Intervista a Giorgia Lepore, autrice del romanzo L’abitudine al sangue


A cura di Renzo Montagnoli

L’armatura in copertina lascia presagire un romanzo storico ove abbondano guerre e battaglie, ma ciò è vero solo in parte, perché L’abitudine al sangue è una ricerca di libertà, e con essa di serenità, di un uomo combattuto fra la fede e il dovere nei confronti di suo padre. In effetti l’epoca è indeterminata, anche se la vicenda si colloca nel X secolo d.C., e l’unico riferimento certo è quello al Sacro Romano Impero d’Oriente. Di per sé il romanzo potrebbe avere anche una collocazione ai giorni nostri, perché il tema è sempre attuale. Da cosa è nata l’esigenza di scrivere questo testo e perché hai voluto ambientarlo nell’epoca d’oro di Bisanzio?

L’esigenza nasce dal mio lavoro. Ho fatto l’archeologa per tanti anni (e ancora lo faccio, anche se non a tempo pieno) e sono abituata ad avere a che fare con il passato. Potrei dire che la storia antica è il mio ambiente, la mia naturale condizione di vita, oltre ad essere una passione. E perciò, quando ho avuto una storia da raccontare, mi è venuto del tutto naturale ambientarla in un’epoca a me assolutamente familiare, come l’altomedioevo. Io mi occupo da anni proprio di quel periodo, e anche se lavoro in Italia, la conoscenza dell’Impero bizantino è un fattore imprescindibile. Poi, sono pugliese, e la Puglia per molto tempo è stata una sorta di “sezione staccata” di Bisanzio… Ecco perché conosco bene la sua storia, i contesti, la mentalità, le idee, la religione. Per me non è stata una scelta, né una decisione razionale;  è stato assolutamente naturale. Mi è tutto talmente familiare che mi ci muovo dentro come fossi a casa mia, quando studi qualcosa per tanto tempo ti appartiene, e tu appartieni a lei. Forse, sarebbe stato strano il contrario: se per cominciare a scrivere avessi scelto un’altra ambientazione.

Giuliano, il protagonista principale, è un uomo dalla personalità complessa, alla ricerca della sua strada che non è detto che poi trovi nel suo rapporto con Dio, visto che è credente fin dall’infanzia. In lui c’è sostanzialmente una ricerca del proprio IO, quel voler andare sempre più a fondo per cercare quel soffio divino che è all’origine della sua esistenza. In questo senso, più che misurarsi con gli altri, è in continua sfida con se stesso. Questa almeno è la mia interpretazione. Sei d’accordo e, se sì, quanto di te c’è in Giuliano?

Sicuramente la tua interpretazione coglie nel segno… Si, l’aspetto della sfida con se stesso è una delle caratteristiche di Giuliano. Sfida intesa come ricerca continua, come ansia di perfezione, e questo credo che sia uno dei suoi lati più ambigui. Giuliano non è un personaggio risolto, non è completamente positivo, ha delle zone d’ombra e proprio questa consapevolezza lo manda in crisi. Consapevolezza che vuole scandagliare fino in fondo, perché non gli basta sapere di fare la cosa giusta, vuole anche esser sicuro di farla per la giusta motivazione.
L’ansia di perfezione, tuttavia, in lui è generata da un insieme di modelli relazionali sbagliati, modelli in cui si vale per ciò che si fa, non per ciò che si è. In cui l’amore bisogna “guadagnarselo”, ed è un amore distorto, che invece di donare la libertà la toglie, che invece di dare la vita distrugge l’oggetto dell’amore stesso. Per questo, la contrapposizione tra due modelli differenti di relazione è uno dei fili conduttori della storia.
Non so rispondere in maniera precisa alla tua ultima domanda. Sicuramente ci sono cose mie in lui, come è naturale che sia, anche se mentre scrivevo mi sembrava quasi che la storia, i personaggi venissero da un “altrove” che non riuscivo bene a identificare. Poi, con il tempo, ho capito che alcune cose mi appartengono, e ho capito anche in che modo sono state metaforizzate nel romanzo. Ma  è un processo ancora in atto, perciò non ne sono del tutto consapevole. Le ragioni per cui si scrive qualcosa, secondo me, vengono fuori dopo, lentamente, e anche a distanza di molto tempo.

In qualsiasi lavoro artistico c’è un poi di noi stessi, il nostro carattere, le nostre esperienze, le nostre visuali, altrimenti, se non fosse così, le opere sarebbero assai simili.
E non è detto che qualcosa di tuo sia presente solo in Giuliano, ma assai facilmente c’è la tua impronta anche in altri personaggi. Ce n’è uno che sembra di contorno, ma che se lo analizziamo bene è invece un preciso punto di riferimento, tanto che perfino Giuliano lo ammira, e non solo per l’amicizia che li lega, ma anche per quella accettazione della vita e  soprattutto di se stesso, che invece difetta nel protagonista principale. Mi riferisco a quel gigante di Cristoforo, un semplice e perciò invidiato da chi ha una personalità complessa. Secondo me, non hai inventato questo personaggio a caso e, se è vero che è messo lì per evidenziare il naturale contrasto fra due caratteri, però mi sembra che abbia anche un altro fine, del tipo “ meglio vivere senza porsi tanti problemi”. E’ così?

Su questo non sarei tanto d’accordo…
E’ vero, Cristoforo ha un ruolo ben preciso all’interno della storia.
Ma non è una persona poi così semplice, anzi. Non è vero che non si ponga dei problemi, solo che si dà risposte diverse da Giuliano, e soprattutto se le è date prima. Ha avuto anche lui a che fare con la guerra, con la violenza, e la vita lo ha segnato indelebilmente. Anche lui è uno sconfitto, al pari di Giuliano. Più che la sua semplicità, direi che è importante la sua forza, fisica e spirituale, il suo essere di sostegno (il suo nome non è casuale), quasi un angelo custode, così come Giuliano lo percepisce.
La contrapposizione non è tanto con Giuliano, quanto con Costantino, il fratello maggiore del protagonista. Cristoforo è fratello per scelta, Costantino per nascita; il primo dona amore in maniera gratuita, e senza tradire la fiducia; il secondo conosce invece un amore inficiato e condizionato dall’invidia, dalla gelosia, dall’ambizione.
E poi mi interessava analizzare il rapporto di amicizia tra Giuliano e Cristoforo, il loro donarsi e sostenersi a vicenda, l’accettazione reciproca. E anche, in maniera forse un po’ strana, anche una implicazione di cura “fisica” l’uno nei confronti dell’altro, in una situazione di privazione affettiva ed emotiva.
Cristoforo probabilmente è l’estrinsecazione del concetto che passa sotto il nome di “fratellanza”. E, trattandosi di un monaco, direi che non si tratta di una coincidenza casuale.

Cristoforo è diventato monaco per trovare la pace, dopo la perdita della moglie e probabilmente questa sua natura di disponibilità esisteva anche prima, quando era un soldato.
Comunque la sua personalità non è complessa come quella di Giuliano, altrimenti non potrebbero mai andare d’accordo.
Vedo che da queste domande emergono elementi che non sono ben riscontrabili nel testo, per quanto nella mia affermazione su Cristoforo (meglio vivere senza porsi tanti problemi) vi è la considerazione che il monaco è già riuscito ad accettarsi, a differenza di Giuliano. Non appena ho la consapevolezza di quel che sono finisco con il vedere meglio e in modo più pratico la vita; se non mi conosco bene e non sono in grado di spiegare alcuni risvolti del mio carattere inevitabilmente mi arrovellerò per comprendere, fuggendo così dalla quotidianità del vivere.
Ritorno però a Giuliano chiedendoti perché hai voluto scrivere un romanzo intorno a un personaggio così complesso e con quale fine?

Credo che in un libro ognuno trovi cose diverse. Dal momento in cui un libro viene pubblicato, smette di essere di chi lo ha scritto e diventa di chi lo legge. Non è vero che la parola scritta è immutabile e assoluta; cambia e parla, dice cose diverse a seconda di chi legge, e anche a seconda dei momenti, delle situazioni. Cristoforo per me è quello che ho detto, per te invece è qualcos’altro, ma non è detto che una cosa escluda l’altra. E comunque, non sono così convinta che avere la consapevolezza di ciò che si è serva a qualcosa, a vivere meglio. Potrebbe anche essere il contrario.
Torniamo a Giuliano. Non esiste un motivo. Per me, quando uno scrive, scrive e basta. Esistono dei libri che sicuramente hanno un fine, uno scopo: celebrare un personaggio, evidenziare un ideale morale, religioso, politico, o anche semplicemente vendere.
Però esistono libri che vengono e basta, come se venissero da soli. La mia è stata scritta di getto, in poco più di due mesi, neanche il tempo di pensare che cosa stavo scrivendo. Il personaggio di Giuliano si è costruito, si è raccontato un po’ per volta, man mano che la storia procedeva, e la storia costruiva il personaggio almeno quanto il personaggio costruiva la storia. È la vita di una persona, e come ogni vita può avere dei significati come può non averne alcuno. E il fine è la storia stessa, non ne esistono altri. Almeno non consapevoli.
Poi, mi piace pensare che ognuno trovi il suo fine, il suo senso nella lettura, un po’ per il discorso che facevo prima, che il libro diventa di chi lo legge.

Questa risposta può essere relativa alla domanda sulla finalità dell’opera, però ce n’era anche un’altra, e cioè perché hai voluto scrivere il romanzo intorno a un personaggio così complesso. Non posso pensare che ti sia venuto spontaneo scrivere pagine e pagine su Giuliano e la sua vicenda, perché diciamolo francamente di personaggi dalla personalità intricata se ne trovano parecchi in realtà, ma appunto il volerla considerare la tematica principale e non un accessorio della vicenda un motivo dovrà pur averlo. Così come la descrizione delle caratteristiche dell’imperatore suo padre, in cui un po’ il figlio si specchia, non posso credere che sia venuta a caso. Fra l’altro, questo romanzo ha per certi versi i toni e gli sviluppi di una tragedia scespiriana, a cui risulta determinante la complessità di questi due protagonisti. Insomma, per dirla in due parole, il romanzo è imperniato su questa complessità e allora ti chiedo il perché l’hai impostato così.

Il riferimento a Shakespeare è assolutamente pertinente. La cosa che mi affascina del drammaturgo inglese è l’analisi delle relazioni umane. E sicuramente il mio è un romanzo di relazioni, in cui si possono intravedere varie geometrie. Padre-figlio, fratelli, madre-figlio, uomo-donna, uomo-dio. Una delle cose che mi interessava di più era proprio quest’ultima. E il rapporto tra padre e figlio è una metafora del rapporto uomo-dio, come si realizza nel padre-imperatore, che incarna una concezione negativa del rapporto uomo-dio, con un dio padrone e vendicatore; ma anche come si realizza nel rapporto con Johannes, che invece è il dio che accoglie. Allo stesso tempo, sia Johannes che Giuliano estrinsecano nelle loro narrazioni parallele due ulteriori diverse concezioni del rapporto uomo-dio: il dio di Johannes decide per l’uomo, anche se sempre per il bene, e tutto è condizionato alla sua grazia e alla sua volontà; il dio di Giuliano invece lascia l’uomo libero di scegliere e di decidere.
Questo è un altro aspetto che mi interessava indagare, la contrapposizione tra volontà divina (o se si preferisce predestinazione) e libero arbitrio.
Che poi è uno dei temi fondamentali anche nella concezione della storia, oltre che delle vicende umane private.
Credo quindi che la complessità del personaggio nasca anche da quello, dal chiedersi fino a che punto la storia sia fatta dagli uomini, e questo solo un personaggio come Giuliano, che della storia è in qualche modo  protagonista, visto la sua condizione di nascita, poteva chiederselo in maniera convincente.
Ritornando al discorso del rapporto con il padre, un altro filo conduttore (a cui ho già accennato più sopra) è la contrapposizione tra l’amore che toglie la libertà e l’amore che invece la dona: in questo il contro-altare del padre è invece Eucheria, la donna amata da Giuliano. Ma anche in questo direi che si può trovare una ulteriore metafora di due concezioni diverse del rapporto uomo-dio.
Comunque, il personaggio di Giuliano è anche una sintesi di varie “colonne portanti” della storia bizantina: Giuliano l’apostata, di cui infatti porta il nome, e di cui costituisce per certi versi un epigono (dal punto di vista della condotta militare) per altri un’antitesi; Basilio II, che aveva alcune caratteristiche di Giuliano e soprattutto un rapporto con il fratello Costantino VIII simile a quello tra Giuliano e suo fratello. Solo per citare i più importanti e conosciuti.
Anche il padre riassume in sé alcuni personaggi storici famosi: ad esempio echi di Giustiniano e di Eraclio.
Si potrebbe dire che è stato una sorta di processo di astrazione, sia per i personaggi, che per le vicende.
Giuliano è come se fosse la voce non solo sua, ma di molti, e attraverso di lui volevo indagare la storia, sia quella bizantina, i suoi temi, i suoi ideali; volevo chiedermi chi erano veramente queste persone di cui sono state scritte cose terribili, e che hanno fatto cose terribili, e vivevano in maniera brutale, violenta, uccidendosi a vicenda, padri e figli, fratelli, madri.
Può essere che fossero solo questo? Cosa avevano dentro, cosa pensavano, cosa provavano?
Giuliano ha risposto per tutti, e con lui suo padre.

In tutta questa storia, fra tante chiavi di lettura, la ricerca dell’Assoluto, nel caso specifico del rapporto interiore con Dio, appare forse il tema più importante. In ogni caso mi sembra sia un argomento che senti in modo particolare. Allora, preferisci, personalmente, il Dio di Johannes o quello di Giuliano?

Diciamo che mi identifico nel punto di vista di Giuliano. Ma non è una cosa così scontata. Mi ero posta varie volte una serie di problemi, ma non mi ero data mai delle risposte. Sono quelle cose che ti trascini dietro, però non le affronti mai. Forse, uno dei motivi per cui ho scritto questo libro è che avevo bisogno di pensare. L’ho fatto attraverso Giuliano.

Comunque ora arrivo all’ultima domanda che, per certi versi, può sembrare anche la più difficile. Quando si viene intervistati c’è sempre qualche argomento che interessa di più. Quante volte l’intervistato si dice “Chissà se sono fortunato e mi rivolge una domanda del genere…”
Quel che chiedo è semplice: qual’é la domanda che ti piacerebbe ti fosse rivolta? Penso che ci possa essere e, se sì,  ti prego di formularla e di fornire la relativa risposta.

Questa è senza dubbio la domanda più difficile, perché ci sono tante cose, che vengono in mente ed è difficile sceglierne una… Allora mi chiedo: vorresti riportare una frase tratta dal libro a cui sei particolarmente legata?
E mi rispondo: si, ma anche qui c’è l’imbarazzo, perché, ovviamente, sono legata a tutto il libro, compresi i punti, le virgole e i punti e virgola…
Ne scelgo una, tra le tante, ed è una frase scomoda, decisamente poco di moda nel tempo in cui viviamo, ma che lo era anche allora, quando è Giuliano a formularla:
“Ho scoperto sulla mia pelle quanto sia inutile, se non dannosa, la ricerca della verità, perché gli uomini non la posseggono, e così anche la giustizia resta un’illusione.”

Grazie, Giorgia, per la piacevolissima conversazione. Ti saluto con l’augurio che questo romanzo, particolarmente interessante, possa trovare il più largo consenso dei lettori.

Renzo MontagnoliSito

Leggi recensione a L’abitudine al sangue

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *