John Cheever: Falconer


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Citazioni tratte da Falconer

“Perché devi sapere che in tutti i viaggi che noi facciamo, anche nei più stupidi, alla fine c’è sempre qualcosa di buono, come per esempio un sacco d’oro o una fonte di giovinezza o un oceano o un fiume che nessuno aveva mai visto o almeno una gran bistecca con una patata al forno. Deve esserci per forza qualcosa di buono al termine di un qualunque viaggio…”

Così era allora il loro matrimonio: non la cima della scalinata, non lo scrosciare delle fontane d’Italia, non il vento tra ulivi stranieri: ma un maschio e una femmina che, completamente nudi, discuteva¬no dei loro intestini.

“Hai bisogno di qualcosa?” domandò. Il tono era micidiale.
“Di gentilezza,” disse lui. Si sentiva inerme. “Di un po’ di gentilezza.”
“Gentilezza?” domandò Marcia. “Ti aspetti gentilezza da me in un momento come questo? Cosa hai mai fatto per meritarti la mia gentilezza? Che cosa mi hai dato? Uno sgobbare continuo. Una vita superficiale e senza uno scopo. Polvere. Ragnatele. Automobili e accendini che non funzionano. Anelli di sporcizia nella vasca da bagno, gabinetti dove non avevi fatto scorrere l’acqua, una fama internazionale di depravato sessuale, alcolismo e tossicomania da clinica, braccia e gambe rotte, commozioni cerebrali e adesso anche un grave attacco cardiaco. Mi hai fatto convivere con questo e adesso pretendi della gentilezza.”

“Le opinioni sono come i buchi del culo. Tutti ne hanno uno e puzzano tutti.”

Tutti i detenuti, ovviamente, soffrono di una perdita d’identità, ma quel tocco leggero mi ha spalancato l’immagine terrificante dell’abisso della mia alienazione. Tranne me stesso, qui non c’è nessuno con cui io possa veramente parlare. Tranne me stesso, non c’è niente che io possa toccare e che sia caldo, umano, sensibile. Senza il calore del sentimento, la mia ragione, con le sue alte aspirazioni alla forza, alla luce, alla praticità, è completamente paralizzata. Mi viene imposto un nulla osceno. Io non amo. Io non sono amato, e solo a fatica riesco a ricordare l’estasi dell’amore. Se chiudo gli occhi e mi sforzo di pregare, piombo nel torpore della solitudine. Cercherò di ricordare.

“E ricordo la prima volta che ci siamo conosciuti e sono ancor oggi e sarò sempre sbalordito dalla perspicacia con la quale un uomo riesce, a prima vista, a valutare la portata e la bellezza della memoria di una donna, i suoi gusti in fatto di colori, cibi, climi e linguaggi, le precise dimensioni cliniche dei suoi apparati viscerali, cranici e riproduttivi, le condizioni dei suoi denti, dei suoi capelli, della sua pelle, delle unghie dei suoi piedi, della sua vista e del suo albero bronchiale dal fatto che egli possa in un attimo, eccitato dalla sintomatologia dell’amore, rendersi conto che lei è destinata a lui o che sono destinati l’uno all’altra. Sto parlando di una rapida occhiata e l’immagine sembra fugace, ma non è una cosa romantica, è un fatto pratico perché sto pensando a una sconosciuta vista da uno sconosciuto.

Un’ inspiegabile progresso del nostro dominio su quei pendii e declivi sepolti nella neve. Così andammo su e giù e su e giù; con vigore inesauribile, con discese precise e perfette. Uno psichiatra direbbe che sciavamo su tutti i pendii della nostra vita per tornare all’istante della nascita; e un uomo di buona volontà e di buon senso sosterrebbe che sciavamo in tutte le direzioni possibili per arrivare a comprendere il trionfo dei nostri inizi e delle nostre fini. E ciò che avviene quando scii, cammini su una spiaggia, nuoti, vai a vela, porti le provviste su per le scale di una casa illuminata, sfili le mutandine su una grande incongruenza anatomica, baci una rosa.

Desiderava Jody. Il desiderio partiva dai suoi muti genitali, ai quali facevano da interpreti le cellule del cervello. Dopo di che saliva dai genitali alle viscere e da queste al cuore, all’anima, alla mente, sino a riempire tutta la sua carcassa.

“Cazzo, uomo, sei proprio bello. Voglio dire che sei praticamente un matusa e che in te non c’è più tanta luce, ma a me sembri bellissimo”. Balle, disse Farragut, ma in qualche parte di quel notevole deserto che era la sua persona, parve sbocciare un fiore e non fu capace di trovarlo per schiacciarlo sotto il tallone. Era una frase da puttana, e lo sapeva benissimo, ma pareva esserle irrimediabilmente sensibile. Come se avesse saputo da sempre di essere bello e avesse atteso tutta la vita di sentirselo dire. Ma se amando Jody amava se stesso, c’era sempre la possibilità che si fosse avventatamente infatuato della propria giovinezza perduta. Jody si atteggiava a giovane e aveva l’alito dolce e la pelle profumata della giovinezza: possedendo queste cose Farragut possedeva dunque un’ora di gioventù. Aveva nostalgia della sua giovinezza…

“Vedi, Zeke, io non ho paura di morire. Lo so che sembra una bugia e io stesso, quando qualcuno mi diceva che, avendo già sentito il sapore della morte, non aveva paura di morire, pensavo che non avesse classe, proprio niente. Anche tu mi sembravi un uomo senza qualità quando parlavi in quel modo, era come pensare che si è belli davanti allo specchio: quelli che dicono puttanate come per esempio che la morte non gli fa paura sono persone senza qualità. Come fai a dire che non ti fa paura dover lasciare una festa, quando è una vera festa, anche se c’è molto trambusto, persino il riso e i wurstel hanno un buon sapore quando hai fame, persino una sbarra di ferro ti dà piacere quando la tocchi, ed è bello dormire. È una specie di festa persino una prigione come questa e chi ha voglia di mollare una festa per andare in un posto di cui nessuno sa niente?

Titolo: Falconer
Autore: John Cheever
Traduttore: Capriolo E.
Editore: Feltrinelli
Collana: Universale economica
Prezzo: € 8.00
Data di Pubblicazione: Febbraio 2013
ISBN: 8807880229
ISBN-13: 9788807880223
Pagine: 196
Reparto: Narrativa > Narrativa contemporanea

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