Jerome David Salinger – Il giovane Holden


Leggo questo libro in età adulta (?), in quest’ultimo anno prendo in prestito i libri di mio figlio e colmo quelle “lacune” letterarie che ho accumulato negli anni.
Il giovane Holden di Jerome David Salinger è stato scritto più di cinquant’anni fa ma è talmente attuale che potremmo immaginare sia stato scritto in questi anni. La grandezza e la bravura di Salinger, a mio avviso, sta proprio nella capacità di descrivere una storia di malessere giovanile che accomuna intere generazioni perché la vita scorre, ma determinati periodi del vissuto di ognuno si riassumono sempre in un quadro emblematico dell’adolescente di ogni tempo, insomma un libro che riesce a parlare all’adolescente che è stato o è in ciascuno di noi.
Holden dopo aver accumulato una serie di sconfitte scolastiche, (deva lasciare l’ennesimo college, Pencyl, dopo la bocciatura che gli è stata annunciata poco prima delle vacanze di natale) decide di regalarsi tre giorni di svago prima di tornare a casa e assistere alla collera (?) e ai rimproveri con tiritere trite e ritrite dei suoi genitori.
Salinger descrive il protagonista come un ragazzo introverso, “lavativo” e “bugiardo” coltiva un’unica passione la letteratura, “Quelli che mi lasciano senza fiato sono i libri che quando li ha finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”, interesse che non ama condividere con gli altri.
Nemmeno con il compagno di stanza, Strandlater, che lo saluta con un bel pugno sul naso.
Qui inizia il vagabondaggio di Holden. “Dopo aver rifiutato un rapporto con una prostituta, e picchiato per questo, Holden si sente sempre più tradito dal mondo degli adulti, e per questo si ritira in quello magico dei bambini, andando a trovare la sorellina Phoebe e rievocando il fratellino Allie morto prematuramente di leucemia. Questi due personaggi sono importantissimi per comprendere la figura di Holden che nel fratellino aveva racchiuso tutte la qualità migliori, perdendo la fiducia in se stesso e rispecchiandosi come esempio solamente negativo. Nella sorellina vede invece tutta l’innocenza che lui ha perso a causa dei relazioni sbagliate a contatto con un mondo senza valori.” (G. Barletta)
Un libro che si legge tutto d’un fiato, scrittura informale che sottolinea il tratto schizoide di un momento di profondo malessere giovanile ( malessere quale il passaggio dall’ adolescenza all’età adulta).
Holden Caulfield, è il prototipo dell’adolescente ribelle e confuso in cerca della verità e dell’innocenza al di fuori dell’artificiale mondo degli adulti.

Titolo: Il giovane Holden
Autore: Jerome D. Salinger
Traduttore: Motti A.
Editore: Einaudi
Prezzo: € 12.00
Collana: Super ET
Data di Pubblicazione: Maggio 2008
ISBN: 8806193090
ISBN-13: 9788806193096
Pagine: 248
Reparto: Narrativa > Narrativa contemporanea

Jerome David Salinger (tratta da Zam) è nato a New York nel 1919. Dopo gli studi universitari a New York, prese parte come sergente di fanteria alla seconda guerra mondiale. Dal 1965 si è chiuso in un volontario e rigoroso silenzio, che ha fatto aumentare il carattere mitico della sua figura. A differenza di altri prosatori della sua generazione, Salinger non privilegiò l’esperienza bellica, ma la trasferì su un piano simbolico. Il romanzo che gli diede la notorietà fu Chi prende nel wiskey (The catcher in the rye, 1951). L’ambiente del romanzo è quello medio-alto borghese, con i suoi codici di comportamento, il suo conformismo, l’assenza di valori. Protagonista è il giovane Holden Caulfield, figlio di ricchi ebrei newyorkesi, che sta per essere espulso dalla scuola Pencey. Decide così di fuggire: si presenterà a casa dopo alcuni giorni, con l’inizio ufficiale delle vacanze di natale. Giunto a New York finisce in uno squallido albergo dove Maurice, un cameriere, gli procura una ragazza. Umiliato per la sua timidezza e derubato dal ruffiano, si sente defraudato e ingannato. Deluso dal sesso ma anche dagli altri miti: il jazz, il teatro, e soprattutto il cinema: è tutto un’odiosa e inutile finzione. Neppure le amiche capiscono l’angoscia di Holden, affannato osservatore dell’esistenza umana che vanamente aspira a essere un adulto responsabile, un “salvatore”. Nella mente di Holden le immagini di Allie, il fratello morto di leucemia, continuano a sovrapporsi alla realtà. Dopo un incontro segreto con la sorellina Phoebe, Holden va dal suo vecchio professore Antolini, ma temendo che egli voglia sedurlo, fugge. Alla fine Phoebe convince il fratello a tornare dai genitori che lo affideranno alle cure di uno psicoanalista. Se la coppia borghese tende a riprodursi a propria immagine e somiglianza, sarà l’adolescente a tentare di distaccarsi per una propria ricerca di identità, rifiutando, proprio come lo Huck Finn di Mark Twain, di “lasciarsi educare”. Il successo del romanzo si deve alla esemplarità della figura di Holden, personaggio che costituisce anche il punto di vista narrativo, oltre che al linguaggio che è una trascrizione avvertita del cosiddetto college slang, e all’ironia, ricca di partecipazione, che rientra nel filone del grande umorismo esagerativo nordamericano. Anche nei Nove racconti (Nine stories, 1953) i ragazzi e il loro linguaggio sono l’occhio critico, la struttura narrativa, il veicolo ideologico in un mondo che ricorda in parte, per sottigliezza inquietudine tenerezza quello di F.S. Fitzgerald, uno degli autori prediletti di Salinger. A interessi di tipo metafisico, in particolare per il buddhismo zen, molti attribuiscono alcuni squilibri di fondo e il manierismo che caratterizza le opere successive di Salinger, capitoli ideali di una saga familiare: Franny e Zooney (Franny and Zooney, 1961), Alzate l’architrave, carpentieri! (Raise high the roof beam, carpenters!, 1963), e Hapworth 16 (1964) apparso sul New Yorker nel 1965.

Katia Ciarrocchi

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