La confessione di Enzo Maria Lombardo 1


Lasciammo la città, mia madre e io, quando i boati delle bombe che colpivano il porto cominciarono a far tintinnare troppo a lungo le gocce del lampadario e le vetrine del salotto.
Da un po’ di tempo le sirene ululavano sempre più spesso e ormai conoscevo un mucchio di gente dentro quella grossa cantina senza finestre, umida e grigia, che chiamavamo “rifugio”.
Avevo sette anni, allora, i capelli raccolti in una lunga treccia che mi arrivava al sedere e una gonnina a quadri fino al ginocchio. E dovevo essere proprio una bella bambina se un tizio che si portava appresso la macchina fotografica nel rifugio, all’uscita mi volle fare un ritratto in braccio a mia madre. E in quel ritratto ormai sbiadito che conservo ancora come una reliquia, si vedono gli occhi grandi di mia madre con ancora le tracce della paura, e quel leggero sorriso, un po’ forzato, che si era stampato in faccia per la foto.
Anche mia madre, allora, era una bellezza: per correre al rifugio vicino casa usciva vestita di tutto punto, come andasse a passeggio, infilandosi di furia i vestiti che per far presto teneva appesi in una sola gruccia e, ripensandoci adesso, forse quel fotografo voleva fare il ritratto proprio a lei e non a me. Si vede bene come è lei che è messa bene al centro dell’inquadratura, e con che cura è a fuoco il suo bel viso, la scollatura della camicetta e l’attacco dei seni.
Lasciammo la città di sera, con il camioncino di zio Carmine e gli occhi di mia madre stettero incollati sui balconcini di casa finché non svoltammo nella via grande e mio zio alzò una mano dal volante e le fece una carezza sui capelli mentre diceva stai tranquilla, scema, che la ritrovi. Vedrai che qui non arrivano. A quelli, dopo il Porto, interessa colpire il Comando e la ferrovia. Poi tirò fuori un fazzoletto enorme e glielo diede perché lei piangeva.
Zio Carmine è il più grande dei fratelli della povera mamma, l’unico dei fratelli sopravvissuto alla guerra, di dieci anni più grande di lei. Zoppica forte per un vecchio incidente col trattore ma è stata proprio quella gamba più corta che l’ha salvato dalla guerra. Ora, che ha più di ottant’anni, è quasi cieco. Vive di ricordi nell’Istituto di Sant’Orsola, la sua gamba è sempre malandata e ha il cuore malato e ogni volta che vado a trovarlo lo trovo più svampito.
Questa storia me l’ha raccontata lui, qualche anno fa. A pezzi, ripetendo cose che già sapevo e perdendo spesso il filo del discorso, così che alla fine ho dovuto ricucire tutto con i miei ricordi di bambina e, per la parte che non conoscevo, non so quanto hanno influito i suoi rimorsi lievitati nei sogni e mantecati nei dormiveglia tra lo svolazzare delle tonache nere e delle alucce bianche delle suore.

* * *

Quel pomeriggio zio Carmine era seduto in una sedia di vimini, in quello che, all’Istituto, chiamavano il Giardino d’inverno, e lo trovai assorto che guardava un tramonto di fuoco che s’intravedeva oltre gli alberi del parco. Quel rosso dardeggiava nelle vetrate impolverate, le colorava come quelle legate a piombo delle chiese, evidenziava i contorni neri dei pioppi e delle magnolie in controluce.
Lui puntava gli occhi lontano ma mi sentì arrivare e senza neppure guardarmi, indicò una poltroncina e disse:
– “Siedi qui, Annina, e ascoltami. Ascoltami bene. Oggi il medico ha fatto una brutta faccia quando mi ha visitato il cuore. Credeva che non lo guardassi ma io l’ho visto. Poi ha fatto lo scemo, rideva, ma io non sono rincoglionito fino a questo punto. So di avere i giorni contati, posso andarmene da un momento all’altro e ti dirò che non mi dispiace di andarmene così, ma prima devo confessarmi.”
Il cuore mi si strinse in un pugno a quelle parole, anche se mi ero informata, entrando nell’Istituto e sapevo che era la pura verità.
Soffrivo tanto perché Zio Carmine è stato per me come un padre. Quello vero, quello che mi ha generato, lo ricordo appena e rischio di confondere i vaghi ricordi con ciò che ho visto nelle fotografie. E poi mio zio è stato anche una madre, sotto certi aspetti. E anche un amico, un compagno di giochi, un buffone quando bisognava tirarmi su, se stavo male. Si è fatto in quattro per me e anche con quella sua gamba fessa ha tirato la carretta da solo, come un mulo.
– “Confessarti?” – gli dissi “Cosa dici? Allora è proprio vero che sei rincoglionito. Ma se…”
– “Taci. Non c’è più tempo per le menzogne. Anzi non c’è più tempo per niente. – mi interruppe con un filo di voce – Sei tu il mio confessore.”
Strabuzzai gli occhi e cominciai una risata, quando dissi: – “Io? Non sono un prete, io…”.
– “Lo so che non sei un prete. Ma ascolta…”
Osservandolo, la mia risata abortì e lui cominciò a parlare, piano, senza enfasi, come rileggendo una pagina letta troppe volte, puntando gli occhi lontano, verso l’ultimo fuoco che incendiava le cime degli alberi.

“Devi sapere che quando Sara, tua madre, arrivò sull’Etna, a Liconiso, un sacco di gente perse la testa per lei. Proprio un sacco. Paesani che conoscevano solo donne infagottate nel nero, senza vita nè fianchi, con i capelli a crocchia e gli occhi bassi, videro finalmente una donna vera, quasi una ragazza, con gli occhi che perciavano l’anima, ma con il portamento di una vera signora di città. Tu le somigliavi quando avevi la sua età e anche adesso sei una bellezza. Se ti guardi allo specchio, vedi lei.”
“Anch’io sono vecchia ormai, zio Carmine…” – gli dissi, ma lui fece finta di non sentire e continuò:
“Tu non puoi ricordarlo, Annina, perché allora eri alta così, ma dopo qualche tempo c’era una processione di massari e di figli di massari a casa nostra. O almeno di quelli che in quel tempo non s’erano dovuti intruppare o dare alla macchia. E anche le donne venivano, con una scusa o l’altra. E tutti avevano bisogno di sapere le cose di città, dicevano, ma in effetti era per lei che venivano. E le donne, chissà…, forse perché vedevano nel suo aspetto cittadino e nei suoi modi raffinati qualcosa che per un poco le allontanava da quella specie di galera senza porte che era diventato il paese. Una galera, ti dico, circondata dalla sciara, dai pali di fichidindia e dalla guerra.”
“E i discorsi, gira gira, cadevano sempre su tuo padre che, si sapeva, aveva avuto una medaglia al valore in terra d’Africa. Ma adesso? C’erano notizie, adesso? Cosa dicevano gli elenchi? E Sara allora s’irrigidiva come un fuso e gli sputava addosso che non era morto Antonio, se era questo che volevano sapere, e che non era neppure fra i dispersi. Le notizie… le notizie! – ripeteva – Non ci sono notizie sicure con la guerra! Ma uno di questi giorni arriva, me lo sento.”
“Se le notizie da lontano stentavano ad arrivare, quelle di città si sapevano quasi subito. Fu Saridda, la vostra vecchia cameriera sfollata in un paese vicino, che ci disse, così a bruciapelo, voi a Catania adesso non ci potete tornare perché una bomba ha sventrato il palazzo. E anche se lo disse con gli occhi bassi e un viso lungo, sotto sotto si vedeva che non le faceva troppo dispiacere vedere la sua padrona sbiancare in faccia e accasciarsi sul divano. Se non la buttammo fuori a calci, quella sera, fu solo perché dipendeva da lei se potevamo avere ancora un po’ di farina, di caffé vero e di zucchero, al mercato nero.”
“Ma io ci andai a Catania. I vecchi non volevano, sbraitarono per un giorno, ma io m’impuntai: volevo vedere con i miei occhi cos’era successo e magari recuperare qualcosa in quella casa, ché ne avevamo bisogno su al paese. Il mio camioncino era fermo, senza più benzina, così presi un passaggio fino al Borgo con il calesse di Priscopo Gulimeni, il sensale fascista. Il resto e il ritorno lo feci tutto a piedi, una ventina di chilometri, cara mia, tra sciara e campagne. Ma allora ero dritto e forte, avevo trent’anni e me ne fottevo della mia zampa fessa.”

A quel punto del racconto lo zio Carmine si fermò, guardò in alto e fece: “Uno sfacelo, ti dico! Uno sfacelo! Una cosa dell’altro mondo!”
Poi s’accasciò sulla poltrona di vimini e continuò con una voce roca che a stento si sentiva.
“Annina mia, tu non puoi neppure immaginare come era ridotta Catania prima dello sbarco. Tu l’hai vista dopo, quando già le ruspe avevano fatto pulizia e le macerie c’erano, sì che c’erano, ma si poteva almeno camminare per le strade… Ma io l’ho vista prima, Catania, quando le macerie ancora le fumavano addosso e ho dovuto arrampicarmi su cumuli di pietre e di mattoni, per arrivare al centro. E la casa? Quale casa? Non c’era più, la casa! Restava in piedi solo un muro d’angolo che teneva ammassate dentro le macerie. Ma non c’era niente da portare via: al massimo qualche lume rotto, un paio di sedie azzoppate. Tutto il resto era sommerso e dalle pietre spuntava qua e là lo spigolo di un quadro sfracellato o un pezzo di un letto o di un comodino, un tubo rotto. Ho respirato più polvere che aria scavando con le mani tra i mattoni.”
E quasi per rendere il concetto, zio Carmine soffiò e tossì e il viso gli diventò tutto rosso per lo sforzo e anche se io gli dicevo stai quieto, zio, non parlare più di queste cose ché le conosco a memoria, lui continuò:
“Non è vero, Annina, tu non sai niente di niente e quello che sai è poca roba. E io devo dirti tutto prima di morire… Lo devo a lei, che non meritava di finire così e lo devo anche a te. A te che ho voluto bene come a una figlia, ma tutto il bene che hai avuto non basta. Non basta… Ecco perché ho bisogno che tu sappia tutto. Tutto!” – ansimava – “Ho qui un macigno che mi porto appresso da tant’anni e non mi aiuterà certo un prete al cataletto. Tu che qualcosa ricordi puoi capirmi, gli altri no!”

Dopo essersi un po’ calmato, continuò:
“Così eravate bloccate a Liconiso e, per la verità, non si stava neppure tanto male lassù anche se dovevamo fare il pane con la farina di mandorle e il caffè con l’orzo e la cicoria. Il guaio vero era tua madre, buon’anima. Lei stava male a Liconiso. Il silenzio dal fronte e soprattutto l’idea che quel silenzio sarebbe durato per sempre, la stavano ammazzando. Aggiungi la sua vedovanza a ventisei anni e il pensiero che il suo mondo era ormai perduto per sempre, con i suoi salotti, i teatri, i negozi e le belle cose di città, tutto finito, sepolto sotto le macerie assieme alla sua casa. E’ vero, c’eri tu e tu eri importante per lei. Forse a una persona sana questo poteva bastare. E in effetti, all’inizio, le bastò, riversandoti addosso tutto l’amore e l’ardore che ancora aveva dentro. Ti copriva di baci e di carezze, ed era perfino gelosa e non permetteva a nessuno, neppure ai tuoi nonni, di pettinarti o vestirti.”
“Questo all’inizio. Poi, a poco a poco, Sara sembrò svuotarsi dentro, smise anche di essere così possessiva verso di te e quel suo viso da madonna e il suo bel personalino sembravano, ogni giorno di più, fatti di cera, senz’anima. Pian piano anche gli occhi le si indurirono, il viso le diventò rinsecchito e arrivò al punto di indossare apposta la roba di tua nonna, nera e più larga di non so quante misure, che la faceva sembrare una vecchia, e così conciata girava per casa e nell’orto come una sonnambula.”
“Parlava poco e rispondeva male ai tuoi nonni ché, diceva, ancora la volevano trattare come una bambina e ce l’aveva anche con me, con suo fratello, che non avevo fatto la guerra con la scusa della gamba fessa, mentre gli altri andavano a farsi ammazzare come cani. Cose così diceva, che a sentirla sembrava cattiva, anche se lo sapevamo tutti che era il dolore che aveva in corpo a farla sragionare. Insomma, dopo qualche mese mia sorella Sara riversò in quella casa e su quei poveri vecchi, e anche su di te qualche volta, tutto l’inferno che teneva dentro.”
“Solo a tratti era diversa ed era quando veniva risucchiata dentro i suoi sogni e dimenticava dolore e paura. Rigovernando la camera canticchiava e chiamava il marito come se fosse nella stanza accanto; poi parlava della casa di Catania come se dovesse tornarci da un momento all’altro e a noi, che stavamo a guardarla senza dire niente, saliva un groppo di veleno in gola specie quando chiamava il suo Antonio con i nomi più strani, quelli che usava a diciott’anni, appena sposata. Certe volte, ricordi?, ti diceva: “Papà viene stasera, dobbiamo farci belle per lui”. E ti faceva sedere davanti alla specchiera, ti spazzolava i capelli legandoli con un nastro rosso e ti metteva il vestitino buono. Poi anche lei si metteva allo specchio e ci stava ore e ore a truccarsi e pettinarsi…”.

“Ma, quando si faceva scuro e noi mettevamo la spranga alla porta, lei, a quel rumore, sgranava gli occhi e si metteva a gridare che era ancora presto, che lo facevamo apposta a chiudere la porta per lasciarlo fuori a farsi ammazzare dai partigiani che scendevano dalla montagna. E qualche volta, urlando come un’ossessa, si graffiava il viso con le mani e si tirava i capelli e quel povero vecchio di tuo nonno e io dovevamo tenerla ferma per non farsi male.”
“Anche tu gridavi, la chiamavi, le tiravi la veste, ma lei niente, manco ti sentiva, manco vedeva le lacrime che ti rigavano le guance. E questo non vuol dire che non ti volesse più bene, vuole dire solo che la sua malattia era già grave e si aggravava ogni giorno di più. Ricordo quelle volte che tua nonna, per non farti vedere e sentire certe cose, ti portava in cucina e ti dava un po’ di zucchero caramellato ma tu capivi già tutto e non volevi lo zucchero e neppure volevi stare con lei. Ti mettevi in un cantuccio e piangevi… Una pena, mia cara, una pena…”.
– “Basta, zio, basta…, per favore…”
– “Sì, hai ragione, Annina, basta, basta… Tanto queste cose le sai. Forse, anche se eri piccola, qualcosa ricordi… Ma sono cose importanti per quello che ho da dirti e che tu non hai mai saputo…”

Zio Carmine chiuse gli occhi e poggiò la fronte sulla mano aperta, picchettandosi il cranio mezzo calvo con le dita e mi lasciò così, in attesa, quasi dovesse rincorrere i pensieri. Poi aprì gli occhi, si sfregò la fronte e continuò, sempre con quel tono piatto, senza espressione, come leggesse un libro ad alta voce:
“Resta il fatto che non ne potevamo più e quei poveri vecchi non sapevano che fare, e manco io, che ero l’uomo di casa, sapevo a che santo votarmi. Così accettai il consiglio di qualcuno che mi disse che in una vallata fuori mano, in un vecchio casolare di campagna, c’era una tizia che assieme al nipote allevava i porci e le galline e che riusciva a calmare le isteriche e le pazze con infusi di radici e di erbe.”
“La chiamavano La Santona e dicevano che quelle erbe che usava erano erbe del diavolo. Eppure si sapeva che proprio con quelle aveva guarito anche un’epilettica. Io alla faccenda del diavolo non ci credevo, ma pensai che un po’ d’erba e qualche radice non potevano fare male a nessuno e forse funzionavano davvero e poi lassù non c’erano dottori per la testa. Forse a Catania. Ma vallo a trovare uno specialista laggiù, con quel disastro”.

Mio zio era stanco, lo si vedeva bene, ma io adesso volevo saperne di più, così non l’interruppi.
Dissi solo: “E l’ospedale, in città?”
“Quale ospedale?” – fece lui sgranando gli occhi – “Laggiù andava bene per ricucire le ferite e per tagliare braccia e gambe incancrenite dal piombo e dalle schegge e poi Sara diceva che eravamo noi i pazzi e che era lei l’unica sana di testa in casa nostra! Altro che ospedale… No, no, il problema era un altro. Il problema era convincere tua madre a prendere qualche calmante: lei, che non voleva prendere neppure la valeriana per i nervi. Pensa, Annina cara, che faticavamo a farle bere un po’ di camomilla!”
“L’unica soluzione era portarla da quella donna con una scusa. Una scusa qualsiasi. Qualcosa che la convincesse per davvero. E se le erbe non funzionavano, almeno avevo provato e si poteva pensare a qualcos’altro”.
“Così un giorno le inventai che se veniva con me poteva sapere qualcosa di più su Antonio, dov’era e che faceva, forse anche vederlo, parlargli, perché c’era una che vedeva le cose nascoste e le faceva pure vedere agli altri. E lei ci pensò su, ma non tanto. Non so se ci credette o se ci volle credere, perché si attaccava a tutto pur di galleggiare in quell’inferno. So solo che mi disse di sì.”
“Io allora le dissi di non dire niente ai vecchi, ché non avrebbero capito e che doveva restare un nostro segreto, un segreto tra fratello e sorella e lei mi rispose che andava bene così perché lo sapeva che quelli la volevano vedere vedova e sola.”

“Partimmo presto l’indomani mattina e tu dormivi ancora. Partimmo dopo avere raccontato un paio di frottole ai vecchi su un carico di frutta, e lei per tutto il viaggio restò in silenzio; parlai solo io raccontandole ancora bugie e mezze verità. Le dissi di non preoccuparsi se quella donna le dava qualche infuso di erbe perché lo faceva solo per aiutare la mente a ricevere bene le visioni, cose così, insomma, panzane inventate al momento, tanto per dire qualcosa e prepararla.”
“Lei annuiva, ma non credo neppure che capisse. O forse non le importava neppure, tutta presa, com’era, dall’idea di parlare con tuo padre e di vedere più chiaro il suo futuro. Poi mi stufai del cumulo di menzogne che imbastivo e stetti zitto con le redini lasche in mano, abbandonandomi, nel sole già alto, ai lenti movimenti del carretto: nel silenzio si sentivano solo i grilli, gli sbuffi della mula e lo stridio delle ruote sui ciottoli. Si sentiva anche, a ogni sobbalzo, sbattere un sacchetto che avevo messo sul cassone, con dentro qualche chilo di farina, un fiasco di vino, un cartoccio di zucchero e un poco di caffè, tutta roba che valeva tant’oro in quei momenti e che volevo dare in pagamento a quella tizia.”

“Arrivammo a metà mattina in un cascinale isolato cotto dal sole e restammo laggiù un paio d’ore. Quella donna, la Santona, non era neppure tanto vecchia, aveva un viso mansueto e i modi gentili. Non mi sembrò una indiavolata, ma vidi che ci sapeva fare davvero con le erbe. Ne aveva in casa una collezione, tutte etichettate in piccole ceste e barattoli, come in farmacia. Comunque in un paio d’ore tutto era finito: ricordo che le parlai io a quella donna, dandole il sacchetto con la roba e lasciando tua madre a cassetta. Le dissi poche cose, qualche racconto smorzato, e come avevo fatto a convincerla a venire da lei. Ma la donna capì.”
“Fu lei a fare scendere Sara dal carretto, prendendola per mano e accompagnandola dentro come fosse un’amica. Per il resto ricordo solo la smorfia che fece tua madre quando dovette bere una mistura marrone che quella donna aveva preparato stando una buona mezz’ora in un cucinino. Ma non fece storie, disse solo: “Con questa lo vedrò?”. Ricordo anche la donna che disse: “Con questa, figlietta mia, vedrai tutto più chiaro, stai tranquilla” e, così dicendo, si girò verso di me e mi fece un sorrisino da complice, poi accompagnò Sara verso un divano mezzo sfondato, la fece sdraiare e le mise un cuscino sotto la testa.”
“Se ti senti la testa pesante – le disse – lasciati andare. Riposa.”
“Ma lo vedrò? – ripeteva tua madre – lo vedrò?” E quella rispondeva: “Certo, certo.”
“Lo seppi dopo che le aveva dato belladonna e papavero mescolati con chissà cosa che, a berne tanta di quella roba, poteva ammazzarla subito. Ma la dose era giusta e quando, dopo una mezz’oretta, andammo via, Sara era ancora mezzo addormentata ma sembrava diversa. Non so come dire: sembrava anche più giovane, aveva gli occhi lucidi e un sorriso dolce sulla faccia. Ed erano mesi che non sorrideva più.”

“Io ero contento, la vedevo serena, calma e anche se non parlava e oscillava come un fantoccio sul carretto, ero sicuro che si sentiva già meglio. Ma non potevo stare a guardarla troppo: la strada era difficile, la mulattiera s’inerpicava a lato d’un vecchio cratere dell’Etna, profondo una ventina di metri e dovevo governare bene la mula che non aveva neppure il paraocchi. Da lassù, si vedeva fumigare in basso la sciara come se vi fosse stata da poco una colata. Ma quella lava era vecchia di chissà quanti anni e il fumo era solo la condensa dell’umidità intrappolata tra le rocce e i rovi.”
“Comunque ero contento e ad ogni scossone sentivo premere in tasca il sacchetto che mi aveva dato quella donna con un po’ di foglie per preparare gli altri infusi a casa, e benedissi, tra me, l’idea che avevo avuto di portarla fin là.”
“Ad un tratto lei disse:
– “L’ho visto, sai?” – e mi sembrò che, tutt’a un tratto le si fosse snebbiata un po’ la testa. E sorrideva, si aggiustava la veste e sembrava anche più bella. Il suo viso era ritornato ad essere quello di una madonna.”
“Chi hai visto?” – feci io svagato, controllando il tiraggio delle redini e il cammino della mula.
E lei: – “Come chi? Antonio, ho visto. Tu mi hai portato fin qua apposta.”
“E’ vero” – sospirai – “Ti ho portato apposta. E ti ha detto qualcosa nel sogno?” e intanto che parlavo mi si stringeva il cuore, credimi Annina; anche se sorrideva e il suo viso era luminoso, io la vedevo ancora malata, forse pazza, anche se ora so che il pazzo ero io che l’avevo imbottita di menzogne.”
– “Certo. Mi ha parlato.” – disse – “Ma non era un sogno. Ero sveglia, io, e l’ho visto bene. Visto e sentito come vedo e sento te adesso. Mi ha fatto vedere il posto dove sta. E’ bello, quel posto. Tutto verde. Ma un verde diverso da qui.”
– ”In Africa?” – feci io. Non volevo assecondarla ma non potevo neppure deluderla. In fondo ero stato io che le avevo costruito quella manfrina. Lei stette un momento a pensarci, poi disse:
– “In Africa, dici? Non lo so, non lo so proprio… Però…si sta proprio bene dove è lui.”
Io non dissi nulla. Non chiesi nulla. Quella storia mi stava andando di traverso.
– “Però anche se il posto è bello – continuò d’un fiato – lui non è felice. Me lo ha detto. Gli manco io e gli manca Annina. Ma adesso dice che ha più bisogno di me. Mi ha detto vieni, lascia Annina dai nonni e dallo zio Carmine che le ha fatto da padre in tutti questi mesi e Annina con lui si diverte. Poi mi ha detto come fare per andarlo a trovare.”
Era una conversazione assurda, dovevo far scivolare e disperdere le parole nell’afa che si stava alzando dalla sciara rovente e chiudere quel discorso che rischiava di trascinarci in una giostra infame. Dissi solo:
– “Sara, è difficile viaggiare di questi tempi. Lo sai.”
Lei sussurrò: “No, non è difficile”. Poi mi chiese, con una gentilezza che non sentivo da tempo, di fermare il carretto che doveva fare una cosa. Le chiesi cosa e lei non mi rispose.
– “Ma… adesso?” – dissi – “Proprio adesso? E’ così urgente?”
– “Adesso – rispose – Ferma qui, per favore. Qui va bene”
– “Ma qui c’è gente!” – feci io indicando alcuni contadini che zappavano su un poggio. “Non puoi aspettare di arrivare a casa?”
– “Non ci senti?” – disse, e la sua voce era diventata tagliente come un coltello. Gli occhi duri, di ghiaccio. Il viso tirato – “Ti dico di fermarti. Hai capito? Fermati! Adesso!”
“Lei stessa tirò le redini della mula, poi scese d’un balzo e si diresse verso una grossa siepe di fichidindia e l’aggirò. Sai cosa pensai al momento? Pensai che anche svampita com’era, badava ancora alla decenza.

“L’urlo arrivò dall’alto. Non era stata lei a gridare. Erano stati quei contadini sul poggio: avevano lasciato in terra vanghe e forconi e vidi che si precipitavano giù per la discesa. E scendendo gridavano “si ittau, si ittau” e io non capivo. Ero stordito dal sole e non vedevo niente, dal basso, dietro i fichidindia.”
“Poi capii. E fu un fulmine. M’accecò, mi tramortì. Per questo restai ancora qualche secondo imbambolato a cassetta. Restai immobile e vedevo solo le ombre nere dei villani rincorrersi come in uno stupido gioco attorno alla siepe di fichidindia.”
“Uno venne verso il carretto, le braccia alzate, gridava “Scinnissi, prestu, scinnissi! Dda povira carusa abbulau ‘nta sciara!” , e subito ritornò sui suoi passi, non lo vidi più. Anche gli altri erano spariti oltre il fosso, e il silenzio, come una cappa dorata, mi si chiuse addosso. Sentivo persino il frinire dei grilli e il fruscio del vento sull’erba rada.”
“Poi neppure i grilli sentii, nè il vento. Il tempo si era fermato e qualcuno riempiva l’aria di un urlo acuto che mi sfasciava i timpani e che rimbombava tra i castagni e le rocce. Mi accorsi che ero io che gridavo e gridai tanto che mi seccò la gola.”

“Era bella anche da morta tua madre. La misero nel cassone e dovevano anche averle lavato un po’ il viso con l’acqua del bummulu che vedevo appoggiato a una pietra, ma c’era ancora un grumo di sangue nei capelli. Poi uno mise un sostegno alle stanghe del carretto, staccò la mula e la cavalcò senza sella. Mentre andava disse: non muovetela, vado dal delegato, in paese, e corse via frustando quella povera bestia con un ramo di castagno quasi che avesse un senso andare forte. Un altro, rimasto assieme a me e a lei, tentava di farmi uscire un po’ di fiato dalla bocca. Diceva: io sto a Liconiso, la conoscevo di vista, povera signora, lo sapevo che non c’era più con la testa. Ma morire così..”

“Il resto lo sai. Non mi va di ricordartelo.”
Dimmi solo quanto odio t’è cresciuto dentro in questa mezz’ora. Dimmi qualsiasi cosa, prima di andar via.”

* * *

Io non risposi, mi alzai dalla poltroncina, mi diressi verso la vetrata e poggiai la fronte sulla lastra. Non era fredda come speravo. Il sole era calato e s’intravedeva solo una piccola striscia colorata oltre le colline.
Tra le foglie nere della magnolia, riquadrata come in un quadro appena screziato da barlumi di rosso, vidi mia madre ancora giovane, ma in effetti senza età e senza tempo. Vidi anche altri, vecchi a trent’anni, zoppicare nella piazza del paese appesi alle grucce o seduti al bar con una manica della giacca piegata e tenuta su con una spilla da balia che nascondeva l’oscenità di un braccio ridotto a un moncherino. Vidi alcune vicine di casa, chiuse nel nero di un lutto che non avrebbero mai dismesso. Erano ricordi ormai dimenticati, ricordi di bambina, che affioravano come fantasmi da un altro mondo. Un mondo che si stentava a credere che fosse mai esistito.
E lei, mia madre, si inseriva nel quadro con naturalezza, lo attraversava silenziosa, pensosa; addirittura con l’accenno di un sorriso, proprio come gli altri e come gli altri sembrava aver dimenticato ogni cosa.
Nella nuova pace che aveva spento ogni affanno c’era solo la nota stonata di quel vecchio che mi stava alle spalle, distrutto dai rimorsi e accasciato sulla sedia di vimini.
Mettendo a fuoco lo sguardo in modo diverso, vedevo anche lui riflesso nel vetro, lo vedevo illuminato dai neon appena accesi che inondavano il giardino d’inverno di una luce bianca, spietata. Ma non era un fantasma, non ancora.

Sapevo che l’orario delle visite era terminato, tra poco sarei dovuta andar via, ma prima dovevo fare ancora una cosa. Certo che devo farla, dissi tra me.
Mi avvicinai a mio zio, mi sedetti di nuovo nella poltroncina e alzai gli occhi verso di lui indicandoglieli ripetutamente con un dito.
“Guardami bene gli occhi, zio. So che ci vedi poco ma guarda lo stesso, guardami dentro – gli sussurrai – e dimmi cosa vedi.” – e intanto sperai che anche le pupille fossero aperte, come gli occhi, così che lui potesse davvero leggermi l’anima. -“Vedi odio, lì dentro?”
Mentre lui scoteva il capo abbandonandosi sulla spalliera, io continuai:
“C’è un lago d’inchiostro, dentro di me, è vero. E’ fatto di mille cose ma non d’odio. C’è rassegnazione, forse. A volte quel lago è smosso dalla rabbia per quella guerra maledetta e per ciò che poteva essere e non è stato. Ma sono onde passeggere. E non c’è odio. Per niente e per nessuno. Ogni altra cosa l’ho annegata in quel lago. Le cose giuste e le cose sbagliate, tutto. Tutto annega laggiù, assieme al resto. Tutto, anche quello che mi hai detto stasera. ”
Poi mi alzai e lo baciai sulla fronte. E mentre andavo dissi:
“Voglio vedere un lago limpido e quieto, domani, nei tuoi occhi.”

Enzo Maria Lombardo


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Un commento su “La confessione di Enzo Maria Lombardo

  • Corrado S. Magro

    La descrizione di una storia, di una metamorfosi che sostituisce il reale materiale con il reale mentale. Ma per chi la vive sulla propria pelle, da attore o da spettatore è in grado di stabilire dove sta la realtà?
    Solo comunicando può alleviare il peso che lo travaglia e rimetterlo nelle mani di chi ascolta. Ottima descrizione di uno dei tanti drammi scritti dal fumo delle cannonate e delle bombe.