L’ attore 2


L'attoredi Enzo Maria Lombardo

Quell’anno, ad ottobre, il Simeto era diventato un gran fiume. Dicevano che ai primi del mese era stata evitata la piena per miracolo: sulle sponde, si potevano ancora vedere fasci di canne strappate dall’acqua, rami spezzati e cassette da frutta, tutto impastato in una poltiglia nera di foglie marcite.
Spingendo lo sguardo oltre le sponde, verso l’ansa pigra che accompagna l’acqua alla foce, a Primosole, il fiume appariva ancora più largo e quasi maestoso nel suo manto biondo di creta smossa e sabbia, impreziosito dai barbagli di luce che si sollevavano dalle increspature dell’acqua.

In quella giornata così calma solo un filo di vento smuoveva le foglie degli eucaliptus. Dal finestrino abbassato entrava a fiotti il profumo pungente degli alberi sparso nell’aria dalle lunghe foglie e quell’odore mi pizzicava piacevolmente il naso e la gola come fosse composto da impalpabili frammenti di puro cristallo, costringendomi a tirare grandi boccate d’aria per pulirmi i polmoni dal fumo delle Nazionali. Da quegli alberi sorgeva un frinire, come d’uccelli appena svegliati, uno sbatter d’ali e di foglie che s’alzava coprendo per un momento il rumore monotono del motore.
Poi il silenzio della campagna scivolava di nuovo, come una coltre lieve, sull’erba alta e sull’argilla spaccata degli argini e neppure le auto che ci superavano sfrecciando nel rettilineo riuscivano ad infrangere il senso di irrealtà in cui mi sentivo immerso.

Sì, caro Michele, quel mattino galleggiavo in una vasca d’acqua tiepida, e, ninnato dal rollio e dal lento rotolio delle gomme sull’asfalto, ero ormai regredito a pura materia pulsante nel ventre ancora odoroso di pelle e plastica della tua automobile nuova.
Andavamo a Siracusa, ricordi? Dal liutaio Sorini era pronto il nuovo violino per la Marta. Un regalo costoso per una tregua d’amore, dicesti, e la tua voce era roca, soffusa di una malinconia dolce, quella che (presumo) prende alla gola i tipi come te quando càpita che si innamorino di una tipa come Marta.
E andavamo piano. Troppo piano. Il tuo piede, forse seguendo i sogni della tregua d’amore, carezzava l’acceleratore con la levità della mano di una madre sul capo del figlio moribondo. Qualche automobilista, passandoci accanto, rallentava e guardava incuriosito dentro l’abitacolo prima di ridare gas. Ricordo che due monelli, vicino a una cascina, ci inseguirono a piedi per un lungo tratto chiedendoci a gran voce dov’era il resto del funerale.

A me andava bene così: ero coperto di bambagia, sentivo e non sentivo. Il mezzo occhio che di tanto in tanto tentavo di socchiudere mi portava immagini diafane. Dal finestrino scorrevano irreali quadri bucolici. Sentivo il motore ronfare calmo: faceva le fusa come un gatto soddisfatto. Nel dormiveglia riuscivo quasi a vedere i pistoni salire e scendere con delicatezza nei cilindri, aspettare un po’, tranquilli, che s’accendesse la candela, che s’aprisse con garbo qualche valvola, che la miscela sfiatasse calma con un profondo sospiro prima di premere delicatamente sugli ingranaggi.
Per questo mi sentii defraudato di qualcosa quando, ad un tratto, il ronzio del motore mutò tono, si inceppò, tossì, sospirò due o tre volte e infine spirò con un lungo miagolio, dandoti solo il tempo di addossarti alla siepe.

Ero sveglio. Di colpo. Sentii che dicevi: “la benzina”.
– Che benzina? – feci puntando gli occhi sul cruscotto.
– Dimenticata. Confondo ancora indici e spie – rispondesti scuotendo il testone – Qui è tutto nuovo. Bravo chi ci azzecca.
Ciò che dissi o feci nei due o tre minuti successivi l’ho dimenticato: può darsi che vi sia un meccanismo inconscio all’interno del mio cervello che cancella automaticamente il turpiloquio. Ricordo solo che dicesti:
– Perché t’incazzi così? Sono marchingegni nuovi, non li conosco, può succedere.
– No – feci io, e in quel no era compresso l’astio per la pennichella mancata e per la tua calma infrangibile – No che non può succedere! E poi, cristo, avevamo un appuntamento importante da Sorini…
– Io, avevo un appuntamento – precisasti – Sorini può aspettare. E non preoccuparti: abbiamo la tanica nel bagagliaio. Non ci resta che fare due passi fino al rifornimento. Magari ce n’è uno qua vicino. Magari qualcuno ci darà un passaggio.
Concordai pienamente per i due passi, a patto che fossi tu a farli, e se i due passi fossero stati due chilometri, tanto meglio.
– Chi fa i guai se li paga – dissi – accomodatomi meglio sul sedile.
Poi ti vidi arrancare nel lungo rettilineo, con la tanica bianca oscillante sulla destra e il braccio sinistro alzato con il pollice teso. Ti guardavo e la tua figura a poco a poco diventava sempre più piccola e patetica. Riusciva quasi a fondersi con il paesaggio.

Dopo un poco, caro Michele, eri scomparso alla vista. Mi restava solo il paesaggio e, come sottofondo, il fruscio del vento tra i rami degli eucaliptus e il frinire degli innumerevoli uccelli nascosti tra le foglie. Godetti a lungo quel cinguettio, poi lo sopportai e infine l’odiai con tutto me stesso.
Non avendo sotto mano un fucile a pallini, accesi l’autoradio. Un’autoradio stupenda, ultimo modello, tipo estraibile, nera come l’inferno ma, una volta accesa, tutta luci e colori.
Al diavolo la batteria, mi dissi e cercando con furia tra le tue cose, trovai nel portaoggetti la musica giusta per cambiare il sottofondo.

Ero già immerso da alcuni minuti in un andante maestoso, carpito nel sublime intreccio di violini e violoncelli che usciva con forza dagli altoparlanti, quando vidi inquadrato nel finestrino il viso macilento e butterato di un bambino. Poteva avere sette, otto anni, al massimo, i calzoncini corti strappati da un lato, la maglietta bucata e stinta. Respirava a fatica e il suo respiro affannato evidenziava una corsa disperata e la disperazione gliela si leggeva chiara in viso, negli occhi sbarrati e nella bocca aperta con cui ripeteva un’unica invocazione: “Aiùtu!, Aiùtu! Mori mè matri!” e la ripeteva in modo ossessivo, in un crescendo che non ammetteva indugi.
Chiesi in dialetto qualcosa, volevo saperne di più: cosa è successo? cos’ha tua madre? è ferita? quando? dove? ma la risposta era sempre la stessa, con piccole, insignificanti variazioni: sembrava proprio che quel bambino non sapesse dire altro e io, nell’arco di un secondo, pensai ad un padre violento, ad un attacco di cuore, ad un parto difficile e repentinamente passai in rassegna sensazioni di fastidio, di vergogna per il fastidio, di paura dell’ignoto e di vergogna della mia paura.
In fondo, pensai, cosa poteva dirmi di più un bambino di sette, otto anni al massimo? Un bimbo il cui piccolo cervello era stato provato da chissà quale terribile prova, un piccolo angelo che magari ha visto la madre esangue o tutta insanguinata e che ora ha solo la forza di chiedere aiuto? Così rinunciai a chiedere ancora, mi precipitai fuori dall’auto e seguii il bambino nella sua corsa disperata mentre sentivo ancora, come assurdo sottofondo, i violini e i violoncelli che diffondevano nella campagna le loro dolci melodie dai finestrini aperti.

Debbo dirti tutto, caro Michele, come vedi scendo proprio nei particolari, debbo rappresentarti la scena che tu non hai visto, dato che i drammi occorre viverli o almeno visualizzarli bene per comprenderli appieno.
Per questo, solo per questo, voglio che ti rimbombi nel cranio quel disperato appello “aiùtu, aiùtu, mori me matri”, quel grido di dolore che il bimbo di tanto in tanto scandiva correndo a perdifiato su per la collina, dietro la quale, di sicuro, si stava svolgendo il suo dramma familiare.
Ed io correvo appresso a lui, sentivo ansimare il suo piccolo petto tutte le volte che il bimbo rallentava per girarsi e controllare se lo seguivo ancora, a volte udivo persino lo schiocco dei suoi ginocchi che si urtavano nella corsa scomposta, vedevo sventolare a ogni passo quei pantaloncini strappati che parlavano di miseria e di dolore.
Ad un tratto, nel punto in cui la salita divenne più ripida, il bimbo rallentò, girò lo sguardo attorno, forse cercando un posto ove sedersi, un tronco, un masso, ma non c’era nulla oltre un mare d’erba, e nell’erba stramazzò, sfinito, e il suo il respiro diventò un ansito, ti tanto in tanto ancora inframmezzato da “aiùtu, aiùtu, mori me matri”, mentre il suo piccolo indice puntava in alto, sempre più in alto, verso la cima della collina, dove io non scorgevo proprio nulla poiché il dramma, era evidente, si stava svolgendo dall’altra parte.

Sapevo che non dovevo perdere tempo ma mi concessi solo un attimo di pietà per quella figurina sdraiata, per quel cucciolo d’uomo schiacciato da qualcosa di orrido, di immenso. Così mi accoccolai al suo fianco e gli dissi “come stai? resta qui caro, riposati, vado io, corro, volo, sempre dritto, vero?” e continuai così finché un timido sorriso e un cenno del suo piccolo capo mi permisero di allontanarmi più sereno, deciso a superare, correndo, il crinale della collina.
Ora ansimavo anch’io ma non badavo al mio ansimare nè al cuore che mi martellava in petto nè al sudore che mi colava dalle tempie, il traguardo era vicino, pensavo, da lassù avrei potuto vedere la scena del dramma, e la curiosità si alternava alla paura dell’ignoto, si mescolava con la pietà, con l’ansia di salvare una vita, d’essere magari eroe per una volta e tutto diventava una molla che mi spingeva su, sempre più su verso la sommità del colle.
E da lassù, fermandomi un attimo per riprender fiato, guardai in giù e intravidi in lontananza, mezza nascosta da una siepe di ficodindia, una catapecchia con un recinto attorno. La povera dimora del bimbo, pensai, ecco: lì dentro c’è di sicuro una madre che soffre, una tragedia che forse si è già consumata, il triste epilogo di una storia drammatica che parlerà di miseria, di sofferenza e di morte. Chissà se arrivo in tempo.
Sarà stata a un chilometro almeno, quella casa. Girandomi dall’altra parte non vidi più il bambino. Ormai ero distante: certo lui mi seguiva con i suoi passetti, era stanco, sarà nascosto dall’erba alta.
Scendendo dall’altro versante la casa sembrava allontanarsi alla stessa velocità con cui tentavo di avvicinarmi. Correvo da qualche minuto con l’erba al ginocchio e quei muri erano sempre distanti. Solo adesso mi rendevo conto della fatica che aveva sopportato quel bimbo per venire a cercare aiuto sulla strada. Povero piccolo. Ingoiai due lacrime che mi scesero sulle gote già lubrificate dal sudore e proseguii la corsa incespicando nei sassi nascosti tra l’erba, caddi tre volte e tre volte mi rialzai, ma non protestai, non imprecai, dovevo preservare il fiato per la corsa.
Ora la casa si scorgeva più netta. Casa? dissi. Che casa? Come può chiamarsi casa una dimora di sassi e fango, buchi per finestre, tetto di cartoni e lamiera, tanto da somigliare a un porcile? E quel tenero virgulto vive qui?
La tenerezza si mischiò alla pietà e altre due lacrime mi colarono in bocca. Ma forse era solo sudore.
Man mano che mi avvicinavo la casa diventava sempre meno casa e sempre più porcile finché divenne porcile del tutto e io mi trovai in effetti tra i resti organici pietrificati, la paglia e il fetore di un porcile abbandonato. Feci due volte il giro della catapecchia cercando torno torno una madre insanguinata e morente, tentavo ancora di porre l’orecchio a gemiti e lamenti ma in quel posto dimenticato da dio non c’era anima viva e l’unico rumore che m’arrivava all’orecchio era il fruscio del vento sull’erba e sulla paglia.
Dopo cinque minuti credetti di avere sbagliato dimora, dopo sei mi resi conto di avere sbagliato tutto e mentre mille domande mi frullavano nel cervello mi accinsi a ritornare sui miei passi, mentre una piccola spaventosa idea si faceva strada nella mente.
Era piccolo, quel pensiero, volevo scacciarlo come una blatta immonda che volesse insozzarmi l’anima ma invece s’ingrossava sempre più come una bolla fetida assieme a un magone indefinibile in cui nuotavano finestrini aperti e autoradio nuove, sfolgoranti di manopole e luci: una pena che mi accompagnò nella salita e che non s’allontanò nella lunga discesa, anzi si acuì appena ripassai nel punto in cui avevo lasciato riverso il bambino, di cui restava solo il segno dell’erba smossa.
Ti vidi dall’alto, caro Michele, eri sul ciglio della strada e ti guardavi attorno smarrito, la tanica con la benzina poggiata per terra.
– Altro che due passi – dicesti. Saranno stati almeno tre chilometri. Ho preso un passaggio. E tu dove sei stato? E’ più di mezz’ora che ti aspetto.
Poi guardasti dentro la macchina:
– Perché hai lasciato gli sportelli aperti? E dove hai nascosto l’autoradio? dicesti, e nella tua voce c’era ancora un filo di speranza, un filo tenue che ti tendeva le labbra in un sorriso d’ebete.

Soffrivo le pene dell’inferno, Michele, te lo giuro, e in quel momento sarei stato disposto a sprofondare sotto i colpi delle tue mani o delle tue parole. Se hai un machete usalo, pensai; schiacciami la testa in un paracarro o almeno sputami in un occhio, maledizione, ma non guardarmi così! Sì, proprio questo volevo dirti e le lacrime si aprivano la strada in un deserto di vergogna mentre tu continuavi a guardarmi con i tuoi occhi buoni, grandi, bovini e fu quello sguardo che ruppe in tanti pezzi la bolla di pena che avevo dentro e, con quei cocci, in modo disordinato, umido di incipienti lacrime salate, volli raccontarti tutta l’avventura. Così farfugliai:
– L’autoradio… Sì, Michele, la tua bella autoradio nuova… beh, l’ha presa un attore che ho conosciuto poco fa. Un attore di sette, otto anni al massimo, Michele. Forse lo vedrai fra qualche anno al cinema o al teatro, forse prima farà la pubblicità ai Pavesini in tivù. E quell’attore aveva una madre morente insanguinata, forse già morta… Diceva “aiùtu, aiùtu, mori me matri”. Proprio così diceva. Ma sua madre non c’era. Sono andato sulla collina e la casa non c’era. Ma c’era un porcile, e anche nel porcile la madre non c’era. Io non l’ho vista. Niente madre, niente sangue, solo tanta merda catramata. Così, mentre cercavo la madre morente e insanguinata, lui ha preso l’autoradio. Ma te la compro, Michele, te la compro. Proprio uguale, capisci? uguale uguale… stessa marca, stesso colore…
– Non ho capito niente – facesti scotendo il tuo testone riccioluto – Proprio niente. Ripeti, per favore.
– Inutile, Michele, non capiresti lo stesso. Lascia stare. Domani avrai una radio identica, ti dico, nuova nuova, tutta manopole e luci. Che t’importa?
Eri perplesso, forse non capivi davvero tutta la storia. Però, mentre armeggiavamo con imbuto e tubo al serbatoio versando la benzina, tu mi chiedesti, guardandomi negli occhi:
– Un attore di sette, otto anni al massimo dici? E, dimmi, dimmi: tu, in questa strana commedia, cosa rappresenti?
– La parte del fesso, risposi.

Enzo Maria Lombardo


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