La consegna 1


di Renzo Montagnoli

“Siete in mezzo a un lago. Tornate indietro quanto potete.”.
– Oh, no, accipicchia. Il navigatore si è guastato, proprio adesso che mi sembrava di essere così vicino.
Il Babbo Natale n. 151 tirò i freni, pardon le redini, delle sue 180 renne e la slitta, ondeggiando di qua e di là, si fermò sollevando un polverone di neve.
– Vicino, ma dove sono?
Babbo Natale si sollevò il cappuccio e si diede una grattatina in testa, poi prese la bolla di consegna e guardò l’indirizzo:
Antonio Carugati – Viale delle Ginestre, 2124 – Milano.
Volse lo sguardo all’intorno e nel buio, grazie al candore della neve che aveva ormai imbiancato tutto e continuava a scendere, non vide altro che i muri di grandi capannoni, di opifici industriali, di magazzini commerciali.
Era sì in mezzo a una strada, ma che quella fosse il Viale delle Ginestre era alquanto improbabile, perché a parte qualche smorto lampione che faceva indovinare un marciapiedi, non c’era nemmeno l’ombra di una pianta.
E provare a chiedere a qualcuno, forse si risolve il problema – disse fra sé e sé. Ma chi mai avrebbe potuto trovare in quella strada desolata proprio la notte di Natale?
Tentar non nuoce – pensò. E allora allentò, di poco le briglie, e le 180 renne della sua slitta modello Super Sport cominciarono a trotterellare.
Andava piano, volgeva lo sguardo a destra e sinistra, ma case non ne vedeva, anzi era una quasi una foresta di cemento.
Si stava perdendo d’animo e già pensava di richiedere un soccorso celeste con il suo fantacellulare, quando scorse un vago chiarore, come di un fuoco che si sforzava di restare in vita nonostante i fiocchi che da più parte lo investivano.
Si avvicinò cautamente e vide che in effetti c’erano alcuni pezzi di legno che debolmente bruciavano e alla luce di quelle esili fiammelle apparvero ai suoi occhi due fagotti che parevano in preda un tremito incontrollabile.
Si fece più vicino e riconobbe così due umani che saltellavano, probabilmente per scacciare il freddo.
– Scusate, mi sapete dire dov’è Viale delle Ginestre?
Nessuna risposta.
– Vi prego, per cortesia, dov’è?
Uno dei fagotti gli si avvicinò, lo guardò ben bene e disse rivolto all’altro:
– Lo sapevo che quella grappa che avevamo comprato era scadente, tutto alcool e niente gusto. E infatti, mi sta togliendo la vista, mi fa vedere cose che non ci sono, come addirittura Babbo Natale.
– Ci sono, esisto, non è una tua immaginazione. Prova a toccarmi.
L’uomo tese il braccio, avvertì il calore del panno e sbottò:
– Che mi venga un accidente! Questo vecchio con la barba dice il vero.
– Certo che dico la verità. Adesso vi chiedo ancora di dirmi dov’è Viale delle Ginestre?
I due si guardarono in faccia e allargarono le braccia.
– Non lo sapete?
– Mai sentito – risposero in coro.
– E per caso, non vi dice nulla il nome Carugati?
Il più vicino, quello che gli aveva toccato il braccio, si grattò in testa, forse per aiutare la memoria.
– Carugati, Carugati, non mi è nuovo, ma sì, adesso mi viene in mente, è un riccone – e volgendosi all’altro – ed è quello, se ti ricordi, che l’anno scorso, quando abbiamo suonato al campanello della sua villa per gli auguri di Buon Natale, ci ha quasi sparato addosso.
– Ah, ma allora sapete dove sta?
– Sappiamo dove stava, perché è andato via?
– Come andato via?
– Dicono che ha comprato un’altra villa, ancor più grossa, con piscina, campo da tennis, maneggio e campo da golf. Però dove sia non lo sappiamo e nemmeno lo vogliamo sapere, perché a quel taccagno non faremo più gli auguri. Dico bene?
Sì – rispose l’altro.
– Ma tu cosa devi andare a fare da Carugati?
– Devo portargli i regali di Natale.
– I regali di Natale a uno che ha già tutto, anzi più di tutto? E scommetto che sono in quel tir che ti porti dietro, vero?
– Sì.
– Che c’è?-
– La solita roba per i ricconi: caviale, champagne, ostriche, cibarie varie, coperte di lana merinos, giacconi imbottiti delle più prestigiose firme.
– Ma non ti vergogni di portare così tanto a chi ha già così tanto?
– Obbedisco solo agli ordini e si vede che Carugati ha qualche Santo in Paradiso.
I due si fecero ancora più vicini ed esclamarono:- E perché non dobbiamo avere anche noi qualche santo in Paradiso?
Poi, il primo, quello che gli aveva toccato il braccio, si accostò al suo orecchio destro, mormorando:
– Come puoi vedere, noi siamo dei barboni, dei clochard, non abbiamo nulla, se non la nostra miseria che ci è compagna e stimolo per continuare questa vita da emarginati. Non cercare Carugati, fermati con noi e, se c’è un Paradiso, credo che non possa che essere contento di vedere che almeno in questa notte un briciolo di giustizia è sceso sulla terra.
– Più facile a dirsi che a farsi, perché lassù controllano e sono inflessibili, altrimenti tutto andrebbe in vacca. Ma in cuor mio so che avete ragione e mal che vada mi potrebbero licenziare, esiliare su una nuvoletta sperduta, farmi fare la corvé di pulire con la ramazza ogni giorno tutti i sentieri che corrono fra gli astri, togliermi la compagnia delle renne, mettermi in cucina a fare il lavapiatti e là di piatti ce ne sono tanti, un numero infinito.
– E allora?
– E allora che Carugati vada al diavolo; ci sto, mi fermo e la roba è per voi.
Urla di gioia accompagnarono quest’ultima frase e rese tutti più intraprendenti. Il fuoco fu ravvivato, i due barboni si ricoprirono con i giacconi imbottiti, si iniziò a pasteggiare con caviale e champagne. Nel corso di quel cenone Babbo Natale non mangiò molto, ma si vedeva che era contento che gli altri si saziassero.
Si iniziò a chiacchierare e uno gli chiese: – com’è la vita lassù?
– Piuttosto monotona, tutti i giorni le stesse cose, ma non c’è da lamentarsi, perché là siamo uguali in tutto.
– Ci sono dei poveri, dei barboni?
– Evidentemente no, anzi sono poveri quando bussano al portone, ma una volta dentro diventano tutti ricchi, di una ricchezza interiore che si chiama beatitudine. E voi, scusate,la domanda, come mai siete dei barboni?
– Io…
– Io…
– Uno alla volta per carità, magari comincia tu che sei stato il primo a parlare con me.
Costui era un tipo di una magrezza spaventosa, con gli occhi cisposi e la voce che con lo champagne tracannato si era fatta roca, appena percettibile.
– Rispondo, hic, se bevi anche tu, hic.
E Babbo Natale cominciò a bere.
– Chiamami Ben. Vedi, io non ero come mi vedi ora, ero uno come gli altri, casa, ufficio, ufficio, casa, e così via, hic. Un giorno, però, ho piantato tutto, hic. Mi sono stufato di quella vita talmente uguale da non accorgermi del tempo che passava e, hic, ho iniziato la mia carriera di barbone.
Si fece avanti l’altro, pure lui un po’ brillo.
– Io sono Aristide, Aristide e basta, il cognome l’ho dimenticato. Non mi andava questo mondo, con i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più miseri, con le ingiustizie sempre in danno dei più deboli e a vantaggio dei più forti.
Il vino, il pasto abbondante cominciarono ad avere effetto e i tre – sì tre perché anche il Babbo Natale 151, non avvezzo all’uso delle bevande alcoliche, ne fu contagiato – si addormentarono pesantemente e nemmeno sentirono i suoni delle lontane campane che a mezzanotte annunciavano la nascita di Gesù.
Furono trovati all’alba da una pattuglia della stradale, raggomitolati nella neve, difesi dal freddo solo dall’abbondante dose di alcool che avevano trangugiato. Delle renne e della slitta non c’era traccia, erano semplicemente sparite.
Li portarono al commissariato e Ben, che fu il primo a risvegliarsi, raccontò una storia che non stava né in cielo, né in terra e cioè che avevano cenato con Babbo Natale, avevano bevuto a volontà ed ebbri si erano addormentati.
Il commissario Santanastasia, già incavolato per essere di servizio il giorno di Natale, diede un pugno sul tavolo che fece cadere tutta la collezione di penne che lì stazionavano permanentemente del tutto inutilizzate.
– Ma che cazzo e cazzo! Dovrei credere a una minchiata del genere?
E rivolto al suo aiutante, urlò:
– Portami quello vestito da Babbo Natale.
Questi, ancora intontito, entrò barcollando nell’ufficio e fu fatto sedere con una certa difficoltà, perché se faceva fatica a camminare dritto, altrettanto gli risultava difficile restare fermo da seduto e così prese a oscillare da una parte all’altra.
– Senti, bel tomo. Chi sei e cosa facevi lì?
Dalla bocca impastata uscirono suoni disarticolati.
– Non prendermi per il culo. Cazzo, rispondi in modo chiaro.
– Sono Babbo Natale 151.
– Sì, e io sono Rockfeller.
– Piacere signor Rockfeller.
– Ma che Rockfeller e Roffeller del cazzo! Sei ubriaco, ma mi prendi in giro. Ripeto la domanda: chi sei?
– Sono Babbo Natale 151.
– Ispettore, portalo via, levamelo di torno.
– Commissario, con che motivazione li tengo dentro?
– Gli altri due rimettili fuori; questo, vediamo, questo lo arresti per offesa a Pubblico Ufficiale.
– Che offesa?
– Come che offesa? Scrivi: alla domanda di declinare le proprie generalità, il soggetto, non in possesso di documenti di identificazione, dichiarava di essere Babbo Natale 151. Reiterata la domanda, la risposta era la medesima. Ah, quando gli passano gli effetti dell’alcool, chiedigli di nuovo chi è.
Era già il pomeriggio quando Babbo Natale rientrò nel pieno possesso delle sue facoltà e alla domanda chi lui fosse rispose che era Babbo Natale 151.
Informato della cosa, il commissario, d’intesa con i magistrati, ne dispose subito il ricovero coatto presso l’Ospedale Neuropsichiatrico.
L’ambiente era cupo, sbarre alle finestre, porte chiuse, urla di dementi e Babbo Natale 151 se ne stava coricato sul letto, stretto dalla camicia di forza.
Ripensò a quanto era accaduto e, per la prima volta nella sua vita, pianse, poi volse gli occhi al cielo e invocò Gesù.
– So tutto – questi gli rispose.
– Vorrei tornare.
– Certo.
– E mi manderai in esilio, mi farai pulire i sentieri fra gli astri, mi farai lavare i piatti? Farò tutto questo, pur di tornare.
– No, Babbo Natale 151, tu tornerai illuminato dalla tua nuova luce, da quella bontà che era in te e che non conoscevi.
– E le mie renne?
– Già recuperate.
– Grazie, grazie; mi toglierai dal servizio?
– Ma che dici? Il prossimo Natale scenderai sulla terra con migliaia di cose utili per chi ha veramente bisogno, ritroverai i tuoi amici barboni, e anche gli altri tuoi colleghi conosceranno le favelas, le città del dolore, gli occhi tristi di bimbi che non sanno che cos’è la gioia.
– Ma allora, sono perdonato?
– Perdonato? Non c’è bisogno di perdono; tu hai fatto quello che ti ha detto il tuo cuore, hai ragionato con questo muscolo che a volte in non pochi umani sembra mancare. E adesso vieni. Chiudi gli occhi e quando li riaprirai sarai nel tuo cielo.
Il commissario Santanastasia trascorse Santo Stefano, il Capodanno e l’Epifania ancora più nervoso del solito, perché né lui, né nessun altro riuscivano a comprendere come un alienato mentale che si proclamava Babbo Natale, stretto nella camicia di forza e chiuso in una camera di sicurezza fosse riuscito a fuggire senza lasciare traccia.
– E se fosse veramente Babbo Natale? No, meglio non pensarci, altrimenti ammattisco anch’io; insabbiamo l’indagine, perché in fondo non aveva fatto niente di male. Ispettore, nascondi il fascicolo!
Uscito il collega, Santanastasia cominciò a rimuginare fra sé e sé “ Macché Babbo Natale, ci credono solo i bambini a una cosa del genere. Però come abbia fatto a sparire è un mistero: nessuna traccia di effrazione, le sbarre intatte, la camicia di forza ben piegata sul letto. Nemmeno il mago Houdini sarebbe stato capace di tanto. Meglio darsi una calmata e non pensarci più. Sì, è la cosa migliore. Però…, però, se trovassi per caso quell’uomo anziano con la gran barba bianca, così, amichevolmente, mi farei spiegare come ha fatto a scappare e se mi risponde ancora che lui è Babbo Natale, non so che gli faccio, anzi no…, gli chiedo dei doni per i figli dei poliziotti.

Renzo Montagnoli


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Un commento su “La consegna

  • Enzo Maria Lombardo

    Una favola impregnata di realtà e di umorismo. Certe verità si esprimono bene in una favola e se è una favola di Natale tanto meglio.
    Ancora Auguri Renzo e grazie per questa bella lettura.