercato e quindi decide se è un’opera è arte o meno, sono le Grandi Lobby che detengono il potere del mondo, e quindi anche dell’arte. L’artista è un calzolaio, un falegname o un barbiere qualsiasi, nulla di più. E tuttavia chiedo a loro se l’arte ha il potere di sospensione, se è di per sé , o rammenta solo le sue origini inconsce delle grotte di Lascaux. Esce o rimane chiusa in se stessa? Ci porterà con se o sarà portata? Il poeta , lo scultore e il pittore continueranno ad esistere? C’è un futuro per l’arte?
Non sembrano poter dare risposta, ma poi Benaglia interviene – L’arte è la sapienza dell’ingenuità e l’ingenuità della sapienza. Il poeta e il pittore ci saranno sempre. – Sul tuo corpo in ombra, io sto come una lampada, dice Zero. L’arte illuminerà sempre gli assoluti e l’eternità. E’ come quando tu cammini nel buio e io pianto i segni, è l’alba dell’alba, è la forza della semplicità , è l’oro del cuore.- E’ uno stato di instabilità permanente, riprende Benaglia, e Zero concorda: ha resistito ad Auschwitz, resisterà a tutto. Noi siamo i calzolai che riparano le scarpe per camminare in un luogo che si chiama “altrove”, cerchiamo di fare bene qualcosa che forse non esiste, ma crea stupore e meraviglia.
Eccoli i due artisti , dissimili in tutto , ma amici veri, che si stimano, si ammirano reciprocamente , in qualche modo si alleano e si fondono , lavorano ai margini del caos , trafficando ai confini del caos, dove si crea ; puzzano di caos , hanno la camicia ma anche la mente e la voce spiegazzate; non smettono la loro corsa verso l’utopia dell’arte, un sentiero che è pieno di insidie, disillusioni, fallimenti e dolori , ma restano dove si cade, si fanno guidare dalle loro voci interiori, cercano l’osso dell’osso della verità con una fede che smuove le montagne, e il loro incontro dura quanto l’eternità. Vicino a loro sembra sorridere, ora, anche la Medusa di Marino.

Roma, 13.2.2015 Augusto Benemeglio

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