John Cheever: Sembra proprio di stare in paradiso

| marzo 28, 2008 | 0 Commenti

A cura di Franco Cordelli

Titolo: Sembra proprio di stare in paradiso
Autore: Cheever John
Prezzo: € 10,00
Dati: 2007, 102 p., brossura
Editore: Fandango Libri (collana Mine vaganti)

Cheever dopo Carver.
La classe media in cerca di paradiso.

Spesso, se non sempre, il nome di John Cheever viene accostato a quello di Cechov. Per la verità, è successo con molti altri scrittori di short stories, basterà ricordare Rajmond Carver, che scrisse un’importante racconto sulla morte di Cechov ma che, rispetto allo scrittore russo, era meno elegiaco. E per niente malinconico, nell’ultimo suo libro Sembra proprio di stare in paradiso –Ora ripubblicato da Fandango come fosse una novità, mentre uscì da Garzanti nel 1984 con il titolo Un vero paradiso ( il racconto è del 1982, l’anno della morte di Cheever, che era nato nel 1912) – per niente malinconico, dicevo, fu il grande scrittore americano. Che Cheever sia un grande scrittore dovrebbe essere una nozione acquisita. Vi fosse un plausibile canone del Novecento, non troppo oscillante, il nome di Cheever vi sarebbe come stella fissa. Egli scrisse cinque romanzi ma il successo arrivò nel 1978, quando 63 racconti dei 119 che avevano pubblicato sul New Yorker. Ed è proprio come scrittore di racconti che Cheever eccelle, non è meno rappresentativo, o memorabile, di Hemingway e Katherine Anne Porter. Per quanto riguarda il secondo Novecento, alla sua altezza non c’è che Carver. Un suo simile, ma meno potente, è John O’Hara; e suoi evidenti eredi (non nella forma, ma sicuramente nei contenuti) sono John Updike e Ann Tjler. Dicevo della malinconia, come fosse una categoria critica o un elemento di riconoscibilità, buono per una decente connotazione. Ovviamente non è così. Ma è un fatto che Cheever non si lascia mai cogliere in stato di abbandono. Egli è spesso un moralista, avvolte sorridente, e che mai si arrende alla contraddizione. Più spesso è meramente descritto, un aspetto che troviamo tanto in Cechov che in Hemingway, per citare due scrittori opposti. Raramente arriva a essere sentenzioso, in particolare quando sente la necessità di ribadire come i suoi personaggi siano esponenti della classe media per Cheever, questa idea della classe media è un chiodo fisso. Egli è, rispetto al suo oggetto, uno scrittore altamente mimetico; in lui uno stile di vita finisce per coincidere con la vita stessa, la vita in sé. E’ lo stile, appunto, della classe media, accogliente e confortevole, o in cerca di conforto. A esso corrisponde, con precisione, una prosa fluente ma quasi claustrofilia. Vi è palese il rifiuto del tragico: la morte, sempre, viene riassorbita nel tessuto della calda vita (“le persone raccolte in quel soggiorno sembravano unite dalla tacita finzione che non ci fosse passato, che non ci fosse stata una guerra, che nel mondo non si annidassero pericoli e tensioni”). Ma il tema di Cheever è ben preciso: è il rapporto di questo mondo con l’altro mondo, il rapporto dell’uguale con il diverso.
Mi appare di straordinaria tensione conoscitiva in due suoi racconti, Addio, Fratello mio e Ballata, nei quali il punto di vista è l’uomo comune. A esso si appalesa una qualche strana entità. Scattano meccanismi di difesa, o di accostamento. In entrambi i casi falliscono. Di chi è la colpa? Nel tenere aperta la forbice consiste la forza di Cheever. Con andamento più ricco, ora svagato, ora puntiglioso sino alla pignoleria, come tutte la volte che lascia cadere un particolare che non avresti detto necessario ma che alla fine risulta caratteristico, non della situazione o del personaggio, bensì della prova che li anima. Sembra proprio di stare in paradiso è un piccolo capolavoro. In esso vi è la sovrapposizione, o il rispecchiamento, di una vicenda privata con una pubblica. Si può pensare alla questione del laghetto inquinato da una banda mafiosa come a un correlato oggettivo del’inquinamento sessuale di cui Sears si sospetta portatore non troppo sano (” la limpidezza del laghetto di Beaslej pareva aver spazzato dalla sua coscienza la convinzione che la sua libidine fosse una profonda contaminazione”). Sears/Beaslej, in parte omofoni sono insomma la stessa cosa: alla fine “Un vero paradiso”. Ma perché questo sospetto, o possibilità, o apparenza, si verifichi sono state necessarie vicissitudini perfino tragiche come la morte del professore di ecologia Cisholm assassinato; o la promiscuità, improvvisa, conturbante, sorprendente e, tuttavia vissuta come pura normalità. Sears, piantato da una capricciosa amante, trova consolazione tra le braccia non di un diverso, di una donna, ma di un omologo, un uomo, un ragazzo. Dopo tutto, se il suo tema era il rapporto tra l’uguale e il diverso, il suo problema era l’amore. Era anzi il tempo. Erano gli anni che si sentiva addosso: “quando vedeva per la strada una coppia abbracciarsi con tenerezza profonda o camminare felice spalla a spalla, si ricordava, sia pure per un solo momento, della vecchiaia incombente”. Non altro temeva, Sears, che la fine dell’amore.

di Franco Cordelli



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