Intervista a Sergio Pent autore de La casa delle castagne


A cura di Massimo Maugeri

Siamo in Val di Susa. L’anno è il 1999. Una guardia forestale nel parco dell’Orsiera, riceve un telegramma dal quale apprende che il “tedesco” è morto. La storia nasce da qui, compie un balzo indietro di circa dieci anni, fino al 1990, e poi giunge a toccare il secondo dopoguerra. Sulla scia della precarietà dei sentimenti, “La casa delle castagne” di Sergio Pent (Barbera editore) tratteggia gli esiti delle piccole storie condizionate dalla grande Storia.
Ne discuto con l’autore.

– Caro Sergio, mi incuriosisce sempre la “genesi” di un libro. Dunque per prima cosa ti chiederei di raccontare come è nato “La casa delle castagne“. Da quale idea, suggestione, esigenza o fonte di ispirazione?
Il romanzo in realtà non è l’ultimo che ho scritto, è infatti anteriore a “Piove anche a Roma” uscito lo scorso anno. E’ una storia semplice e legata al mio territorio e alle suggestioni create da una storia d’amore che in qualche modo si ritrova nel tempo, in una geografia della Val di Susa più sincera, quella di montagna, con gli spazi aperti, la luce di certe stagioni di passaggio, il senso di perdita di qualcosa che avrebbe potuto essere e non è stato, per colpa del destino ma anche della Storia, delle scelte individuali, della volontà di rimanere fedeli a se stessi anche cambiando il corso delle cose.

– Il 1999 è un anno dalla forte valenza simbolica (basti pensare alla serie Tv “Spazio 1999″). Una sorta di porta temporale: il passaggio che segna l’alternanza tra il vecchio e il nuovo millennio. Tu perché hai scelto proprio quest’anno come punto di riferimento iniziale del tuo nuovo romanzo? (La storia poi ci riporta indietro nel tempo: al 1990 e alla fine della seconda guerra mondiale)
Il 1999 in cui si sviluppa la storia del romanzo è una vera e propria scelta, in quanto la valenza simbolica che ho voluto attribuire a quell’anno è stata proprio quella di un passaggio epocale, l’attesa simbolica di un nuovo millennio e allo stesso tempo l’ultima occasione per chiudere i conti con le guerre, le violenze e le cause perse del Novecento. L’azione del romanzo si svolge soprattutto nel 1990, nell’estate in cui “il tedesco” e la nipote Britta arrivano nel paesino della valle in cui vive il protagonista, ma anche nel periodo relativo alla fine della seconda guerra, quando i destini dell’ufficiale tedesco e quello della famiglia del protagonista si incrociarono in un momento di dolore ma anche di speranza. Il 1999 è comunque una scelta volontaria, convinta, che offre in sé la valenza tutta simbolica di un romanzo semplice, sincero e legato alla mia terra.

– Una guardia forestale nel parco dell’Orsiera, un anziano ex-ufficiale tedesco… e poi la citata Britta (nipote del “tedesco”). Destini che – in un modo o nell’altro – si intrecciano. Chi sono i personaggi di questo tuo romanzo? Cosa li accomuna? E cosa, viceversa, li “distingue”?
Anche i personaggi del romanzo, come gli anni dell’azione, sono emblematici: il protagonista è un giovane guardaparco dell’Orsiera, una scelta di vita che gli permette di restare ancorato alle radici, una scelta forse limitata ma necessaria per chi, come lui, preferisce restare a “far da concime alla propria terra” piuttosto che spendersi in qualche lontananza fumosa e distratta. Britta, la nipote del tedesco, rappresenta in qualche modo la voce nuova di un’Europa unita di nome ma non di fatto, la speranza, quindi, di iniziare un discorso nuovo e diverso che tenga insieme i destini di una gioventù ancora smarrita nei deliri dei padri, nelle speranze inattuate. Non ci sarà speranza, per i due protagonisti, e anche questo è emblematico, una specie di distanza tra chi vuole lasciare le cose come stanno – ma anche vivere tracciando nuove piste su sentieri sicuri – e chi invece vorrebbe cercare traiettorie diverse, aprendo lo sguardo al futuro. Il vecchio tedesco è il simbolo di tutti gli errori bellici, la sua voglia di chiudere i conti con il passato è quella che in fondo caratterizza tutti i destini che nel Novecento hanno perso anni, affetti e speranze per inseguire il nulla. Nella casa delle castagne in cui trovò la salvezza in tempo di guerra, il vecchio ex ufficiale ritrova la sua vita, gli affetti persi, le speranze andate in fumo, ma anche la segreta volontà di veder cambiare il corso delle cose per i giovani che gli stanno attorno.

– Parliamo della precarietà dei sentimento (un tema centrale del romanzo): tra il sentimento che ci lega a una persona e quello che ci lega al nostro luogo d’origine, in generale, quale rischia di essere più precario? E perché?
La precarietà dei sentimenti è alla base del romanzo, ma fa parte di quelle scelte di vita che esulano dai sentimenti stessi, perché racconto destini di riserva, persone smarrite alla ricerca di un futuro o di una certezza, e la sicurezza dei nuovi giovani si sposa con l’incertezza che non permette al protagonista e a Britta di avvicinarsi al di là di quella remota estate del 1990. Per il vecchio tedesco il sentimento è quello legato alla memoria della moglie morta mentre lui era in guerra, ma anche al piccolo, determinante episodio bellico in cui la sua salvezza fu legata per qualche istante alla figura di una donna severa ma determinata, la nonna del protagonista. Il sentimento è speranza, in tutti qusti casi, ma, a lettura ultimata, si comprende che la speranza ha bisogno di nascere nel momento giusto, nel luogo giusto, nelle giuste condizioni epocali. Siamo condizionati dal nostro tempo, in fondo, e dobbiamo farci largo con le nostre certezze, anche a costo di mettere in gioco tutto. Questo al protagonista non accade, ma il sentimento è anche ricordo, e nelle escursioni sui luoghi di un’estate del 1990 lui è in grado di ritrovare quella speranza, di renderla viva e perenne almeno nella memoria.

© Letteratitudine
LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *