Non dare retta ai tuoi occhi, e non credere a quello che vedi. Gli occhi vedono solo ciò che è limitato. Guarda con il tuo intelletto, e scopri quello che conosci già, allora imparerai come si vola (Richard Bach).
(In)verso (Di)verso
Pesach “Passare Oltre”
Non avere paura dell’opposizione. Ricorda: un uccello rapace si alza in volo contro – e non con – il vento. Hamilton Mabie, Citato in “Passi verso la cima” Di Zig Ziglar.
Ora tocca a voi
Una leggenda racconta che la luna, appena dopo il tramonto, si leva dai marosi dell’oceano, per poi percorrere la volta celeste; solitaria e triste, su un barroccio astratto tirato da cavalli diafani. Con il Sole, la Luna, forma la coppia suprema ed impossibile, condannata ad amarlo, con l’amore più grande, quello di chi ama per sempre accontentandosi di far battere il proprio cuore per l’altra metà del cielo. Irraggiungibile dagli occhi, a meno di un miracolo.
Si era illusa un giorno di aver trovato, il suo sole, ma la realtà imbratta i fogli di cielo con parole pesanti che rimangono aggrappate con gli artigli alla pelle delle nuvole squarciandole e facendo sanguinare la poesia.
Era un sogno forse. Proibito, temuto, ma soprattutto desiderato e ora ritornare alla realtà perfezionale è viaggio faticoso. Era stanca di prendere in spalla la ragione, scimmia saggia, che filtrava le nebbie dell’oblio dissipandole per stridente contrasto. Né sole, né luna. Solo grigiore, fatto di fuga di nuvole. Smog umorale. Nebbia emotiva.
Si sentiva vuota e maledettamente sporca dentro, non riusciva a levare lo strato di odore che ancora aveva sulla pelle.
I versi ragionevoli della scimmia la pescavano dal sogno, turbando l’equilibrio suo precario, sconvolgendo la logica.
Ciò che nel rem-oto immaginario era bene tornava ad essere squallore di poche ore in stanza d’albergo.
Questa vita, insolente e bastarda l’aveva illusa e stretta nella morsa, proprio, mentre rideva di chi si lasciava avvinghiare dalle parole. Vittima di ragionamenti effimeri, trame di spago greve intorno al cuore, costretto a tacere e a non funzionare, un’abile regia ad ingannare il suo spettacolo di un amore.
Crescono rabbia, angoscia e solitudine, e gli occhi sono incapaci di trattenere le lacrime acide e logoranti in questo imbroglio tramante che unisce tutto e tutti con disegni incomprensibili.
È bastato un attimo perché rimanesse intrappolata nella ragnatela delle illusioni.
Con il petto aperto come una valle sulla pianura della sua coscienza (abbandonata per bruciare entusiasmi momentanei per riscaldare emozioni di passaggio) aveva donato tutta se stessa.
Era un presentimento di contentezza impensata che l’avvolgeva dopo che il nulla aveva riempito la sua bocca.
Ora sentiva la pelle fremere, il cuore funzionare per dar sangue alle sue vene più sfrontate. Polvere brillante, non più stantia, velo elegante, non più pietoso. Non credeva ai suoi fianchi, al suo inguine, alle sue mani, al suo corpo che gli parlava con un linguaggio criptato, sottile, forse anche esagerato, ma così avvolgente e godibile, che aveva escluso ogni possibilità di discuterne l’essenza.
Aveva affidato alle parole la sua fuga, quelle stesse parole che hanno aperto, scavato una voragine nella quale era caduta. Era precipitata fin sopra un letto di un albergo premeditato. Solo allora ha visto. Supina, in ginocchio, costringendoci la sua anima. Piegata alla volontà di un artista della retorica. Ipnotizzata dalle parole e scopata in silenzio. “Maledetta me”. “Maledetta vita”. E maledetto l’uomo che al suo fianco non vede l’infelicità che portava: oggi la mangia i sorrisi.
Adesso aveva solo paura.
Nella notte non riusciva ad abbandonarsi tra le braccia del tempo, unico galantuomo.
Oggi si sentiva terreno di caccia. Fragile, a cuore e gambe aperte.
Labirintici meandri di una mente largamente sconosciuta.
C’è chi la chiama anima. Lei non la chiamava mai, la lasciava dire. Ma non le dava retta.
Bisognava fermarsi in tempo. Fermare il tempo. Il galantuomo, vecchio voyeur di storie squallide. Fermare l’attimo, non coglierlo, colpirlo, prenderlo per le palle, riconoscerlo quindi quel dannatissimo momento dove è proibito sbagliare. Solo allora, con fredda determinazione, piazzare due colpi corazzati ben precisi. Uccidere la debolezza, non cadere in trappola, e fottersi l’uomo con la lingua di ostia. Che dice, bacia, lambisce e poi sparisce senza lasciar traccia, a parte un gusto che è solo memoria di una colpa impossibile da rimuovere.
Poche ore squallide dentro una stanza d’albergo. Né una promessa, né una speranza, solo l’immagine di quella spalliera di legno laccato con il riflesso di un predatore silenzioso che accarezza la sua preda.
Rimane il segno e il dolore dei graffiti sulla sua pelle che la scimmia ha inciso. Insopportabile l’odore, quasi quanto l’idea. Quasi quanto la sua vita. E quella luce fredda. Mai spenta. Ad illuminare la sua sconfitta.
Ora so che posso.
Ora so che le parole devono avere degli occhi.
Ora so che le mie parole sono affilate come rasoi.
Ora so.
Posso fare altrettanto.
Ingannare, vendere illusioni
e fregarmene delle relazioni.
Ora posso uccidervi.
Spogliarmi per drogare la vostra libidine e fottervi
Ora posso scegliere.
Uccidere o essere uccisa.
La mia prima vittima è stata la scimmia.
Ora tocca a voi.
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Cenere
Una notte, in silenzio attraversò l’arco della mia porta, se la chiuse dietro e si infilò nel mio letto.
Una coperta di nuvole bieche si avvicinavano, il fragore dei tuoni in lontananza e un curioso, greve, vento si soffermava a far sospirare le lenzuola. Era un passo di danza di passione nel sogno del mio cielo infinito, che sovrastandomi mi entrava dentro riscaldandomi. Percezione di lui che mi guidava e mi scorreva come sangue nelle vene, di piccoli baci dati a labbra socchiuse con la punta della lingua a cercare il ristoro di una carezza sublime. Le mie tempie madide bruciavano di pensieri audaci. Ascoltavo con ardente attesa le minuscole venature del rosso sanguigno lo sentivo mordicchiare e succhiare nel regalarmi un calore a passo di danza di serenità nel graffio infelice di averlo riconosciuto tra mille fiati tra mille tristi pensieri nell’averti qui lungo questo scosceso sentiero, qui dove a volte sento rallentare il tempo rischiarando l’orizzonte di un mare in tempesta. Ingannavo la mia fame cercando posti che non conoscevo, ma ora che era ancora qui con sorpresa, lo scopro e riscopro nel corpo stretto, in quell’istante nel piccolo palpito tra la scapola e il cuore, un passo preciso ad ascoltare i suoi battiti e il canto sulle labbra nel sapore di lui dentro me.
Sentivo il fiato scivolarmi lungo il collo, l’esplorazione già indelebile di polpastrelli segnava una pista sul mio petto, superava i brividi e la maglietta che ancora mi vestiva. La stappasti e sentivo il calore delle tue mani come conchiglie entro cui mi riparavo dall’universo. Avvertivo quel senso di appartenenza che da sempre esisteva nell’illegittimità del destino. Ero immobile tra lo stupore e l’incanto, il ritmo del mio respiro si metteva in assonanza con il suo nell’estasi più profonda.
Mi possedesti, incidendomi sulla schiena il tuo desiderio, col sangue, col dolore, tra le mie lacrime, tra il mio sfrenato desiderio di te.
Si inarcava la mia schiena volevo assaggiarti, leccarti, bagnarmi di te in quell’ incastro di intimità segrete, di respiri, di sussulti.
Ti abbraccio tra le gambe, ti volevo sul delta di Venere.
Mi appoggi con le mani al muro. D’incontrarti fino nel profondo, in un amplesso di anime che non cercano asilo ma che cantano un ritmo tribale, folle, battuto, ti sentivo attraversare ogni fenditura. Ti accoglievo con foga mentre i capelli volteggiavano in sinuose lusinghe intrecciando dita che suonano ogni corda del corpo. Mentre le nostre anime restavano aggrappate l’una all’altra in una fusione totale nel tempo che fa il pieno di noi unica carne in corpi bagnati.
Adesso, che fuori la tempesta invade ogni cosa.
Tutto era pronto.
Avevo poche cose con me, le misi in un borsone.
Aggiunsi legna al camino che si stava spegnendo, la fascina si era sbriciolata sul grande tappeto che ricopriva quasi tutto il pavimento nella stanza. Presi un bastone lo cosparsi di alcool, lo accesi e mi avviai verso l’uscita.
Prima di chiudere la porta mi girai, la torcia si accostò alle tende, la gettai nella parte dove l’alcool aveva lasciato una scia, richiusi la porta. Mi avviai, a piedi, verso l’aeroporto.
Un sospiro sul collo, un brivido lungo la schiena, un tremito alle mani, ricordi e rimpianti, chiave e serraglio, sentiero e destinazione, luce che nasconde trappole e salvezza.
E come note ben disposte è musica che scivola sulla pelle, un’alternanza di alti e bassi di slanci verso accordi di difficile conquista. Esperienza maturata nel corso di una vita. Formicolii e fremiti lungo la dorsale dell’esistenza.
Tutto il visibile e l’invisibile vibrano in una determinata frequenza di un meccanismo esistente.
Come le onde di una sorgente, che non sono presenti in ogni momento, ma devono essere “eccitate” per essere osservate, per potersi accordare con ciò che vi si trova dentro, accompagnandosi a brani di vita vera attuando virtuosistiche variazioni con gli spartiti già presenti nell’animo.
Solo dopo alcuni metri mi voltai, il fuoco cresceva velocemente, troppo velocemente e, mai come allora io ero felice. La vita è un incubo. Incessante e seducente come lo sguardo di un serpente che ha appena iniettato il suo veleno nella carne di un animale.
Avevo chiuso dentro la casa il passato e gli avevo dato fuoco.
Cenere che tornava a essere cenere.
Incipit
| “Dalle nostre convinzioni nascono le nostre azioni dalle nostre azioni si formano le nostre abitudini, dalle nostre abitudini deriva il nostro carattere, sul nostro carattere costruiamo il nostro destino”. J.P. Singleton |
Ferma nel riflesso del tramonto ascolto il mare che s’infrange sulla riva, godo dell’essenza di quest’angolo di paradiso che mi appartiene. Un profondo respiro, lo lascio andare, soddisfatto gustando l’inconfondibile tessuto del mondo reale. Continuo a brancolare, sono in perenne ricerca di me stessa. Ed è quasi certamente questo continuo moto che mi mantiene in vita. Il viaggio per recuperare l’anima è costituito dalle molte tappe, i sentieri logici, le soste opportune non conducevano in nessun luogo. Sapevo che il mio problema era in parte dovuto alle vecchie ferite di battaglia che risorgevano; preludio di qualcosa che ti avvolge, ti travolge, ti prende, ti possiede. Poi d’un tratto mi afferrò un senso tagliente di solitudine, con la violenza di un’improvvisa raffica di vento; il frastuono della vita mi comprimeva le budella. Ho cercato invano di aggrapparmi a una speranza, ma il vento alitava contro e nel momento che avrei avuto bisogno che asciugasse le mie angosce, volgeva la direzione altrove. Che triste amarezza regala la sensazione di solitudine nel mezzo della moltitudine! No che non l’amassi, la solitudine dico, sono sempre stata una bestia introversa, eppure a un certo punto mi sono illusa che non mi bastavo più, e così, dopo aver fatto da conchiglia per un intero vissuto, ho avuto la pretesa di voler essere perla da proteggere. La realtà oltrepassa la fantasia, sempre purtroppo. L’unica via d’uscita era staccare. Isolarsi per allontanarsi dal mondo non vuol dire evitare di affrontare la vita, ma riconquistare e ricomprendere quell’universo che c’invade nel suo funzionamento. La vita è un deposto di scelte, mancate spesso. Siamo quello che resta, quello che abbiamo arruffato, siamo un attimo rubato alla clessidra del tempo. Quanto tempo è passato? Quanto me ne resta? Oggi vedo i miei capelli rinascere, vigorosi, mi trasmettono una grande forza, mi incitano ad andare avanti ad alzarmi la mattina presto e annusare ginepri in fiore lungo la via dell’aurora, mi incita a battagliare con il dolore ed esultare con la gioia, a deliziarmi con tutte le emozioni sottobraccio dell’infinita bellezza dell’esistenza. Le mie scelte sono state dettate dal cuore, i sentimenti hanno influenzato il percorso da intraprendere, la strada era frastagliata ma ogni qual volta mi son fermata per rigenerare le mie membra e il mio spirito ho trovato pane e acqua a sfamarmi e dissetarmi. Non ho nulla da rimproverarmi ho solo il grande desiderio di un cuore sincero da posare sul cuscino per illuminare le mie notti tempestose dove saette spezzano la melodia del silenzio in grado di dar pace e diventare il mio profondo.
Janacek – Idyll for strings – Adagio
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(Dis)illusione
C’è un mondo di speranza che rallenta il passo mentre ognuno procede per la propria via.
Era questo che accadeva a Desy?
Nella consapevolezza che nulla e nessuno avrebbe potuto aiutarla – a uscire da quel groviglio che le attorcigliava la mente – Artur cercava, per lei, o forse meglio dire per loro, una via d’uscita.
Si erano incontrati un giorno in cui la pioggia cadeva fitta e Desy, incurante, continuava a passeggiare per le vie della città, ammirandone le vetrine, sognando forse, qualcosa, qualsiasi cosa che mai avrebbe potuto possedere, perché la vita è anche questa: ostinarsi.
Ostinarsi per un sogno irrealizzabile, un amore impossibile, una vita diversa ma senza avere né la voglia né la capacità di tramutare ciò che è in ciò che si vorrebbe: troppa fatica.
Artur seguiva l’incedere fiacco si Desy e ne ammirava le movenze: una danza ritmata tra le lacrime di un cielo troppo scuro perché lasciasse intravedere il pur minimo barlume di luce.
L’aveva invitata a fidarsi di lui, e il viso di lei, splendeva attraverso il lieve pulviscolo che scendeva lentamente nella luce della candela colorandosi all’arcobaleno che prepotente invadeva lo stesso cielo che pochi attimi prima emergeva impermeabile.
Davanti a quella tazza piena di ammirazione lei si era aggrappata a una speranza. Lui era gentile e la incantava quella voce che minacciava uno sconquassamento nella sua anima: si sarebbe preso cura di lei e forse le avrebbe aperto nuovi mondi spiegati in una successione infinita di magnifiche possibilità.
Il mondo di Desy si era sbriciolato ma era un mondo vacillante e non completamente creato, sotto di esso combattevano le sue emozioni e i suoi istinti; era soltanto una ragazza sperduta senz’altro indirizzo che la notte da cui era uscita e lui era lì ad attenderla.
Si era fatto breccia nel suo cuore con semplicità, e nel tempo era riuscito a sgretolare parte di quella barriera che corazzava l’essere di quella creatura infreddolita e impaurita.
Desy gli sorrise, accertandosi che il sorriso raccogliesse tutto ciò che sentiva dentro, promettendogli profondamente se stessa, per così poco, per il battito di una vibrazione sincera e unica, un vibrazione che potesse appartenere solo a loro.
La bellezza di ogni gesto li aveva portati a valicare vette così intime, insperate per qualsiasi essere umano, permettendo loro di sfiorare tutte quelle corde emotive cariche di passione e desideri impensabili.
Una bambina scostò Artur dai ricordi, rincorreva un palloncino sfuggito alla presa, troppe voci si erano intromesse nella simbiosi perfetta di braccia alzate a sostenere un sogno. La bimba si arrestò, arretrò e si nascose in un piccolo angolo della strada, osservava quel sogno svanire oltre le nubi consapevole che ciò era necessario per non inquietare gli animi.
La gente crede spesso che tutti proviamo per essa sensazioni molto più violente di quelle che provano in realtà: crede che l’opinione degli altri oscilli sotto grandi archi di approvazione o di disapprovazione.
Artur guardava smarrito Il viso rigido di Desy, quasi severo tranne che per il raggio morbido di dubbio pietoso che le usciva dagli occhi color giada, vi era una tragedia là fuori, e dentro tutto troppo sottile, sottile e sbagliato.
Tags: Disillusione, incipit, narrando, Racconto breve, scrivere
”Il destino non è questione di fortuna; ma è questione di scelte. Non è qualcosa che va aspettato ma piuttosto qualcosa che deve essere raggiunto” William Jennings Bryan










