Intervista a un ospite di Comunità Alloggio 2


di Enzo Maria Lombardo

Età? Per l’anagrafe ho diciotto anni. Ma dovete togliere quell’anno e due mesi in cui sono morto. Quel periodo non conta: respiravo, mi arrivava qualche suono, qualche immagine confusa, come quando sogni, ma ero morto. Quello che mi è rimasto di quei quattordici mesi è solo nebbia e una musica, un motivo che, prima di addormentarmi, mi martella il cervello. Quella musica, nel dormiveglia, anche se è dolce, flautata e sembra una carezza, mi terrorizza, mi entra nell’anima come una lama, ci si conficca, mi taglia.
Ma anche senza musica, la mia vita è paura. Quando la paura passa io l’aspetto. So che arriva.
Anche voi mi fate paura, non dovrei averne, vero? avete la faccia buona, sorridente, ma anche gli altri, le iene, i mostri, hanno la faccia buona e sorridente.
Siete giornalisti? No? Ah, ho capito, siete impiegati comunali… comunque non importa cosa siete, mi fate lo stesso paura.
E quelle carte che tenete sul banco? Sono del Comune, vero? Io lo so, io leggo bene, leggo anche sottosopra. Sono un po’ lento ma le cose le capisco bene, anche con mezza testa. Anche lo psicologo di sostegno lo dice, ogni martedì, che sono intelligente.
E ora che il Comune sa che ho diciotto anni mi caccia via da qui. Per questo siete venuti. Se uno ha diciott’anni e riesce a pensare, anche se è lento e ha sempre paura, anche se trema, non può restare in questa casa.
Comunità Alloggio, si chiama questa casa. Io la chiamo casa per chi non ha niente e nessuno.

Parenti? Non sapete leggere nelle vostre carte? Un paio di zii lontani, da qualche parte, non so; si saranno dimenticati di me o sono morti o sono anche loro iene come gli altri e in questa casa non possono entrare. Solo gli incubi possono entrare in questa casa, e chi può farci qualcosa agli incubi? Scrivete, scrivete pure nel modulo. Parenti: nessuno.
Però anche se qui dormo impaurito di cosa posso trovare nel sonno, meglio restare qui dentro, andare ogni mattina in questo stanzone, che chiamano “scuola”, sedermi un paio d’ore in questo banco dove sono seduto adesso, sì proprio qui, con attorno i compagni e con loro parlare, parlare, e anche a pranzo parlare, ma non con tutti: qui dentro qualcuno non parla mai, se ne sta rintanato e se ti avvicini si nasconde la faccia tra le braccia e magari scorreggia apposta per farti andare via. Anche i miei compagni hanno paura. Forse più di me. Chissà di cosa. Ognuno ha il suo Inferno personale.
In officina è diverso: laggiù parlano tutti anche mentre si sta al tornio o alla fresa e non ci sono quelli che scorreggiano o che fanno le boccacce: in officina si lavora, o meglio si gioca a lavorare per assomigliare un poco a quelli che stanno fuori di qui. Terapia.

Ora comincio a tremare, vedete? Succede spesso. Se tremo parlo male e non potrò più dirvi qualcosa da mettere in quei fogli, e voi, invece, dovete scrivere tante cose in quelle carte.
Ogni giorno, mai alla stessa ora, mi trema la gola, il petto, mi tremano le mani: quando succede in officina Don Alfonso mi dice allontanati dalla fresa e scopa gli sfridi. E io mi tolgo gli occhiali, scopo quei trucioli di ferro e li metto in un cartone speciale. Faccio tutto per bene, lentamente. E’ questo il mio segreto: lentamente.
Ora sta passando, è passata, meno male.
Qualcuno, in quei momenti, vedendomi tremare, mi dice di pensare ad altro, di sforzarmi di dimenticare, che è passato tanto tempo, ma il medico del martedì dice che è sbagliato, non devi sopprimere niente, dice, anzi devi pensarci, devi elaborare, scrivere tutto magari, oppure parlare, e così io parlo con lui, parlo, proprio come sto facendo con voi.
E’ una terapia, sapete? Come il lavoro, la scuola. Come una medicina. Quando gli racconto la mia storia lui si fa attento, interessato, come se gliela raccontassi per la prima volta. Mi ricorda persino i particolari che mi sfuggono da una volta all’altra e non sorride mai, non si annoia mai anche se dico sempre le stesse cose. Anzi dice: ripeti, non ho capito bene. Lo so che finge. Lo fa per la terapia.
Intanto scrivete: nome, Marco Rambaldi, età quasi diciassette anni. Forse meno perché lo so che ho il cervello dimezzato.
Io penso con mezza testa, sapete? quella sana. L’altra è piena di sangue raggrumato. Avete scritto diciotto? No, no, è sbagliato diciotto, ve l’ho detto! Correggete, correggete…

* * *

Quando è successo? Avevo quindici anni. Forse mi ha salvato la morte che è arrivata subito in mezza testa e che mi è durata quattordici mesi, fino a quando l’altro mezzo cervello si è rimesso a funzionare e sono arrivati i ricordi a poco a poco. Perché io ora ricordo tutto di quella notte, sapete? Tutto, tutto, la strada, la macchina, persino il triangolo rosso messo di traverso e una gomma poggiata sul paraurti e quei due dalla faccia buona e dal sorriso gentile che si sono avvicinati al finestrino allargando le braccia, sconsolati. Due poveri cristi sconsolati.
Mia madre taceva, incavolata marcia. Poco prima aveva detto a mio padre non fermarti Matteo, tira dritto, che ne sai chi sono, in una strada di campagna deserta come questa; e con questo freddo non c’è un cane di domenica sera; non c’è neppure campo per i telefonini.
Era bella mia madre, proprio bella, lo dicevano tutti e io ero felice quando lo dicevano, ed era ancora più bella quando teneva il broncio.
Ma mio padre era testardo. Aveva già frenato, sono due ragazzi, Marina, disse, non vedi che hanno una gomma da cambiare, magari non hanno luce, non ci sanno fare e noi abbiamo la torcia, abbiamo i ferri.
E così abbiamo fatto retromarcia, solo qualche decina di metri, e loro sono arrivati, due cristi con le braccia a penzoloni. Si sono chinati verso il finestrino e hanno tirato su le spalle e allargato le braccia come dire che erano nei casini. Anche mia madre adesso si era calmata, fece pure un sorriso.
E così mio padre prese la torcia dal cassetto del cruscotto, disse voi state dentro che c’è freddo e uscì dalla macchina, si avvicinò alla loro, e quelli, seguendolo, si girarono un paio di volte a guardare mia madre.
Non era una novità: tanti si giravano quando passava mia madre e io dicevo sempre tra me: è nostra, sapete? Tutta nostra. Qualche volta dicevo: è mia.
Poi uno di loro, il più giovane e magro, parlò con mio padre: parlava normale, si sentiva anche da lontano la sua normalità, la sua voce era calma, pulita, dolce, niente inflessioni. Parlava di ruota, di motore e mio padre rispondeva con competenza. Ricordo che mia madre sbuffò, disse tuo padre è sempre il solito, ora a quei due farà una conferenza sulle ruote, arriveremo tardi stasera; poi accese la radio, per ingannare l’attesa.
A tratti cercavamo di guardare dietro ma non vedevamo niente perché i nostri fari illuminavano solo davanti e la torcia era a terra. Solo alla poca luce rossa dei fanalini di coda ci sembrò di scorgere mio padre abbassarsi; credemmo che trafficasse con la ruota, ma adesso non sentivamo più niente, avevamo rialzato i vetri, entrava troppo freddo.

Restammo così, in silenzio, con la musica in sottofondo; restammo in silenzio per qualche minuto, cinque sei al massimo, finché quei due tornarono ma non c’era mio padre e aprirono di scatto tutti e due gli sportelli e subito dopo mi sentii sollevato di peso dal sedile e uno di loro, quello magro, mi tappò la bocca con la mano e io, d’istinto, morsi calli e pelle dura, finché quello mi stordì con un pugno da dietro e io scivolai a terra, vicino alle ruote, mezzo svenuto. Vedevo una ruota grande, enorme e dopo un po’ sentii la bocca piena di stoffa e credevo di soffocare. Era uno straccio ma non potevo levarmelo perché m’avevano messo le mani dietro la schiena e avvolto nei polsi qualcosa, non so, una corda, un cavo della luce.
Sì, facevo fatica a respirare e non vedevo più niente se non quella ruota enorme vicino al viso, ma anche da terra potevo sentire gridare mia madre, come in un sogno, in un incubo tra le note della musica che usciva dall’autoradio. La sentivo gridare, e gridare, e uno la chiamava troia e diceva stai zitta troia, lo diceva con una voce strana, impastata, dài troia che ci divertiamo, diceva, e io pensavo non è vero, è tutto a posto, questo è solo un incubo, ora mi sveglio. Ma il sogno continuò e lei dopo un po’ non gridò più e io da sotto la macchina, fra le ruote, intravidi i suoi piedi. Aveva perso le scarpe, la trascinavano come un manichino, uno di quelli delle vetrine, sapete?, una cosa morta e vuota, ma non era morta, era solo stordita da qualche pugno perché la sentivo ancora gemere e il più grosso, gridò all’altro guarda nella borsa, quello aveva solo due schifosi centoni nel portafoglio, e poi vedi cosa puoi fare col piccolo bastardo che ci ha visti in faccia, se no lo faccio io.
Quando si allontanò dalla macchina potei vedere meglio: quello aveva preso mia madre per la vita, proprio come un manichino leggero, le vidi strisciare a terra i piedi scalzi nell’asfalto, nella scarpata, fin dentro il bosco.

Il magro sorrideva ancora, a bocca storta. Ora lo vedevo bene, aveva un nuovo sorriso in faccia, un sorriso atroce, da matto. Vidi che ingoiava di furia qualcosa, poi spense la radio, i fari, chiuse gli sportelli e si mise la chiave in tasca e disse dobbiamo andare anche noi pupetto, non si può stare qui, non è igienico, ci possono vedere, e poi c’è freddo e mi voglio scaldare un poco anch’io con tua madre e, intanto mi trascinava prendendomi per il colletto della giacca, e anche se scalciavo come un mulo non potevo aggrapparmi a niente e sentii l’erba sotto di me e pietre e rami e poi tutto diventò più nero del nero.
Nel bosco sentii che mi ero bagnato e m’accorsi che mi avevano legato anche le caviglie con un filo di ferro. Un grosso tronco mi sorreggeva la schiena, era vicino a una piccola radura circondata dagli alberi, e io non vedevo quasi niente con quel buio e quelle foglie ma sentivo quei due e sapevo cosa stavano facendo a mia madre in quella radura.
A quindici anni si crede di saper tanto e si sa poco, ma per quel poco che sapevo ho sperato che lei fosse già morta, che quello che le stavano facendo lo facevano a un corpo morto e anche se avevo capito che dopo mi avrebbero ammazzato, pregavo dio che finissero presto. Ma nessun dio mi aiutò. Non ritornarono presto. Vedevo qualcosa di bianco muoversi tra i rami ma quel qualcosa compariva e scompariva e i rumori riprendevano di nuovo, liquidi, schifosi.

Per primo ritornò quello più giovane e magro, sedette su un tronco caduto, sedette proprio di fronte a me, disse dobbiamo aspettare, pupetto, dobbiamo aspettare il mio amico, quello non ha fretta, non è veloce come me, ma adesso arriva, ha quasi finito.
E mentre parlava si frugò in tasca, tirò fuori un piccolo flauto e si mise a zufolare qualcosa. Era una musica dolce, triste, la ripeteva all’infinito, dobbiamo aspettare, ripeteva asciugando di tanto in tanto il flauto sul giaccone, e qui fa freddo.
Poi venne quello grosso. Tirandosi su i calzoni disse al suo amico suona, cretino, suona, che ti sei perso qualcosa: la morte ha un sapore speciale in quei momenti.
Aveva in mano una grossa pietra e me la mise proprio vicino agli occhi, me la fece vedere da tutti i lati mentre note flautate e sfumature di buio mi colavano dentro fusi in un magma di terrore: sapevo che insieme, fra poco, mi sarebbero scoppiati dentro e che il terrore sarebbe finito, che sarebbe finito tutto.
Anche se dicono che a quindici anni non si sa cos’è la morte, non ci si crede, non la si immagina, non si teme neppure e neppure la si può desiderare, io invece l’ho immaginata e per un lungo attimo l’ho vista e l’ho pure desiderata, anche se il mio collo, le spalle e la testa si scotevano da sole, gridavano un “no” viscerale, assurdo. Era il “no” delle cellule, dei muscoli, del sangue. Non era il mio. Io volevo solo uscire dall’incubo prima di sentire quella pietra penetrarmi nel cranio.
Non chiusi gli occhi, non svenni, vidi la pietra sollevarsi lentamente sopra la mia testa accompagnata da quella nenia flautata. Sentii dire, in lontananza, mi dispiace, pupetto, sai troppe cose e noi dobbiamo andare.

* * *

Si sente male, signora? No, no, il bagno è da quella parte. In fondo al corridoio, ultima porta a destra… Va bene, l’aspettiamo.
La sua collega non conosceva tutta la mia storia? Povera donna, l’ho vista sbiancare. Gli incubi, visti di giorno sono ancora più terribili.
Eppure dovrebbe esserci abituata. Non leggete i giornali, non guardate la tivù? Noi qui giornali niente, ma qualcosa vediamo alla tivù quando si scordano di cambiare canale. E quel qualcosa è già tanto.

Ora va meglio, signora? In fondo è una storia come tante: credevo che la gente fuori di qui non facesse più caso a queste cose. Da quel che ne so io, dopo il primo ribrezzo, la gente se ne fa una ragione, dice che schifo ma queste storie le cerca nei giornali, nei libri, le cerca alla tivù; dice sono mostri travestiti da esseri umani, sono belve feroci, sono iene, e poi c’è la droga, c’è la pazzia, i motivi sono tanti. O non ci sono neppure veri motivi.
Tanto, prima o poi la storia viene instradata nelle rotaie della cronaca e della legge, viene lavata dalla polizia, strizzata dai tribunali, dagli avvocati, colorata dai giornalisti. E gli incubi sbiadiscono, diventano gialli da leggere e seguire, e le storie, in un modo o nell’altro, hanno spesso un lieto fine. Magari vincono i buoni, come nei telefilm. E quando il lieto fine non c’è, resta la curiosità, l’indignazione, insomma il giallo appassiona di più.

E così ci avviamo al lieto fine. Signora non abbia paura. Niente più sangue, stupri, brutture. O solo un poco. Pura cronaca.
Ho i ritagli, ho altre carte. Me li sono procurati. Il tempo qui non manca e il dottore dice che non debbo ficcare la testa nella sabbia. Terapia.
Che erano due balordi, lo sapete già, vero? Imbottiti di droga fino agli occhi. Gli avvocati insistettero tanto su questo punto. E’ il loro mestiere. Esami, perizie, controperizie.

Ci trovarono alle prime luci dell’alba, due tizi cercavano funghi e trovarono mio padre con la gola tagliata dentro la scarpata, coperto di rami e foglie. Mia madre la trovarono più in alto, dentro il bosco, avevano tentato di nasconderla nel sottobosco, ma era un lavoro mal fatto. Non ho mai visto le foto ma un giornalista nell’articolo diceva che era perfetta, non un taglio, solo qualche scalfittura nelle gambe e nei piedi. L’avevano soffocata un po’ alla volta, forse a turno, con una cintura. L’ultimo aveva stretto più forte, più a lungo.
Anch’io ero coperto di rami. Avevo la testa mezza fracassata ma c’era ancora un filo di vita nel sangue che gocciolava tra le foglie.
Le macchine erano sparite: le trovarono da uno sfasciacarrozze di un paese lontano trenta chilometri. Le stava smontando ma una, la nostra, era intatta e troppo nuova e aveva le gomme ancora impregnate di terra e foglie. Lo fecero parlare, quel tizio, fin che disse un nome e li presero. Prima uno poi l’altro.
Vede Signora?, tutto secondo le procedure, il giallo si è esaurito presto, giusto il tempo di un paio di edizioni del giornale locale, negli altri un trafiletto in cronaca.
Per me è diverso: mi restano tutti i “perché”. E soprattutto mi resta la paura che sta dietro quei “perché”.
Paura degli uomini e delle cose che sembrano “normali”. Paura di un muro solido, di un amico che sorride, paura di un giorno di sole, paura anche della pietà.
Sì, anche voi mi fate paura, signori del Comune. Mi fanno paura i vostri sorrisi, la vostra pietà. Mi fanno paura quei moduli, quelle carte e le vostre procedure, con la loro normalità.
E la Comunità Alloggio, dite? No, cari signori, no. Qui non ho troppa paura, perché in questa casa la normalità è rara, è solo un’eccezione che si può sopportare, controllare.
Vi prego, signori del Comune, andate via.

Enzo Maria Lombardo


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2 commenti su “Intervista a un ospite di Comunità Alloggio

  • Corrado S. Magro

    È la prima lettura di narrativa dopo le vacanze. Terribilmente spietata, triste e bella Sì bella, perché trasmette una infinità di emozioni. Mi ha fatto salire il sangue alle tempie immaginando che sulla nostra via possiamo anche scontrarci con questi esseri. Le probabilità sono in crescita esponenziale. Incapaci d’intendere e volere perché sotto l’influenza di droghe, alcol o illusioni? Ma nessuno ce li ha costretti, quindi perché le attenuanti? Se escludiamo la pena di morte che per errore può colpire irrimediabilmente l’innocente, i lavori forzati, ma veramente forzati, non farebbero male ad elementi di una società deviata. Complimenti all’autore.

    • Enzo Maria Lombardo

      Grazie, caro Corrado,
      sempre caro e gentile.
      E’ vero, oggi avvengono episodi spaventosi. E, purtroppo, avvenivano anche ieri e mille e mille anni fa. Credo che da sempre facciamo i conti con la natura malata di alcuni soggetti deviati. Lupi e iene tra esseri umani. Pochi, almeno così voglio sperare. Ma quei pochi sono già troppi.
      Grazie ancora e (se puoi) buona prosecuzione delle vacanze.
      Enzo Maria Lombardo