Kafka in venti quadri – seconda parte


franz-kafkaA cura di Augusto Benemeglio

11. K , l’utopia e la speranza
Erik il Berlinese nega che vi sia misticismo nell’opera di K.. Egli – dice – è venuto a portarci il messaggio nicciano, ma senza frastuono, con la sua consueta eleganza e grazia che gli si riconosce, mentre Cinzia la Bostoniana parla di “Shoa” ,ma stranamente esclude “Amerika” che è – secondo molti – uno dei testi che meglio rendono l’idea dell’ assunto sulla religiosità ebraica e sulle profezie ( forzate?) sull’Olocausto contenute nella opere di K. Non c’è chi non abbia visto nell’ ‘emigrazione in America di Karl Rossman ( un innocente che sarà comunque giustiziato) proprio l’espressione della speranza messianica ( l’ultima?) ebraica nel ” nuovo mondo”,e, insieme , ‘aspirazione dell’ebreo moderno a inserirsi con parità di diritti nella società civile del mondo cristiano. Ma per K , come già detto da molti , l’uomo che aspira alla Promessa e alla assoluta verità muore nell’ambito del suo mondo stringendo nelle mani solo il permesso di rimanere eternamente dentro ” la prigione” di questo mondo. Per quanto riguarda le “disavventure” militari di Baldrus, c’è da dire che un giovane che si mette sui sentieri dell’utopia – che è un sogno, una passione, uno spazio di conquista, ma anche un rischio e un\’agonia …- non può avere la freddezza e la lucidità di giudizio, il necessario distacco, per essere equo nel suo giudizio.
Vedrà tutto bianco o nero , giallo o rosso , perché per lui non esistono i mezzi toni , o peggio i toni grigi, mentre noi sappiamo bene che il grigio è il colore dominante che si presenterà davanti a noi nel corso della nostra esistenza – eroi e vili , fascisti o comunisti – uomini di successo , o oscuri impiegati che lavorano nell\’andito più oscuro del ” Palazzo”…Il grigio è colore del nulla, della non vita…è anche – se vogliamo – il colore di K. Ma K può aiutarci a venir fuori da quella zona grigia , a scavare in noi stessi , per proiettare le nostre individualità nel collettivo , a farci capire che il sublime e l’immondo dell’uomo stanno invischiati in quella cortina di nebbia grigia ; che se riesci ad estrarre il sublime non è detto che tu sia felice , anzi ci dice a chiare note che il sublime può essere disperato , ma che comunque quella è la tua via e la devi seguire fino in fondo . Mentre se scegli l’immondo è come se non fossi vissuto. Mai. Ci dice anche – involontariamente – che la vita non ha mai senso per sè stessi , ma serve per gli altri , intesi come collettività e umanità. Per lui la letteratura non serviva a nulla , era solo un aspetto mal riuscito della sua esistenza , eppure non potè far altro che… scrivere … ” Strana, misteriosa, forse pericolosa, forse redentrice consolazione nello scrivere : uscire dalla fila degli uccisori , osservare i fatti…Tanto più diventa indipendente, tanto più segue proprie leggi di moto, tanto più la sua vita è incalcolabile, gioconda, ascendente” La sua volontà , come tutti sanno , era che tutti i suoi scritti fossero bruciati, perchè ” non riusciti neppure artisticamente”.. K , in questo , sbagliava in tutti i sensi , perché è grazie a Lui e a uomini e artisti come lui , -pur con il loro messaggio disperato e disperante,- che noi continuiamo a sperare. Del resto , aveva detto Th. Mann, ” un’opera d’arte , sia pure frutto della disperazione , non può avere come sostanza ultima altro che l\’ottimismo , la fede nella vita…La disperazione è una cosa singolare: reca in se stessa la trascendenza della speranz\”…

12. K angelo enigmatico
“K. – scrive Pietro Citati – “era un uomo posseduto dalla irrealtà: si sentiva un’assenza, una lacuna, qualcosa di assolutamente negativo, senza basi né radici , senza patria né famiglia, un giocoliere che camminava sul vuoto. Sapeva di essere lo Straniero, che viveva soltanto di sé stesso , solo come un animale o un oggetto abbandonato in una soffitta; credeva di essere il grande colpevole , condannato a sacrificarsi per la salvezza di tutti. Viveva e scriveva chiuso nel carcere di sé stesso , mentre la notte scivolava sopra il suo capo , obbedendo alla voce dell\’ispirazione, alla voce dei demoni, alla voce dell’animale dentro di lui, lui che desiderava tanto la felicità , ma non riusciva poi a sopportarla…K è il nostro fratello maggiore, che si addossò tutte le nostre angosce e le nostre pene per salvarci dalla condanna…
“…. E’ vero. Condivido , sottoscrivo. Io , in estrema sintesi , ho approcciato questo titolo per un articolo ancora da scrivere , ma che forse non scriverò mai : “K. , l’angelo enigmatico”. In effetti , tutta l’opera di K può essere vista come ” una testimonianza implacabile della volontà dell’uomo di non essere sopraffatto …” Ma che cosa rimane di questa sua estrema difesa? “Rimane – dice Genio Pampaloni – il suo NO alle ragioni che umiliano l’uomo sulla terra , il NO più angoscioso e più risoluto che sia risuonato nel mondo contemporaneo , deserto di illusioni ma non abbandonato dalla coscienz” Interviene Marlowe e dice che gli piace l’accostamento con l’angelo : “ In me prevale l’ idea di un K. che si adagia sull’ enigma e sulla irrazionalità dell’esistenza, non di un K. schiacciato e senza scampo, e quindi l’ accostamento con l’angelo mi sembra appropriato, anche lui è una figura enigmatica , irrazionale, ma che richiama atmosfere positive”.

13. K e Dora Dymat.
La vita, per K, è continua ricerca della verità e presa di coscienza , alla fine del lungo percorso, dell’impossibilità di trovarla. Ma va precisato anche l’aspetto religioso -giudaico, a cui K si era avvicinato sul finire della sua esistenza , nel 1923, grazie a Dora Dymat . Chi era Dora? Apparentemente solo un’umile sguattera diciannovenne che K aveva conosciuta nelle cucine di un centro di accoglienza per ebrei a Berlino. In realtà Dora era un’ebrea polacca sfuggita al rigore moralistico della propria famiglia , che si era adattata ad umili mestieri per sopravvivere. Fu lei , la tenera mite Dora , una delle ultime gioie di K. durante il suo ultimo anno di esistenza (“Con lei non sono felice, ma sulla soglia della felicità”) , e fu lei a indurlo a credere che il giudaismo era un dono che gli era capitato in sorte : ” Adesso sono già cittadino di quest’altro mondo , il quale sta al mondo normale come il deserto al terreno agricolo ( quarant’anni che sono emigrato da Canaan ), mi guardo dietro da forestiero” K. quando fa meditazioni metafisiche ( vds. il Castello ) le fa sembrare frammenti romanzeschi e ha la stessa semplicità , forza misteriosa e ricchezza di un racconto del Graal , ma anche la conoscenza serve a poco, anzi: ” La conoscenza è al tempo stesso un grado che conduce alla vita eterna e un ostacolo che ci separa da essa”

14. Le risate di K.
Eh, sì, caro caro Baldrus, la tua rivisitazione , è quella basata sui ricordi di un giovane architetto costruttore di difese da farsi sull’istante da tutti gli attacchi dei ” fascisti,” inzeppato di ideologie “contro” , diffidenze , prevenzioni , timori , incertezze , ecc. ecc., di uno che per la prima volta va a mani nude, inerme, nella ” tana del lupo” sconosciuto (la struttura militare coi suoi caporali sergenti e colonnelli) per scoprirvi non la disciplina, ma l’ingiustizia, il caos organizzato, l’assurdo. E la prima cosa che cerchi che cos’è? …una via di uscita , naturalmente , la smagliatura nella rete, lo ” scamuzzolo”, la via di fuga , ed ecco che scopri che quella via di fuga è lui, K, il grande immarcescibile purissimo genio della letteratura , intesa anche come perfezione stilistica , peso specifico della parola , assoluta precisione e chiarezza come ha rilevato Vulmaro , chiaramente innamorato di K., ma anche geloso custode dei suoi “segreti” che devono rimanere solo suoi. Non vuole rivelarli a nessuno , Vulmaro dice che K è ” bellissimo” e stop. S’apparta, anzi si occulta e se ne va ad ammirare e rimirare la foto di K, con i suoi grandi occhi spalancati , “come colpiti dal lampo improvviso del magnesio, occhi che sembravano da spiritato o visionario”. Lo capisco, Vulmaro, talora è capitato di fare a me la stessa cosa , con la foto della Marina Cvetaeva , anzi a forza di tenermela davanti per un attimo ho pensato che lei potesse aprirli davvero quegli occhi. Vulmaro poi prende le distanze con l’ironia di Kafka, e non vuole sentire dire che K si faceva grasse risate con gli amici , nelle birrerie di Praga , o di K, quando leggeva i suoi racconti . Non tollera che si dica che si sganasciava dalle risate, o , addirittura , che imitava , scimmiottando certi suoi personaggi …E’ una cosa che fa male al cuore pensarla.. Ci soffro anch’io a dirti la verità.

15. K e il silenzio
Sono d’accordo che di K si possono dare millanta interpretazioni e configurarselo come uno crede , o addirittura strumentalmente (Vulmaro ha citato letture marxiste , politiche ebraiste , ma ce ne sono anche di psicologia immaginale ed altre ancora) , a ciascuno il suo, insomma. K. con “la penna in mano e la sua lucida e geniale follì” (sono d’accordo anche con questa immagine , pur ritenendola riduttiva, perché, ammesso che possa comprendere sia la preveggenza che l’enigmaticità, non dice di altre cose importanti di K , tipo la sua straordinaria gentilezza, il sorriso quasi angelico ,la levità , la grazia , il pudore , la discrezione , la riservatezza , il silenzio , quel silenzio di cui accenna La Chiusa, se non vado errato, anzi dice che sarebbe il caso di smetterla di blaterare su K perché K richiede solo il silenzio. E’ vero. Se consideriamo la sua metafora sulle sirene di Ulisse , che erano mute, ma l’eroe non lo seppe mai. Ma noi siamo in un forum letterario . Qualcosa bisognerà pur dire …Però quella della “penna in mano” è l’immagine che meglio si adatta a K , essendo stato una vera e propria ” macchina” di letteratura, uno dei massimi costruttori d’immagini cristallo , uno che ha saputo dire l’indicibile ,un medium tra la terra il cielo e l’inferno e se avesse vissuto solo di letteratura questa gli avrebbe mangiato l’anima, anzi gliela avrebbe aspirata succhiata come una vora…

16. K e il cinema
Il cinema, -disse K, – è un giocattolo grandioso, ma io non lo tollero, forse perché sono troppo visivo. Io vivo con gli occhi , e il cinema impedisce di guardare. La velocità dei movimenti e il rapido mutare delle immagini ci costringono continuamente a passare oltre. Lo sguardo non si impadronisce delle immagini, ma queste si impadroniscono dello sguardo e allargano la coscienza”. C’è una vasta filmografia tratta dalle opere di K. Da “Il processo” di Welles (62), alla “La colonia penale” (1971) di Ruiz , e poi film che sono chiaramente ispirati ai suoi libri, come “L’Udienza” (vds. il Castello) ” di Ferreri (1972) , “Rapporti di classe “( vds. “America “) di Jean-Marie Straub e Daniele Huillet (1983) , a “Delitti e segreti” di Soderbergh (1991) , che è una biografia dello scrittore , quasi un divertissement , a metà tra horror e fantascienza , un tentativo di costruzione forse un po’ troppo compiaciuta di cinema letterario , in cui convivono temi e atmosfere tipiche dei libri del grande K. Da considerare, inoltre, un lungometraggio di animazione del polacco Lenika , dove si riflette sulla difficoltà dell’uomo nel ritagliarsi i propri spazi di libertà al di fuori dei limiti imposti dall’organizzazione sociale ; un mediometraggio di C.Leaf , Metamorfosi di Mr. Samsa, in cui la regista francese riesce a catturare e rendere in immagini visive le sensazioni angosciose e grottesche del celebre racconto ; e poi The Insurance Man (1985) di Richardn Eyre , storia di un conflitto fra un uomo e la burocrazia e “Un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, di Elio Petri, che prende le mosse dalla frase di K del processo: “Qualunque impressione faccia su di noi, egli è servo della legge e come tale sfugge al giudizio umano”. Ci sono infine i film di Vera Belmont, “Milena” (1991) e “The Trial” (1992) girato da David Jones. Anche Fellini nel suo film autocelebrativo , “Intervista “ , rievoca Kafka e il suo romanzo incompiuto America, da cui avrebbe voluto trarre un film ,idea che lo assillò per molti anni (era sempre al primo posto nei suoi progetti) ma che non realizzò mai per una sorta di …destino un po’ kafkiano. Cinzia da Boston dice che l’unico vero film kafkiano è ” Duel” di Spielberg , e siamo tutti d’accordo con lei . Ma non capisco – nella circostanza – che cosa c’entri con l’ebraismo. Non si evince da nessuna parte che il malcapitato autista di “Duel” sia ebreo. E’ vero che lo è Spielberg , ebreo , ma io credo che in questo film dimostri solo di aver letto e compreso K , anzi che se ne sia innamorato perdutatamente , come è capitato a molti di noi . Siccome di professione fa il regista ci ha scritto su quel po’ po’ di film, che è diventato un “cult” nel suo genere, dimostrando di avere uno straordinario precoce talento. Vorrei ricordare un altro film (e chissà quanti ne dimentico!) kafkiano: “La donna scimmia” di Ferreri, che ne dite? Alcune brevi considerazioni finali. Il testo di Kafka per Orson Welles ne ” Le Procés” fu solo un pretesto , un canovaccio, sul quale il regista-attore americano imbastì un discorso complesso e ambiguo di disgregazione delle relazioni sociali all’interno del sistema capitalistico , sulla forza distruttiva del “caos ideologico e morale” in cui si dibatte il mondo contemporaneo. “La colonia penale” di Ruiz , tratto dall’omonimo racconto e girato nel periodo del governo spagnolo di Unidad Popular , narra la storia di un giornalista che sbarca su un’isola dove vive una singolare comunità di uomini liberi , una storia che con Kafka aveva poco a che fare …..Il film L’udienza di Marco Ferreri è ispirato direttamente al ” Castello”, ed è un’aggressiva metafora dove si insiste sul rapporto tra potere ed educazione, sull’ideologia come “falsa coscienza generalizzata”, e si sfrutta Kafka ribaltandone , però, la prospettiva. Kafka trasforma la sua geografia chiara e precisa in una metafisica ; qui è il contrario .Partendo dallo schema narrativo di una costruzione kafkiana si tende a rifare tutto il cammino all\’indietro, verso la realtà della concretezza. In televisione , IL PROCESSO ( 1977) viene ridotto al tema dei rapporti tra potere e individuo, che è solo uno dei tanti aspetti del romanzo , come ha ben illustrato Baldrus nei suoi ripetuti interventi.

17. Le premonizioni di K.
La grande letteratura e la grande arte in genere ( ricordiamo l’Urlo di Munch) hanno sempre un che di profetico, e sarebbe troppo lunga l’enumerazione dei casi. In questo senso anche K è un profeta che ci ha insegnato a convivere con la morte degli dei, nel ciclo inarrestabile di ferrei destini , in un mondo ostile, gratuito, caotico e inesplicabile , dove gli unici avvenimenti consistono nell’essere ” trasferiti dalla vecchia cella che odiamo , in una nuova,che dobbiamo imparare a odiare” , eppure ha voluto continuare a viverci in quell’ universo-prigione dal quale non si esce mai , in quel mondo magmatico che è “senza speranza… e tuttavia pieno di speranza…” Chissà, forse , durante il trasferimento dalla vecchia cella alla nuova , il Signore passerà per caso nel corridoio , guarderà in faccia il prigioniero e dirà: ‘Costui non rinchiudetelo più. Viene da me” E’ chiaro che è stato fondamentale l’essere ebreo, conoscere il Talmud e la Cabala e il tardo giudaismo , avere dentro di se paesaggi tipo Canaan , Sinai , torre di Babele, monte Ararat , Palestina ecc. …Sono d’accordo sul fatto che certi libri così densi di simboli e problematiche religiose forse , poteva scriverli solo un israelita…. Ma attribuire al Processo la premonizione dell’Olocausto mi sembra francamente una forzatura , perchè tra le molteplici motivazioni(psichiche ,teologiche , filosofiche , simboliche am,bientali, visionarie , ecc) che possono aver concorso a realizzare un tale capolavoro mi sembra del tutto estranea quella legata alla ” razza”. Ma potrei anche sbagliare.

18.K e la legge
Nel penultimo capitolo del Processo , K incontra , in una cattedrale, un sacerdote che gli racconta una storia: un campagnolo è fermo davanti ad una porta aperta , la PORTA DELLA LEGGE , ma un usciere gliene ostruisce l\’accesso. Dopo un’attesa , durata il tempo della vita – che non ha quindi potuto vivere – l’uomo finisce col chiedere: ” Se tutti aspirano alla Legge, come mai in tanti anni nessuno, oltre me, ha chiesto di entrare?” L’usciere , che ha capito che l’uomo è agli estremi, per farsi intendere urla: “Qui nessuno poteva entrare, la porta era destinata solo a te. Ora me ne vado e la chiudo”. …E cos’ì anche il lettore richiude il libro sulla domanda senza risposta. Sottolineiamo che è l’unico frammento del romanzo che K. Pubblica ancora vivo, con il titolo: “Davanti alla legge”, dapprima su una rivista poi in nella raccolta “Un medico di campagna” , nel 1920…Il romanzo lo aveva già terminato ( ?) nel 1915 , cinque anni prima . “E questo che cosa significa?” ” E’ semplice , – disse il professore accademico enciclopedico , fiero di esserlo , e che parlava come un libro stampato -, \” significa che il centro del romanzo è costituito da questa parabola nella quale K esprime simbolicamente il rapporto del singolo con la Legge trascendente che è poi il vero tema del libro e la definizione kafkiana dell\’uomo in assoluto. Infatti l’ultimo capitolo del romanzo , con la rappresentazione dell’esecuzione di K. che muore “come un cane” senza aver conosciuto la natura della colpa – e con ciò la verità della Legge che lo ha condannato, – sottolinea il significato METAFISICO di questa parabola della condizione umana”…. “Grazie, Professore”. “Non c’è di che. Grazie a voi della cortese attenzione”. “Grazie, professore, ma mi dice perché K è morto come un cane?” Nessuna risposta.

19. K uomo nudo
“…Non è vero che Franz abbia paura dell’amore e non abbia paura della vita….”, scrive Milena. La vita per lui è qualcosa di ben diverso che pe tutti gli altri uomini… il denaro, la borsa, l’ufficio dei cambi, una macchina da scrivere sono per lui cose mistiche …enigmi stranissimi di fronte ai quali non ha assolutamente l’atteggiamento che abbiamo noi. Il suo lavoro di impiegato è forse la comune esecuzione di un servizio? Per lui l’ufficio – anche il suo – è una cosa enigmatica così ammirevole come la locomotiva per un bambino… Noi siamo apparentemente capaci di vivere perchè una volta ci siamo rifugiati nella menzogna, nella cecità, nell’entusiasmo, nell’ottimismo, in una convinzione, nel pessimismo o in qualcos’altro. Ma lui non si è mai rifugiato in un asilo che potesse proteggerlo. E’ assolitamente incapace di mentire come è incapace di ubriacarsi. E’ senza il minimo rifugio, senza un ricovero. Perciò è esposto a tutte le cose dalle quali noi siamo al riparo. E’ come un individuo nudo tra individui vestiti . E non è neanche tutta verità ciò che dice , ciò che è e che vive….E il suo ascetismo non è affatto eroico – certo, appunto perciò tanto più grande e più elevato. Ogni eroismo è menzogna e viltà. Non è un uomo che si costruisca la sua ascesi come mezzo per un fine, è un uomo costretto all’ascesi della sua spaventosa chiaroveggenza , purezza e incapacità di scendere a compromessi.

20. K e la metamorfosi.
Chi non conosce la storia del povero Gregor Samsa? Il malcapitato un giorno al suo risveglio si ritrova trasformato in un orribile insetto. Quanti di voi sono entomofobi si tengano a distanza dal racconto: non dormirebbero mai più sogni tranquilli. Ma neppure i più forti di stomaco sono del tutto al sicuro e di certo non rimarranno indifferenti alle sorti del protagonista che chissà per quale oscura ragione si ritrova a vivere in un corpo estraneo, con un corpo tanto mostruoso, quasi fosse il segno di un’arcana colpa che solo con la morte potrà espiare.Siamo trascinati giù e poi sempre più giù nelle fauci di un delirio, nelle viscere di un incubo che in realtà è lo stesso di Kafka scrittore, di Kafka uomo.I riferimenti autobiografici sono molti: dal difficile rapporto col padre al rapporto simbiotico con la fidanzata di sempre Felice, questi oscuri drammi rivivono nell’ostilità che il padre di Gregor Samsa nutre per il figlio divenuto un mostro, o nel rapporto vagamente incestuoso fra Gregor-insetto e la sorella Grete.Ma qual è l’incubo? Kafka scrittore ci ha lasciato in eredità molti incubi, ma è stato anche il portatore di molte delle angosce dell’uomo moderno. I suoi incubi sono diventati gli incubi dell’umanità e le angosce dela società industriale del novecento sono divenute le sue personalissime angosce, e tutto è rifluito nelle sue sofferte, paranoiche e asciutte pagine, in cui nascosta o palese è onnipresente l’idea di una colpa da espiare, di una condanna da scontare. Ne “La metamorfosi” l’incubo di Kafka è che dentro di lui vivesse un animale, un mostro privo di qualsiasi umanità, e che questo mostro non fosse altro che la sua stessa anima. Non c’è dubbio che Kafka visse una vita minata dal terrore, dalle fobie, dall’irrealtà e infine dall’assenza, dal vuoto (del padre, di Dio). E come lui stesso ebbe a scrivere, aveva orrore di molti animali: topi, scarafaggi…Così come Kafka si costringeva a scrivere di notte in una cantina, sacrificando la propria vita e il proprio genio in un limite angusto e claustrofobico, punendo se stesso per farsi salvatore dell’uomo, anche Gregor Samsa immola se stesso per preservare l’esistenza della propria famiglia. Un sacrificio senza redenzione, una morte che riporta tutto come era prima che avennisse la metamorfosi. Chi vuole conoscere se stesso, il male del mondo e degli uomini non può trascurare la lettura di un’opera di tale portata. Non perché l’Enigma verrà finalmente sciolto, ma perché il lettore prenderà coscienza della esistenza di esso.

Augusto Benemeglio

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