Non dare retta ai tuoi occhi, e non credere a quello che vedi. Gli occhi vedono solo ciò che è limitato. Guarda con il tuo intelletto, e scopri quello che conosci già, allora imparerai come si vola (Richard Bach).
(In)verso (Di)verso
Pesach “Passare Oltre”
Non avere paura dell’opposizione. Ricorda: un uccello rapace si alza in volo contro – e non con – il vento. Hamilton Mabie, Citato in “Passi verso la cima” Di Zig Ziglar.
Come parlare di un libro senza averlo mai letto – Bayard Pierre
Me lo trovo per casa e incuriosita lo “sequestro”, beh devo dire… Lettura interessante.
Il pamphlet di Pierre Bayard, psicoanalista e insegnate di letteratura a Parigi, ha fatto già il giro del mondo, grazie soprattutto al suo titolo geniale, Comment parler de livres que l’on n’a pas lus?, che quasi sembra uno scioglilingua, una specie di gioco infantile per mettere a dura prova anche chi conosca il francese. L’idea è provocatoria: l’autore sostiene infatti che è legittimo, e creativo, parlare in diverse occasioni di libri che non si sono mai letti. In questo è ben lontano dal paternalismo di Daniel Pennac, in quanto sostiene che ognuno di noi, per ragioni antropologiche, psicologiche, ereditarie, ha in sé la propria biblioteca interiore che entra in conflitto con i libri veri, con la materialità di quelli con cui dobbiamo fare i conti nella vita. E allora ben venga la non-lettura, ovvero quell’operazione discorsiva che pretende di partire da una constatazione di non-verità. Ciò è possibile perché ogni singolo libro richiama un sistema di altri libri, per cui è sempre possibile rintracciare fili e corrispondenze che illuminino su quello che non conosciamo nello specifico.
In verità, Bayard non vuole proporci un manuale su che cosa fare per diventare dei lettori senza esserlo, ma piuttosto infrangere un grande tabù, quello della lettura a tutti i costi. Da lettore accanito, ci vuole suggerire quanto valga anche la mistificazione della lettura perché ci rende funambolici, seduttivi, capaci di usare le nostre qualità fantasmatiche applicandole anche a questi oggetti che rischiano, a volte, di fare paura. Bayard riporta esempi di grandi non lettori; Paul Valéry, ad esempio, che scrisse il suo celebre omaggio a Marcel Proust sulla “Nouvelle Revue Française” nel gennaio 1923, poco dopo la sua morte, dichiarando apertamente di aver letto della Recherche “un solo tomo”; Oscar Wilde, che non ebbe mai dubbi sulla necessità di liberarsi dalle costrizioni della lettura e che stigmatizzò questo atteggiamento in un articolo scritto per la “Pall Mall Gazette” dal titolo, appunto, To read, or not to read; e poi ancora Robert Musil, fino a Umberto Eco e a David Lodge, che sul tema ha costruito quasi uno stile di pensiero.
Insomma, questa riflessione, leggerissima, abbordabile, non inutilmente aneddotica, ci aiuta a non vergognarci davanti a un pubblico scelto di addetti ai lavori, o davanti a uno scrittore con cui ci capiti di dover parlare del suo ultimo capolavoro, o anche in un’aula di scuola, di aver perso un titolo, di non aver avuto voglia o tempo di leggere anche certi must, come l’Ulisse di James Joyce. Molto riuscito il capitolo intitolato Con chi si ama, in cui Bayard rilegge il film Ricomincio da capo, nel quale l’antipaticissimo e indifferente Bill Murray, grazie a una misteriosa magia per cui lo stesso giorno si ripete ossessivamente uguale a se stesso, riesce a conquistare Andie McDowell proprio recitandole il testo del Rigoletto che, in una delle innumerevoli ripetizioni di quell’unico giorno, lei gli aveva confessato di amare. E con questo precipitiamo nella grande illusione di pensare che due esseri siano tanto vicini “da far coincidere, almeno una volta, i loro libri interiori”.
Camilla Valletti
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Curarsi con un romanzo ecco i libri di pronto soccorso
Si chiama biblioterapia e funziona in molti casi. A crederci è Stéphanie Janicot, nata a Rennes nel 1967, romanziera e giornalista. Dunque non una terapeuta ma una signora che ci sa fare con la penna e che, soprattutto, ha usato la lettura come l’omeopatia e ha scritto un curioso manuale: 100 romanzi di Primo Soccorso per curare (quasi) tutto.
Siete una donna e ignorate il significato della parola “orgasmo”? Meglio comprenderne le cause invece di intossicarsi, magari con una manciata di antidepressivi. Si può allora cominciare a leggere Musica di Yukio Mishima, storia di una affascinante venticinquenne, paziente del dottor Reiko del tutto incapace di ascoltare un qualsivoglia brano musicale. Dopo alcune sedute lo psichiatra scopre che in realtà la sordità alla musica è un blocco simbolico e diagnostica: frigidità. Il racconto si snoda lungo un percorso accidentato fino a una soluzione. E secondo la Janicot, seguire pagina dopo pagina i pensieri e le emozioni dei protagonisti è un’ottima terapia.
Stesso discorso per l’impotenza: Biglietto scaduto di Roman Gary è meglio del Viagra, specie se associato a Fiesta di Ernst Hemingway. Se il problema sono l’alcolismo, la droga, il gioco “oggi i libri-testimonianza non si contano nemmeno più – afferma l’autrice – ma sono tutti più o meno mediocri e perciò eviterò di citarli”. Stéphanie Junot cita invece Ventiquattr’ore nella vita di una donna di Stefan Zweig: “Perché in poche pagine tratteggia con tocchi semplici, eppure brillanti, come si possa sprofondare nell’inferno della dipendenza senza volerlo, anzi cercando di darsi freno, ma senza mai aggrapparsi a nulla”. Caso mai non funzionasse si può passare senza problemi a Del piacere e del vizio di fumare di Italo Svevo, a Sotto il vulcano di Malcom Lowry (soprattutto di sera), a Romanzo con cocaina di Mihail Ageev.
A parte le facili ironie, curarsi leggendo, come spiega la psicologa Rosa Minimmo curatrice del sito www.biblioterapia.it, unico sito italiano sul tema, “aiuta la persona sofferente a riflettere su di sé, a potenziare le capacità cognitive ed emotive, acquisendo conoscenze ed elaborando strategie di gestione del disagio”.
Negli Usa dell’uso dei libri, soprattutto nella cura delle malattie come ansia e depressione, già parlava lo psichiatra William Menninger negli anni ‘30. In Gran Bretagna la biblioterapia la “passa”il servizio sanitario nazionale. E visto che siamo in stagione di affezioni respiratorie, come non cercare rimedio – suggerisce la scrittrice – ne La signora delle camelie di Alexandre Dumas figlio, nella Montagna incantata di Thomas Mann, nelle Ali della colomba di Henry James. Certo, lì si trattava di tubercolosi, però considerato che “esiste un’estetica della tosse cronica e dell’espettoramento sanguinolento”, meglio essere informati prima e presentarsi allo sportello Asl come Margherita Gautier.
Fonte: Curarsi con un romanzo ecco i libri di pronto soccorso – Spettacoli & Cultura – Repubblica.it.
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IL CIELO TI CERCA DI RICHARD BACH
Ero in libreria il giorno dell’uscita del nuovo libro di Richard Bach “Il cielo ti cerca”, attendevo l’arrivo del commesso per ritirare il libro di biologia per mio figlio. Al suo arrivo, tra i vari pacchi che venivano aperti, sono rimasta folgorata da un libricino azzurro come il cielo, sul retro della copertina due occhi carismatici che mi hanno rapita: era Richard Bach.
Lo sto leggendo assaporandone ogni parola…
Ne trascrivo alcuni stralci.
“E se credessimo di essere incatenati da qualcosa che non esiste? (…) E se il mondo intorno a noi fosse solo l’esatto riflesso di ciò che crediamo?”
Era iniziato tutto con quello che sembrava solo uno scherzo: “Faremo una passeggiata nelle nostre menti… (…) Non dobbiamo essere prigionieri delle nostre idee. Siamo in grado di ricordare chi davvero siamo.”
“Non tutti gli eventi hanno bisogno di essere etichettati, pensò, come coincidenza o destino. E’ quello che accade dopo che importa… Se facciamo buon uso delle nostre esperienze o se le lasciamo scivolare via dal nostro cuore, trascinate nel Mare degli Incontri dimenticati”.
“Suggestioni da parte di migliaia, milioni di individui. Un oceano di suggestioni; accolte e confermate, ragionevoli e irragionevoli, rifiutate e ignorate… tutte rovesciate su di me senza che ne fossi consapevole, su tutti gli esseri umani, sugli animali, su qualsiasi forma di vita terrestre: dover mangiare e dormire, sentire il caldo e il freddo, il dolore e il piacere, avere un cuore che batte, respirare, conoscere tutte le leggi fisiche e obbedirvi, accettare suggestioni… questa è l’unica vita che c’è, ci sia mai stata, o ci sarà mai”.
“Qualsiasi affermazione? Ogni parola che aveva visto, detto, sentito, pensato e sognato, senza sosta, giorno e notte continuamente, per più di mezzo secolo… Senza contare le suggestioni non verbali: quante potevano essere? Decine di migliaia probabilmente.
A ogni istante percepiamo un muro e confermiamo: solido, impossibile attraversarlo. Quanti microistanti in un solo giorno percepiamo con i nostri sensi? Muri? Porte? Pavimenti? Soffitti? Finestre? Per quanti millisecondi accettiamo limiti, migliaia di limiti, senza nemmeno sapere che lo facciamo?
Quanti nano-istanti ci sono in un giorno, un trilione? Solo dagli edifici in cui viviamo riceviamo ogni giorno questa infinità di suggestioni, ma naturalmente ci sono anche tutte quelle trasmesse simultaneamente dalla biologia, fisiologia, chimica, aereonatica, idrodinamica, fisica dei laser… e bisogna aggiungere la lista di tutte le discipline elaborate dall’umanità”.“E nel gioco dobbiamo buttarci, dobbiamo immergerci in profondità, sempre più giù in questo oceano di suggestioni per il nostro essere mortali, limitati, vulnerabili, ciechi di fronte a tutto tranne che alla tempesta di illusioni che ci comunica i nostri sensi… Dobbiamo trasformare bugie in convinzioni incrollabili senza porre domande e, nel frattempo, fare in modo di non morire subito e, mentre schiviamo la morte, cercare di capire cosa ci facciamo qui e quale motivo avremmo per definire questo gioco divertente.
E tutte le risposte vere sono nascoste. Il gioco consiste nello scovarle da soli fra questi cumoli di risposte false che altri giocatori reputano valide per loro stessi, ma che per noi non sembrano affatto funzionare.
Non ridere, bambino. I mortali trovano questo gioco affascinante, e sarà così anche per te quando accetterai di credere che sei uno di loro”.
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Milan Kundera – La lentezza
C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio.
Prendiamo una situazione fra le più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo.
Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo.
Nella matematica esistenziale il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio.
Da tale equazione si possono dedurre diversi corollari, per esempio il seguente: la nostra epoca si abbandona al demone della velocità ed è per questo motivo che dimentica tanto facilmente se stessa.
Ma io preferisco rovesciare questa affermazione: la nostra epoca è ossessionata dal desiderio di dimenticare, ed è per realizzare tale desiderio che si abbandona al demone della velocità; se accelera il passo è perché vuole farci capire che oramai non aspira più ad essere ricordata; che è stanca di se stessa, disgustata da se stessa; che vuole spegnere la tremula fiammella della memoria.
Milan Kundera
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”Il destino non è questione di fortuna; ma è questione di scelte. Non è qualcosa che va aspettato ma piuttosto qualcosa che deve essere raggiunto” William Jennings Bryan








