Non dare retta ai tuoi occhi, e non credere a quello che vedi. Gli occhi vedono solo ciò che è limitato. Guarda con il tuo intelletto, e scopri quello che conosci già, allora imparerai come si vola (Richard Bach).
(In)verso (Di)verso
Pesach “Passare Oltre”
Non avere paura dell’opposizione. Ricorda: un uccello rapace si alza in volo contro – e non con – il vento. Hamilton Mabie, Citato in “Passi verso la cima” Di Zig Ziglar.
Dentro e Fuori me
Dentro me, tra specchi dell’anima
una finestra aperta
inestricabile rete di possibilità mancate
Fuori me una lacrima lucente fende
l’oscurità incerta
la vita fluisce nel frammento:
il presente non può essere trattenuto
Dentro me ascolto una moneta
sonante offerta
smisurata fauce fossile
prosciugata di parole
Fuori me una sedia vuota
prigione sofferta
nella nebbia densa di lampi
che aggomitola il tempo in rovina
Dentro me un pennello d’avorio
geometria di corridoi segnati
ove i pensieri è un cuore puro
come il volto di un ritratto
E tace la sera nel silenzioso
percorso in libertà vagante
Tags: Dentro e fuori me, essenza, Poesia, ricerca, ricerca di sè, versi, vita
Transurfing
Da oggi è online un forum di condivisione, ricerca, essenza e tra le righe ognuno troverà le risposte alle tante domande…. http://www.graffiati.it/transurfing/index.php
Prendi in mano la tua vita
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Il Transurfing è una tecnica potente, in grado di fornire gli strumenti necessari per gestire il vostro destino a vostro piacimento. Nessun miracolo, però. Vi aspetta qualcosa di ben altra entità. Vi convincerete che la realtà ignota è molto più stupefacente di qualsivoglia magia…
La tecnica del Transurfing si è diffusa in Russia nel 2003, prima via Internet, dove ha suscitato un’animata discussionee un vivo dialogo tra i lettori, e poi grazie ai libri che, uscendo progressivamente nell’arco dei successivi due anni, hanno letteralmente invaso gli scaffali delle librerie diventando autentici bestseller. L’autore di questi volumi, nell’unica intervista rilasciata alla stampa, sottolinea di non esserne “l’autore vero e proprio”. Egli infatti non si considera né un creatore né tantomeno un maestro spirituale, un’idea assolutamente contraria al Transurfing, che disdegna scuole o movimenti di pensiero. Di Vadim Zeland sappiamo solamente che è russo ed è un esperto di fisica quantistica, divenuto “trasmettitore” di questa incredibile tecnica.
Nei suoi libri, Zeland propone ai lettori un viaggio fantastico nella realtà, dove la destinazione non è un punto d’arrivo ma un processo, il vivere quotidiano in un’atmosfera di festa ininterrotta. Poiché, per colui che impara a gestire e scegliere il proprio destino e a ottenere ciò che desidera, la festa è ogni giorno, nel qui e nell’ora. Nella valigia del Transurfer, pochissime cose: la consapevolezza, la libertà da ogni dipendenza, la riduzione dell’importanza di sé e del mondo, un pensiero improntato al positivo comunque sia. Affrontando il viaggio con questo bagaglio essenziale, alleggerito da tutti i falsi stereotipi imposti dalla visione comune del mondo, l’uomo può solo scivolare di linea della vita in linea della vita verso la sua linea più favorevole, la sua onda della fortuna. Transurfing è proprio questo: scivolare per le linee della vita nello spazio delle varianti.
Tags: bogsfera, condivisione, consapevolezza, coscienza, essenza, forum, passaggio, recerca interiore, Transurfing, vadim Zeland, varianti
Ritmo lento
Cielo sopra, cielo sotto, etere sopra, etere sotto. Tutto ciò che è sopra, tutto ciò che è sotto, prendilo e rallegrati. (Antica frase mistica)
‹‹Nel ritmo lento del tempo che scorre, assaporo ogni piccolo dono posto ai miei piedi.
E’ emozione ogni attimo di vita vissuta, non importa se son lacrime ad avere avuto il sopravvento sulle risa. Io sono e ciò mi rende serena.››
Erano questi i pensieri che affollavano la mente di Julie mentre attendeva l’arrivo del treno. Amava le stazioni, per tutti inno di dolore nel distacco dalle persone amate, per lei speranza di un nuovo viaggio: spazio temporale quale la vita nel suo (tra)scorrere.
Era una mattina di inizio Maggio, la prima che sentiva primaverile dopo i lunghi mesi di gelo vissuti sulla pelle. A un certo punto volute di nebbia erano apparse dal nulla e l’avevano stretta in un turbinio interiore. Mille immagini si susseguivano nella mente, momenti vissuti negli ultimi anni e attimi tenuti dentro, rabbiosamente, mentre l’involucro si perdeva nel non essere.
E ora che la foschia dissipava si domandava se fosse sempre stata a un passo da simili folli irrazionalità.
Si era vestita di corsa, quella mattina, voleva vedere sorgere il sole dalle acque del mare, e vi si diresse. Dopo il rientro da Ventimiglia, non curava molto il suo aspetto, in verità evitava di riflettersi allo specchio; ciò che vedeva non gli piaceva, gli donava quel senso di irrequietezza, quel senso di fallimento, di chi non è riuscita nel suo intento -il sottobosco scorticava con le sue inarticolate dita la schiena- di chi non era riuscita a portare a termine tutti i suoi propositi. Per natura odiava le cose lasciate a metà e ne criticava le gesta di chi intavolava mille argomenti. Non approvava “chi predicava bene e razzolava male”, eppure, era la strada che aveva percorso fin quella mattina. Nel terreno di ogni vita ci sono cose arrugginite e parzialmente sepolte che vanno disseppellire, anche se questo (ri)aprono vecchie ferite, facendole sanguinare. Ancora.
Era questo che faceva Julie quella mattina in riva al mare: rigettare qualcosa che la stava avvelenando.
Rimbombavano passi e voci mute lungo l’arenile sdrucito e opaco del tempo, dove le attese non avevano più compattezza, cosciente che tutto era trascorso. Irrimediabilmente.
Il sole ormai era alto e i chilometri si erano ammucchiati sotto le sue scarpe, sorrise al pensiero di come il tempo non esistesse, e di quanto era una convenzione creato dall’uomo per dialogare. In stato di semi incoscienza aveva percorso venti chilometri di litorale, e ora si trovava al centro di quella cittadina che l’aveva vista bimba; felice/infelice, poco importava perché aveva amato quella sua vita sgranata come un rosario: lentamente e con grande intensità. Allora aveva fede che qualcosa potesse mutare e che ogni ostacolo era una prova da superare nella speranza di quel sole che l’attendeva all’orizzonte.
Era tempo di fare qualcosa.
Entrò nel primo negozio di abbigliamento, voleva dismettere quegli abiti neri, aveva notato in vetrina un completo in lino, bianco e voleva provarlo. Ne cercò la giusta taglia, si infilò in un camerino, si spoglio.
Alzò gli occhi e si vide riflessa: ‹‹Dove sei stata fino ad ora piccola?, torna ti prego ho bisogno di te…››, continuava a farfugliare con i suoi pensieri –in un dialogo molto intimo- quando vide qualcuno scostare la tendina con foga. Sulla soglia del camerino, una donna molto bella, alta, longilinea, mora, dietro di lei un uomo imponente, elegante, distinto, brizzolato. Lei imbarazzata chiede scusa mentre richiude la tendina, lui imbambolato rimane immobile, fisso con lo sguardo sul corpo di Julie; Julie con un sorrisino divertito alla vista di quel quadretto, e poi, quando, ancora sola riemerge gli occhi su se stessa.
‹‹Che cavolo avevi da guardare, ma ti sei visto?››
‹‹Ma l’hai vista? ››
‹‹Avevi la faccia da ebete, brutto stronzo, che cavolo guardavi in quel modo?››
‹‹Ma l’hai vista? … faccia da ebete? Chi?,…Ma dico! L’hai vista?››
‹‹E insisti? Imbecille che non sei altro, Tu! Avevi la faccia da ebete, con quell’espressione stampata sul viso da maiale… visto cosa, poi? Vuoi insinuare che sia meglio di me?››
‹‹Ma no…amore, che hai capito? Ma hai visto la lingerie che indossava? Roba da far perdere la testa…››
‹‹Brutto porco, depravato che non sei altro, insisti pure? Ti odio, maledetto a te!››
‹‹Dai Amore non fare così, ti faccio un regalo andiamo al reparto intimo…››
‹‹Mettitelo nel culo il tuo regalo…Vaffanculo stronzo, sparisci!››
Le voci andavano sfumando e Julie sorrise all’ingenuità dell’essere umano. La complicità totale è una cosa rara, ci son sempre cose, situazioni non del tutto rivelate, e ci si illude di essere parte integrante dell’altro, ma mai sarà totalmente così, perché nulla e mai perfettamente combaciante, c’è sempre un piccolo frammento mancante, quel qualcosa di non detto che fa la grande differenza. Lei lo sapeva. Come sapeva che se si fosse trovata al posto della bellissima mora, ne sarebbe rimasta intrigata e avrebbe accettato quel regalo; fonte di un nuovo gioco, un nuovo momento da vivere intensamente negli androni del piacere. Amava giocare, intrigare, vivere, donarsi e essere complice del suo uomo.
Uscì dal negozio con indosso pantaloni bianchi, magliettina nera con un cuore rosso stampato sul seno, giubbino bianco, si sentiva rinata, aveva lasciato i suoi vecchi vestiti, neri, nel camerino e la cosa gli piaceva: era come se volesse chiudere definitivamente con un passato ingombrante, doloroso, una trappola per topi troppo stretta per permettere la sopravvivenza. Asfissiante.
E ora che il treno era arrivato si accingeva a salire. Si sedette vicino al finestrino, voleva vedere scorrere il mare quando in corsa guardava il paesaggio sfilare dinanzi ai suoi occhi. Tanti fotogrammi nella trama intessuta dalla vita. Immagini che rimanevano alle spalle fino a diradarsi nell’infinito ormai andato; immagini che per un attimo di tempo sostavano al suo fianco quasi a stringersi, aderenti al suo corpo, per non sfuggire via e immagini che erano troppo avanti per essere godete in quel preciso istante.
Non riusciva più a distinguere chi viaggiasse al suo fianco tanto era immersa ad assaporare l’inconfondibile tessuto del mondo reale.
L’inconscio è un bestia rara, quando sembra che sonnecchia, riemerge inquieto e caotico al di sotto dell’ordinato mondo della coscienza. Ora si che era pronta a partire. Libera di spiccare il volo, oltre quell’ oceano di parole prive di gesti alla luce del sole.
Tags: narrare, Racconto, Ritmo lento, scrivere, vita vissuta
Rccioli di fumo
Osservo fuori della mia finestra, il mondo vive e scorre, intorno.
M’incanta comparare il nostro arco vitale ad un disco vergine che incide ogni volta di una nuova traccia, un nuovo suono.
Immagino note sfiorate di un’arpa: la nostra essenza, aggiungersi gli archi, i fiati, gli ottoni e poi i timpani, e man mano che il cammino dell’esistenza avanza ci sarà sempre spazio per un nuovo strumento, un nuovo suono a comporre la nostra melodia, fin quanto il disco non sarà completo.
Solo allora la sinfonia sarà perfetta; sarà il momento di alzarci in piedi, in mano prenderemo una bacchetta e dirigeremo finalmente la nostra orchestra, mentre la musica svanirà verso l’incoscienza e avanti agli occhi potremo vedere scorrere i titoli di coda.
Ho una finestra dentro di me; riflette il mio essere tra gli specchi della mia anima.
Giovarsi delle nostre vite per arricchirsi dai nostri errori, cercare la causa dei nostri problemi ed eliminarli, ma ricordandoci soprattutto di divertirci, di essere folli e di non prendere la vita tanto sul serio da perdere la nostra spontaneità, il piacere che diviene dall’essere sciocco, dall’essere bambini.
Quanta verità in queste parole…
Un’altra notte a rincorrere
riccioli di fumo,
che danzano, sul pallido muro
l’oscurità invoca le sue ombre
mi perdo nel frastuono
un ritmato ticchettio
diventa assordante
nel suo infinito
muto inizia il dialogo
tra visibile e invisibile
le tenebre alla debole luce
della luna
si animano di forme sconosciute
ora spaventose,
ora attraenti
sono memorie ancestrali
che aumentano quel senso di solitudine
sola con me stessa
e da sola
devo fare i conti
con ciò che cela il mio cuore
Ancora una notte a inseguire
il rincorrersi di riccioli di fumo
Tags: ascoltando, Notturno, Poesia, Solitudine, vita
”Il destino non è questione di fortuna; ma è questione di scelte. Non è qualcosa che va aspettato ma piuttosto qualcosa che deve essere raggiunto” William Jennings Bryan










