Jacques Prevert – Parole e foglie morte


A cura di Augusto Benemeglio

1. Parole
Quando Jacques Prevert appare sulla scena poetica con la silloge “Parole”, non è più un ragazzino, ha superato i quarantacinque anni, ha un passato di sceneggiatore di film di successo, e di scrittore di teatro a mezza strada tra Majakoskij e Brecht, ma è pochissimo conosciuto dal grande pubblico e non ha una lira in tasca, vive nelle camere d’albergo, dove dorme dalle sette di sera alla mezzanotte, e poi si prepara all’avventura notturna parigina e con lui – come amava dire – le tenebre non saranno mai più sole.
Siamo già nella seconda metà degli anni quaranta (1946), in un clima vagamente esistenzialista, e quella sua scrittura sciolta, sbrigativa,, apparentemente spregiudicata, che sviluppa temi facilmente orecchiabili, e ampiamente narrativi, sembra soddisfare una certa esigenza di fare poesia aspecifica, che rompe gli schemi. Insomma, in poco tempo, Prevert diventa il più popolare dei poeti francesi moderni, grazie anche alla facilità con cui i suoi testi si adattano a trasformarsi in canzoni. Parole, pubblicato presso le Editions du Point du Jour, si rivela uno dei maggiori successi editoriali del secolo: un milione e 800mila copie, operai, studenti, artigiani, piccoli borghesi saccheggiano le librerie. Comincia così il fenomeno “Prevert”, un autore sempre in bilico tra la letteratura con la elle maiuscola e la produzione di mero consumo, che sa cogliere con puntualità il senso delle cose, sa dosare con ironia i sentimenti, sa usare le parole, anche se capita che qualche volta vada finire nel banale, o ecceda nel gusto dell’effetto, come l’attore che cerca l’applauso, ma lo fa sempre con arte sottile.
Prevert usa un linguaggio da strada, da caffè, il linguaggio del gioco dei sentimenti, dell’uomo semplice, dell’umanità umile, e umiliata . Si mette dalla parte di questo linguaggio e di questi sentimenti, e attraverso il suo dono naturale di invenzione , costruisce i suoi contes, le sue narrazioni per i diseredati, per coloro che attendono e che non hanno mai smesso di attendere….cosa? …Un amore, o quel che resta di un amore. Piccole storie di vita tra i tetti di Parigi, danza, musica, circo e altro ancora, uno spettacolo in una Parigi dilaniata dalla guerra, una Parigi d’altri tempi che vuol tornare a rinascere , che vuole raccontare di gente, di danza, d’amore. Personaggi che si spostano, che volano sui tetti di Parigi come certe figure di Chagall, che ballano, che si amano, che si dicono le solite parole che dicono gli innamorati, che le sussurrano appena, parole sperate, parole attese. Baci rubati, inganni… In questo nuovo spettacolo della vita, ecco la poesia che si fonde con altre forme di spettacolo, la danza geometrica, verticale, il teatro, la canzone, l’equilibrismo, la magia, la speranza…

2. Parigi
Prevert diventa uno straordinario magico fabbricante di parole E Parigi sarà tappezzata dei suoi versi, sotto forma di manifesti pubblicitari: “Paris est tout petit pour ceux qui s’ament comme nous d’un aussi grand amour. (Parigi è proprio piccola per quelli che si amano come noi d’un amore così grande!), “C’est une chanson qui nous rassemble, / toi tu m’aimais et je t’jaimais “ (E’ una canzone che ci assomiglia/ tu mi amavi ed io t’amavo) “Tu as des beaux yeux tu sais Hai begli occhi, sai). A Parigi ci sono Les enfants qui s’aiment, “I ragazzi che si amano / si baciano in piedi /Contro le porte della notte / e non ci sono per nessuno / Essi sono altrove / molto più lontano della notte / Molto più in alto del giorno / Nell’abbagliante splendore / del loro primo amore. A Parigi s’incontrano ancora oggi tante persone, le più disparate, fotografi giornalisti macellai pizzicagnoli pittrici attrici e puttane che hanno avuto il privilegio di conoscerlo, e che parlano di lui con ammirazione e affetto sconfinato; a Parigi Prevert continua ad essere quasi un culto tutto sommato piuttosto misterioso, come se quest’uomo dagli occhi birichini e dalla lingua sciolta avesse incantato tutti con un sortilegio che resiste al tempo. E’ vero che certa critica parla della sua poesia come di qualunquismo, se non addirittura di cattivo gusto, ma c’è stata e continua ad esserci parecchia invidia nei suoi confronti , per il successo senza precedenti che ha ottenuto con le “parole”, e canzoni come “Le foglie morte”. Certo, il suo vocabolario è spesso popolare, quasi plebeo. Ma questo apparente chiacchierio nasconde qualità di una scrittura quanto mai elaborata e raffinata che sa offrire, esempi di vera e propria arte poetica, come ad esempio Sabbie mobili. (Demoni e meraviglie / venti e maree / lontano di già si è ritirato il mare e tu / come alga dolcemente accarezzata dal vento /nella sabbia del tuo letto ti agiti sognando / ma nei tuoi occhi socchiusi / due piccole onde son rimaste / demoni e meraviglie / venti e maree / due piccole onde per annegarmi.

3. L’amore
Forse Prevert non è l’atteso gigante che la Francia si aspettava, non è Baudelaire, Mallarmè, Verlaine, Rimbaud, Valery, ma questo lui lo sapeva benissimo e se ne infischiava allegramente. A lui gli bastava essere fedele al bisogno di libertà e naturalezza che è poi il fondo autentico (raro e prezioso) del suo temperamento, e ridirci con i suoi versi la sua malinconica fiducia nell’uomo, nella vita, la sua avversione per tutto ciò che li ostacola e li nega, la sua fiducia solo nell’amore: Se vogliamo la sua poesia è volutamente incanalata per altre strade rispetto al passato, strade percorse anche dopo di lui , con successo, in America, da poeti come Ginsberg e Ferlinghetti. Va detto che la battuta, il gioco di parole, l’argot, la sgrammaticatura, l’antiletterarietà, è voluta, e forse proprio da ciò deriva quella sua bruciante immediatezza. La sua continua ad essere una poesia d’uso, che piace a tutti, o quasi, che si canta o si cita nelle feste, nei momenti di gioia, perché Prevert sa essere poeta tenero, delicato, il poeta degli innamorati, il poeta di cet amour “Questo amore /Così violento / Così fragile / Così tenero / Così disperato Questo amore / Bello come il giorno / E cattivo come il tempo /Quando il tempo è cattivo / Questo amore così vero / Questo amore così bello /Così felice / Così gaio / E così beffardo /Tremante di paura come un bambino al buio / E così sicuro di sé Come un uomo tranquillo nel cuore della notte

4. Non sono un poeta
Non ho mai avuto un biglietto da visita con su scritto “Poeta”, si divertiva a rispondere quando lo intervistavano. Tutto quello che ho scritto l’ho preso in prestito dalla conversazione quotidiana e soltanto in questo contesto la mia poesia potrà continuare a vivere , ammesso che la poesia continui ad esistere. Del resto non ho mai amato officiare il rito poetico. La mia poesia nasce dal contatto gomito a gomito con l’angustia della vita di tutti i giorni, del vivere insieme , in comune , una poesia nata nella strada , dalla quale mutua intonazione e vocabolario… In sostanza , cos’è la mia poesia?, è solo tempo perso. Per me la scrittura è gioco, le sue regole sono oscure, le pause imprevedibili, la riuscita incerta, io di poesia non ho mai capito nulla. Per me è stato sempre un gioco di parole, e forse è tutto qui il mio segreto, la voglia di giocare che mi porto dietro. Dite che sono manicheo, qualunquista, beffardo, che non faccio altro che piroette verbali, giochi di parole di un ubriaco?… Non lo so, può darsi che sia così. Ma io so che il mio cuore , la mia parola, le foglie morte della mia anima autunnale sono dalla parte dei vagabondi, dei carcerati, dei disoccupati, delle prostitute , di quelli che non hanno mai visto il mare; io credo che l’uomo sia destinato alla gioia , ma egli ha contro questa fede una congiura permanente da parte della società: sta al poeta denunciarla .

5. Il vero Prevert
Ci sono tanti Prevert, come disse qualcuno, ma quello vero – scrive Pietro Girardi – è un gran… paraculo… Fa il verseggiatore elegante, carezzevole e sospiroso , il sentimentale, il malinconico e nostalgico e con voce tenera e sommessa canta le strade di Parigi bagnate di pioggia, gli amori dissolti dal tempo, le solitudini, gli incontri impossibili, e poi sfoga i suoi anarchici risentimenti contro i preti, i ricchi, i generali, i detentori del potere, mescolando ogni volta con sagace scaltrezza e scorrevole vena, materiali da giornaletto femminile, da fumettone a generici reclami contro la società e i suoi mali…società però in cui lui ci ha sguazzato bene …Ha inquadrato il suo lettore tipo, quello che viaggia in metrò, che ha il suo libro gualcito nella tasca dei pantaloni , e lo tira fuori come un prontuario di sogni, sogni un poco banali , perché non c’è posto per i grandi voli. E’ uno che ha i problemi spiccioli,che sono quelli del mangiare, del bere, del dormire,del fare l’amore . Per lui la filosofia è un lusso, la religione un inganno , la sua evasione dalla sofferenza è una sola : l’amore, l’amore fisico, concreto, privo di elucubrazioni psicologiche. In certi casi la sua poesia pecca di eccessi, con effetti e trucchi prevedibili che scadono nel manierismo , a livello di un Marc’Aurelio . Ma forse è proprio per questo , in quanto artista marginale che oggi noi lo possiamo ricuperare e renderlo significativo. Ad esempio , è con quella coloritura realistica e populistica , per quel suo stile parlato , che sembra tendere sempre verso una realizzazione canzonettistica , che riesce a fare una sorta di lirismo impressionistico , sospeso a bocca socchiusa , vedi Paris at night Tre fiammiferi accesi uno a uno nella notte/ Il primo per vederti tutto il viso/ Il secondo per vederti gli occhi/ L’ultimo per vedere la tua bocca /E tutto il buio per ricordarmi queste cose/ Mentre ti stringo fra le braccia.

6. Il teatro
Ma non bisogna dimenticare l’altro Prevert, quello meno conosciuto, molto meno baciato dal successo, il Prevert del Gruppo di Ottobre degli anni trenta, che fa teatro, ma non da Clown lirico ad uso della borghesia , bensì in testa ad un gruppo d’amatori che facendo proprie le tecniche del teatro d’agitazione elaborate in Russia e in Germania presenta per un pubblico di proletari e di intellettuali spettacoli di diretto e fragoroso impegno politico in luoghi non abitualmente destinati al teatro, come sale di sindacati, fabbriche, strade, è un teatro di intervento, un teatro di guerriglia, non fine a se stesso, ma un mezzo per aiutare la lotta già in corsa all’interno della società, per il raggiungimento di determinati obiettivi o per sollecitare prese di coscienza e azioni politiche. Fanno parte del gruppo di ottobre studenti, impiegati, operai, disoccupati, non hanno sovvenzioni e non vengono pagati, i loro spettacoli sono gratuiti. Il repertorio comprende sketch, declamazioni corali, pantomime, brevi commedie, attualità… E’ il teatro della Canzone delle inscatolatrici di sardine: Girate girate/bambine/ girate intorno alle fabbriche/ sarà il vostro turno tra poco/ d’andarci dentro bambine / girate girate bambine / figlie di pescatori/ figlie di contadini/ Vivrete infelici/ e avrete molti figli/ che vivranno infelici/ e avranno molti figli/ molti figli/ che vivranno infelici/ e avranno molti figli / molti figli, molti figli.
E’ il teatro che anticipa di almeno vent’anni le canzoni di Jannacci, come quello di Tentativo di descrizione d’un banchetto a Parigi, una satira vivacissima contro il perbenismo borghese: Quelli che non hanno lavoro/ Quelli che non hanno una casa/ Quelli che l’inverno si scaldano nelle chiese /Quelli che il sagrestano li sbatte a scaldarsi fuori Quelli che vorrebbero mangiare per vivere/ Quelli che vengono assunti, licenziati, aumentai, diminuiti, manipolati, frugati, accoppiati/ quelli che non sanno comportarsi bene/ quelli che puzzano/ quelli che non hanno l’acqua corrente /quelli che non hanno mai visto il mare/ quelli che credono/ quelli che credono di credere.

7. Prevert in Italia
Prevert si trova alla confluenza tra surrealismo e poesia sociale, in forme felicemente cantabili, lievi e insieme aggressive (tutte le sue poesie più famose verranno musicate dal maestro Joseph Kosma, e cantate da artisti famosi come Montand. Juliette Greco, Edith Piaf), la sua poesia illustra più il gusto surrealista che la dottrina, tant’è che il poeta nel 1929 era stato espulso, cacciato con ignominia dal gruppo del surrealisti di cui faceva parte fin dal 1925; all’epoca di Tanguy, Duhamel , Queneau, Pèret, Desnos, Leiris. In Italia, dove poesie come “Barbara” e “Cet Amour”, furono da noi scoperte tra brufoli, rossori e primi amori, almeno con dieci anni di ritardo, Prevert aveva aperto spiragli di autenticità nella nebbiosa monotonia delle letture scolastiche dove persino i versi “oses” di Orazio e Catullo erano sostituiti da pudichi puntini sospensivi. Era la generazione che stava covando il sessantotto e insieme a Prevert mescolava Pavese, Garcia Lorca, Lee Masters, i primi dischi di Brel e di Aznavour e sembrava dar voce alle più audaci fantasie d’amore con le Juliette Greco di turno, nuovo tipo di donna contemporanea, che diceva “Je suis comme je suis”, Io sono come sono, anticipando i movimenti femministi.

8. Il cinema
Espulso solennemente dal gruppo dei surrealisti, prima ancora che avesse scritto qualcosa, Prevert si era dato alla fotografia, al teatro, e – quasi contemporaneamente- aveva iniziato a frequentare il cinema, dove il fratello Pierre faceva il regista, dapprima come attore, poi come sceneggiatore. E qui parliamo di un altro Prevert ,quasi dicotomico, che non ha nulla a che fare con la deformazione parodistica, l’estro caricaturale, lo scatto inatteso e bislacco. Il Prevert sceneggiatore di Carnè è uno che dà spessore e profondità ad un personaggio come Jean Gabin, e ne fa uno dei miti indistruttibili dello schermo. E Gabin, che in quel momento incarna l’uomo solo condannato dal destino alla sconfitta e alla morte, l’uomo che continua a sognare sino all’ultimo amori irraggiungibili e impossibili, salvezze disperate diventa il testimone significante di un malessere contemporaneo. …Basta ricordarlo in film come “Il Porto delle Nebbie” e in “Alba tragica”, i film di Carnè più celebri di quegli anni unitamente al chilometrico “Les enfant du paradis”, è un continuo ribattere su pochi temi, gli stessi, se vogliamo della sua poesia. L’amore come passione esaltante ed eversiva, che sfocia inesorabilmente nell’infelicità e nella morte , perché tale è la condizione tragica dell’uomo e perché così vogliono le forze coalizzate che in tutte le società organizzate dettano legge.

9.Juliette Greco
Ma che vita ha fatto Prevert?, una vita misera, povera, per tutta l’infanzia e l’adolescenza, nella periferia parigina, dove spesso mancava anche il pane, una vita randagia come i suoi personaggi, in fondo. E Juliette Greco, che ha cantato le sue più belle canzoni, che gli fu amica per moltissimi anni, e che le è stata vicino fino agli ultimi giorni della sua vita, quando un cancro al polmone lo aveva ormai ridotto ad un fantasma, dice: “Penso che non abbia alcuna importanza conoscere la vita di un poeta, se non per nostra curiosità. Penso bastino le parole, l’essenza del poeta, la sua idea del mondo e della bellezza. Penso bastino le nostre emozioni, il sentirci per un attimo in una vestaglia leggera, a piedi nudi in una notte di primavera, lontani dalla pesantezza del circostante. Intendiamoci, Jacques per me è stato un uomo meraviglioso, con cui ho solo ricordi belli, struggenti, ma sono cose mie, personali, che non voglio rivelare. Ma si son dette tante sciocchezze sul suo conto. Ad esempio che improvvisamente si scopre poeta a quarantasei anni. Ma scherziamo? Jacques scriveva quelle poesie da almeno quindici anni prima, e lo faceva così in punta di penna, su fogli volanti, o angoletti di tovaglia. Scriveva così, come respirava, né c’er nessuna frattura fra la sua vita quotidiana e il suo scrivere. Ogni mattina un nuovo immenso foglio bianco prendeva posto sulla sua scrivania ed era il lavoro-piacere della sua giornata, e scriveva, scriveva del grande mito dell’esistenza, l’amore.

10. Prevert e Beckett.
In ultima analisi, chi è veramente Jacques Prevert? Un anarchico sui generis, nel senso che auspica un diverso contesto dove l’uomo è finalmente libero d’amare e di vivere, anche se poi non ce ne dà, neppure utopisticamente, le coordinate; oppure un ribelle che fa una precisa scelta di campo, vicino ai deboli ai sofferenti, ma in concreto poi non fa niente , prende solo posizioni diciamo simpatiche e piuttosto generiche; o è un moralista che pone come valore supremo lo stato di innocenza coi suoi istinti e le sue passioni; alla Rousseau? o, infine, un umorista che si abbandona fanciullescamente alla sua vena di caricaturista feroce, sempre attento ai propri bersagli, ma che non riesce mai ad arrivare alla satira vera e propria?. E’ un po’ tutto questo e qualcosa di più, che offre una speranza d’amore e di gioia “Vedete, ragazzi,- diceva ai suoi giovani amici che lo attorniavano , negli ultimi mesi della sua vita – anche senza far male, ad una certa età i denti cadono, la memoria perde colpi, la prostata si ipertrofizza, la vista s’oscura …Si celebra al netto d’ogni lamento la memoria del disfacimento…Quando muore qualcuno sentiamo sempre un po’ di vergogna , perché c’è sempre qualcosa che dobbiamo farci perdonare , ma della mia morte non vergognatevi, anzi siate orgogliosi di quel che mi avete dato, i vostri dubbi, le vostre speranze, la sete di verità e di disperazione, abbiamo condiviso il senso della vita che non è solo di uno, ma comune …Io tutte queste cose l’ho scritte per voi, che mi avete dato tanto, fin troppo, grazie a voi ho vissuto una vita piena e felice Molti di loro lo ricordano come il poeta della gioia , il poeta dell’amore, l’amore che diviene la rivincita del proletariato. Un amore violento, esigente, libero, che non sfiora ma abbaglia…. Per concludere dobbiamo dire che qualcuno ha trovato similitudini tra i personaggi di Prevert e quelli di Beckett, e l’accostamento sembra un po’ azzardato, e tuttavia , pur con delle differenze sostanziali (i personaggi di Beckett si affacciano su finestre che permettono di scrutare l’immensità del vuoto e del silenzio, potremmo dire dell’assenza di Dio; quelli di Prevert , tutti irrimediabilmente condannati alla mediocrità, hanno invece come orizzonte le proprie scarpe), c’è in entrambi la vocazione al nulla . Prima di morire, l’11 aprile del 1977, trentaquattro anni fa, disse: Ho incontrato la morte / L’ho incontrata / Non era la mia/ Ma era la stessa di pochi anni dopo/ la stessa di ora Ma in fondo ho avuto una bella vita. E una vita come questa io la auguro a tutti”. Jacques Prevert si spense alle 12,15 , nel suo studio , al primo piano ,con vista sul mare, a Omonville, Normandia….Cadde lieve dal grande albero del Mondo , come tante altre foglie morte: Le foglie morte cadono a mucchi../ Vedi: non ho dimenticato. Le foglie morte cadono a mucchi/ come i ricordi e i rimpianti / e il vento del nord le porta via/ nella fredda notte dell\’oblio”

Augusto Benemeglio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *