La cartella di cuoio marrone


cartelladi Enzo Maria Lombardo

Nel riquadro della porta-finestra, al dodicesimo piano del grattacielo, l’Ingegnere Ottonelli seguiva il carosello ipnotico delle piccole auto sul nastro grigio della lontana autostrada. Da lassù poteva vedere la città immergersi pian piano nella nebbia rossastra d’un tramonto che offuscava le prime stelle.
Già l’oscurità invadeva la stanza, il silenzio dell’ufficio ormai quasi deserto gli appariva irreale e insieme denso, soffocante, accentuato dal fruscio della ventola del computer, tanto sottile da essere coperto dal soffio del suo stesso respiro.
La cartella era lì, poggiata sul tavolo di sgombero, neppure tanto gonfia, la solita vecchia cartella di cuoio marrone, costosa: un emblema che lui si trascinava dietro ogni giorno, da anni. Spesso le carte vi stagnavano dentro senza un motivo, dimenticate.
Abbandonando la scrivania e dirigendosi verso il piccolo tavolo, l’ingegnere pensò che anche le cartelle di cuoio potevano possedere forti doti di ipocrisia con quel loro aspetto bonario, distinto, innocuo. Meno male.
Tuttavia, afferrandola, temette che restasse attaccata al tavolo, come un gatto rabbioso al tappeto, oppure che manifestasse una qualche reazione, un rifiuto, e per un attimo gli sembrò quasi che scottasse, che vibrasse, che fosse in procinto di esplodere in mille frammenti di cuoio e carte. Ma non successe niente: la borsa scivolò, schiava paziente, sul legno levigato e subito dopo, ecco: un fruscio, il solito, con lievi battiti alla coscia in sincronia con i passi. False carezze che – come sempre – l’accompagnavano nei corridoi e nell’ascensore.

– Buonasera, ingegnere – Nell’atrio, il portiere in giacca gallonata si portò la mano al berretto con un gesto esagerato, il viso illuminato dal suo solito sorriso sornione. Movenze da clown, pensò. Odioso. Certe volte l’aveva visto ridere di gusto, quell’uomo, un riso fin troppo sbarazzino. Anzi un riso da schiaffi che però faceva dimenticare la sua età. Cosa aveva da ridere quell’uomo?
Attraversando la porta a vetri, l’ingegnere accennò un saluto. “Passerà del tempo, ma forse anche quest’uomo, questo clown sorridente, sarà travolto dal contenuto della mia borsa – pensò – Anzi lo sarà certamente: infilzato, come gli altri, da schegge di carta. Chissà se avrà voglia di ridere ancora!”
Anche uscendo dall’atrio l’ingegnere continuò a pensare a quel portiere odioso, chiedendosi come poteva avere quell’espressione allegra e, a sessant’anni, quel sorriso da ragazzo, ma soprattutto chiedendosi perché mai lui continuava a pensare proprio a quell’uomo e non ad altri; perché gli interessava l’immediato futuro di quel tizio sorridente di cui non ricordava bene neppure il nome, di una rotella così minuscola di quell’enorme meccanismo aziendale che, a rigore, avrebbe dovuto confondersi con l’arredamento dell’atrio.
Eppure non poteva farne a meno: sembravano stranamente lontani, grigi, quasi scomparsi nel silenzio, i suoi superiori, gli amministratori, i dirigenti, i quadri, le segretarie: tutta gente compenetrata nelle loro funzioni, responsabilità, cariche, doveri. Gente che, in qualche misura, aveva un elemento comune con l’intera struttura di vetro e cemento dello stabile, che si integrava nel gelo dell’acciaio e nei rivestimenti grigi e marroni, che ne veniva assorbita, scomparendovi.

“Quell’uomo no – masticò l’ingegnere frugandosi automaticamente nelle tasche alla ricerca delle chiavi della macchina – Quell’uomo è diverso, è un buffone. Si nota. Stona proprio con tutto il resto. Ma fra qualche tempo, un mese al massimo, anche quell’uomo… quel portiere… ma come si chiama? sì, Augusto, mi sembra… beh, quell’Augusto sorridente si guarderà attorno e non riderà più. Dai piani alti filtreranno notizie allarmanti. L’Ingegnere…? – dirà – Possibile? Una così brava persona… Il probabile crollo delle azioni, le indagini, la chiusura di uno stabilimento, la riduzione del personale anche in sede, saranno tutte cose troppo grandi per lui. Non capirà bene, magari non capirà affatto, ma vedrà incrinato anche il suo piccolo mondo semicircolare. Forse, chissà, tenterà ancora, per scaramanzia, di far ridere qualche impiegata, ma nessuna di loro avrà voglia di ridere. Nessuno presterà orecchio alle sue battute sceme. Probabilmente gli sarà anche impedito di prendere possesso della sua alta poltroncina. La sentirà cigolare sulle rotelle in modo diverso, quella poltrona, guidata da un estraneo, magari in divisa, piroettando da un video all’altro, da un cassetto all’altro, in cerca di chissà quali indizi, registrazioni, appunti…”.
Lo scivolo del garage lo invitò nelle profondità dell’edificio ma lui volse lo sguardo verso il lungofiume, rimise in tasca le chiavi dell’auto e si avviò a piedi.

* * *

Il lungofiume era quasi deserto. Le foglie dei platani, immobili sui rami protesi sul marciapiede, formavano un tetto opprimente, quasi un tunnel che copriva anche la luce dei lampioni e che gli provocava un lieve affanno e un cerchio alle tempie.
Solo quando uscì dall’ombra degli alberi poté respirare meglio e tentò di scacciare l’immagine di quel portiere sorridente che gli si era appiccicata addosso. Un’immagine che gli stava diventando sempre più odiosa, passo dopo passo.
Invece proprio allora gli sembrò di scorgerlo: una sagoma nera, un’ombra più scura illuminata a tratti dai fari delle macchine. No, no… non poteva essere lui! Era fisicamente impossibile che l’avesse già raggiunto e superato! E perché poi? Eppure… eppure… quella sagoma… quell’espressione scanzonata, quel modo di appoggiarsi al parapetto, come fosse il bancone dell’atrio, quel berretto con visiera e la giacca gallonata… Chissà perché immaginò persino che stesse preparando una delle sue fottutissime battute, sfoderando l’identico sorriso di poco prima.
Deviare, nascondersi, rientrare nell’ombra dei platani: erano impulsi che sapeva illogici, eppure gli salirono tutti in gola, sconosciuti e potenti. Il suo respiro divenne più rapido e quel cerchio alla testa quasi incandescente.
– Cosa mi sta succedendo? Cos’è questa ossessione? Sto diventando pazzo o è lo stress di questi ultimi mesi? – si chiese aspirando aria con forza. Ma non deviò, e, ingoiando aria e saliva, proseguì e superò quell’uomo appoggiato al parapetto, accorgendosi, con sollievo, che si trattava solo dell’inserviente di un vicino albergo, uscito all’aperto per fumare una sigaretta.

Intanto la cartella di cuoio, al polpaccio, continuava a scandire i suoi passi ricordandogli il contenuto di quella borsa, le fotocopie degli ultimi disegni, i più importanti, quelli essenziali; i grafici, le prove di laboratorio; i suoi nuovi documenti, i biglietti dell’aereo, alcune chiavi. Ricordò la voce dall’accento orientale con cui gli venivano dati, in codice, gli ultimi ordini e le istruzioni per la consegna. Ricordò il numero fatato di un conto numerato dove erano già affluiti i primi sostanziosi acconti.

Andava tutto bene. Tutto. Perché adesso, e solo adesso, provava questo strano affanno, queste strani sensazioni? E per cosa, poi? Forse per aver tradito l’Azienda, anzi per aver tradito tutti, compresa quella rotella insignificante, quel piccolo essere gallonato, dalla battuta facile e dal facile sorriso? E poi, siamo sinceri, quanti di quei “tutti”, avendone avuto la possibilità, le occasioni e gli stimoli che lui aveva avuti, non si sarebbero comportati allo stesso, identico modo?
Ah, domani! Domani – pensò – se tutto andrà come deve, l’ingegnere Ottonelli non esisterà più! Tutto nuovo! Nuovi documenti, un nuovo nome, una vita totalmente nuova! Addirittura, con una punta di desiderio, immaginò una qualche nuova compagna dalla pelle ambrata, la immaginò bellissima, sdraiata al sole con lui, nella spiaggia privata antistante una villetta o meglio su una grossa barca, ondeggiante su un mare straniero.
E qui? Oh, qui, in ufficio, sarebbe rimasta solo la sua vecchia impronta sulla poltrona di pelle, una massa di coriandoli nel distruggi-documenti, un vuoto desolante sulla scrivania, nei cassetti e nelle memorie del computer. La sua casa in affitto era quasi vuota e anonima, come l’auto aziendale, abbandonata in garage.

* * *

Più avanti, sporgendosi dal parapetto sull’argine terrazzato del lungofiume, l’ingegnere vide un gruppo di ragazzi e ragazze, seduti in circolo, per terra, attorno ad uno stereo portatile da cui usciva una musica, non eccessivamente forte ma monotona, ritmata. Parole incomprensibili si frammezzavano alle poche note. Forse erano ubriachi: vociavano e ridevano. Si abbracciavano. Alcuni bevevano da lattine e bottigliette, altri fumavano passandosi tra loro una cicca.
“Drogati” – farfugliò l’ingegnere storcendo la bocca con disgusto – “Già morti”.
Una lattina di birra volò nell’acqua con un leggero tonfo mentre uno di loro gli gridò: “Che guardi? Non hai mai visto gente contenta? Se vuoi un sorso e una tirata scendi giù!”

L’ingegnere non rispose. Quella sera, doveva evitare ogni trappola, ogni inciampo. Proseguendo il cammino bofonchiò tra se: Contenti? E di cosa potete essere contenti, voi? Della gioventù, del vostro futuro? Non credo proprio: siete poveri esseri malati, senza futuro… – e, così dicendo, si costrinse a pensare al suo futuro, un futuro ben diverso da quello dei ragazzi sul fiume: nuovo di zecca, pieno di sole, di vita e senza ricordi… Sì, anche senza ricordi: doveva annullare ogni attimo della sua vita passata! E soprattutto doveva annullare ogni rimorso.
Ci sarebbe riuscito: gli occorreva solo un po’ di tempo. Sarebbe stato aiutato dall’assenza di legami familiari e dall’indole chiusa che tutti gli attribuivano: nessun amico vero, pochi conoscenti, contatti impersonali, a parte il lavoro. Sarebbe stato favorito dall’essere solo un ingranaggio di una grande macchina, un ingranaggio tecnico-amministrativo, discreto, fidato, rintanato in un ufficio dove, fortunatamente, aveva comunque accesso a tutti i dati, gli elaborati, i disegni delle nuove tecnologie in attesa di brevetto.

Ripercorse l’architettura dell’intero affare, le astute manovre, le faticose ipocrisie usate. Tre mesi di preparazione, di tensione. Di continuo stress. Ma ne valeva la pena: tutto sarebbe andato bene. Anzi, non doveva essere solo contento, ma felice addirittura!
– Felice, capito? – disse a se stesso – Felice! Felice! – Ripetè rivolto alle tenebre oltre la sponda. Ma quel grido sommesso assomigliava più a un’invocazione che a un urlo di gioia. Quasi un’invocazione al fiume, al cielo, al nero baratro di un universo che gli stava davanti indifferente, con le sue stelle, le sue acque che scorrevano calme e inconsapevoli come piombo fuso, la sua aria pesante, difficile da respirare…

– Che strano – pensò – perché non riesco ad essere, non dico felice, ma almeno contento come e più di quei ragazzi, senza futuro e quasi morti, o come quel vecchio buffone, quell’ Augusto, con uno stipendio da fame e sessant’anni suonati? Cos’è quest’oppressione, quest’affanno? Paura, forse? Assurdo: è tutto già ben organizzato, definito. Una decina di ore di volo e questo mondo per me sarà lontanissimo, invisibile, dimenticato. E allora?

* * *

A un tratto l’ingegnere Ottonelli sentì impellente il bisogno di riposare: in fondo aveva tempo e poco lontano vide una scaletta per scendere sull’argine. Si avviò, ma i suoi passi diventarono pesanti, incerti, gli scalini sembravano scorrere sotto i suoi piedi in modo strano. Sentiva pulsare il sangue alle tempie, alle orecchie e faceva una fatica boia a stare in piedi.
Nell’ombra intravide, con sollievo, una panchina. Era stanco, doveva sedersi e aspettare che il respiro diventasse nuovamente normale e che cessasse quel martellìo e quel rombo nelle orecchie. E, soprattutto, doveva fermare i suoi pensieri che avevano iniziato a turbinare nel suo cervello, trascinandolo in strani gorghi.
Sedette poggiando sulle gambe la cartella, stringendola a se, palpandone i rilievi, saggiando, senza aprirla, il contenuto.
Sentiva chiaramente, da lì, il vocìo dei ragazzi, la musica, le risate. E, in verità, non gli sembrarono più risate di ubriachi: erano squillanti, chiare, cristalline, quelle risa. Erano risate di gioia. Come mai non l’aveva compreso prima?
Ripensò anche ai sorrisi di quel portiere, al suo umorismo, alle risa soffocate delle impiegate alle sue solite battute, ripensò al suo impegno quasi gioioso nello scivolare da un telefono all’altro con quella ridicola poltroncina mobile. Era felice quell’uomo? E di cosa? Perché lui non aveva mai riso così? Perché il suo lavoro, ben camuffato dietro una parvenza di operosa professionalità, l’aveva sempre oppresso, infastidito? Cosa aveva avuto, lui, fin ora, dall’esistenza? Solitudine e un lavoro monotono, svolto nell’ombra di un ufficio al dodicesimo piano di un palazzo di vetro. Ben pagato, certo, forse invidiato, ma niente di più. Perché, dunque, non gli era possibile poter assaporare quella cosa che tutti chiamano “felicità”?
Ancora una volta volle ripetersi che la sua era stata una scelta giusta, l’unica logica, l’unica possibile e, inconsciamente, palpò ancora una volta la sua cartella, ne accarezzò i bordi con tenerezza. Provò a scuoterla: era facile sentire il fruscio delle carte, il tintinnio delle chiavi.
Sì, pensò, aveva finalmente scelto la via migliore! Aveva scelto la vita!

L’ingegnere navigava su questi pensieri e i pensieri ruotavano, ruotavano… Proprio come quella lattina lanciata dai ragazzi, che ancora s’intravedeva a stento, portata dalla corrente, lucida e ballonzolante sulle increspature dell’acqua. Ruotavano, quei pensieri e si popolavano di immagini mentre un cerchio sempre più doloroso gli penetrava nel cervello, percosso, a tratti, da strane fitte di dolore.
Quante figure scorrevano veloci nella sua mente affaticata da giorni e giorni di incertezze, di contatti equivoci, di paure! Immagini antiche: alcune care, altre dolorose, piatte, meschine; persone, città, paesaggi noti o solo sognati… assieme a queste c’erano anche le immagini più recenti e quelle del suo probabile futuro: una villa, una donna, tanti denari… Visualizzò anche il suo desiderio di vivere, finalmente di vivere… felice come quei ragazzi, o almeno… almeno… sì, felice come quel portiere! Vivere… Vivere…
Poi, pian piano, tutti quei pensieri gli apparvero sempre più scoloriti, senza importanza: scene note di un film visto troppe volte, a lui estranee, uscite dal sogno di qualcun altro. L’ingegnere le guardava scorrere con indifferenza, piccole molecole di esistenza che rotolavano l’una sull’altra, senza un motivo apparente. Frammenti liquidi di qualcosa che si era solidificata per caso e che ora si scioglievano in un oceano immenso.
Un ultimo pensiero, anch’esso piccolo, inconsistente, gli galleggiò su quel mare, pronto a diventare aria, a svanire con leggerezza: sì, è proprio vero che prima di morire si riesce a scorrere l’intera vita in pochi secondi… l’aveva letto da qualche parte… Non importa dove.

La cartella gli donò un’ultima carezza scivolandogli dalle gambe e si posò sulle mattonelle con un leggero tonfo. L’ingegnere la seguì ancora un momento con lo sguardo annebbiato e indifferente, la vide ai suoi piedi ormai inerte, innocua, e riuscì a sorridere prima di lasciarsi vincere dal sonno.

Enzo Maria Lombardo

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