Intervista a Daniele Biacchessi


bianchessiA cura di Laura Tussi

Daniele Biacchessi, giornalista, scrittore, autore e interprete di teatro civile, Caporedattore di Radio 24- Ilsole24ore: una vita impegnata all’insegna della comunicazione e della controinformazione per la divulgazione di una cultura obiettiva, rispetto ai temi dell’impegno civile e della valorizzazione della Memoria Storica nel nostro Paese, dilaniato da volumi di bugie e menzogne negazioniste, revisioniste e “rovesciste”. La tua personalità è preminente nel campo storiografico. Come ti poni nel dibattito culturale attuale relativo a questi argomenti?

Da numerosi anni, alcuni giornalisti e storici con provenienze culturali differenti, hanno iniziato a riscrivere la storia più recente del nostro Paese. Inizialmente si pensava che lo facessero per il proprio tornaconto personale, diciamo per il legittimo arricchimento. Invece oggi possiamo dire che quello sulla iscrizione delle pagine della Resistenza è un progetto culturale e politico ben preciso, un’operazione pensata a tavolino da molti anni. Mi spiego meglio. Certe volte è questione di semantica, di utilizzo delle parole, e le parole hanno un peso specifico e sono sostanza, non forma. Se la frase Guerra di Liberazione viene sostituita con Guerra civile cambia la prospettiva. I dizionari più comuni affermano che avviene una guerra civile quando due contendenti si combattono in uno Stato non occupato da terzi. In Spagna, ad esempio, c’è stata guerra civile perché franchisti e repubblicani si sono combattuti per tre anni in uno Stato di fatto non occupato da altri. Infatti fascisti italiani e nazisti tedeschi, pur avendo aiutato e sostenuto il golpe franchista, finita la guerra se ne sono andati e la Spagna fascista è rimasta perfino neutrale rispetto al secondo conflitto mondiale. A nessuno storico francese è mai venuto in mente di affibbiare il termine guerra civile nel loro Paese. Ciò nonostante anche in Francia, come in Italia, i nazisti occupanti avevano imposto un governo fantoccio, quello di Vichy guidato dal generale collaborazionista Petain. Invece in Italia, fin dal 1945, si sono voluti riabilitare responsabili di stragi efferate contro partigiani e popolazione civile, di criminali come il generale Graziani, di personaggi ambigui come Almirante. E il risultato è quello che vediamo oggi: la proliferazione di gruppi che si ispirano al fascismo, taluni al nazismo, la revisione della Costituzione nata dalla Resistenza. A mio avviso, il movimento antifascista italiano ha compreso in ritardo il senso forte di questa operazione. Il problema vero non è tanto il revisionismo ma ilrovescismo. A questo rovescismo va contrapposta una grande operazione culturale e politica, un pensiero grande che al momento non vedo. La letteratura, il teatro, il cinema, l’arte in genere possono venire in aiuto. E butto lì una proposta nata da uno scambio di opinioni con Moni Ovadia. Il prossimo anno ricorre il 70esimo anniversario della Liberazione. Uno degli slogan che ci piacciono di più sarebbe “E se avessero vinto loro?”. Partiamo dalle parole, dalla semantica. Se avessero vinto loro, noi saremmo stati nell’ipotesi migliore incarcerati e torturati. Invece abbiamo vinto noi e loro, i contabili della morte, del fascismo, hanno potuto perfino mettere in campo partiti organizzati, associazioni culturali, con sedi, militanti, finanziamenti. Loro hanno potuto sfangare passando indenni dal fascismo alla democrazia. Noi saremmo stati uccisi e seviziati.

Oltre alla tua professione di giornalista radiofonico d’inchiesta, sei il presidente di un’associazione molto importante nel panorama culturale del nostro Paese: l’associazione Arci-Ponti di Memoria, che si costituisce con le adesioni e la collaborazione di artisti, giornalisti, attori, musicisti, scrittori, autori di libri, provenienti da tutta Italia. Insieme abbiamo organizzato moltissime iniziative. Quali programmi futuri con Arci-Ponti di Memoria?

Mettere insieme tanti artisti, narratori, musicisti e farli parlare con il loro pubblico non è stato semplice. Diciamo che in due anni abbiamo triplicato gli iscritti e realizzato un numero notevole di rassegne e festival importanti, alcuni di tipo identitario come “Milano e la memoria” con il Comune di Milano, l’Arci, Fondazione Feltrinelli e Fondazione Rcs. Noi corriamo verso un grande sogno: organizzare la più grande rete sulla memoria e sull’impegno civile nel nostro Paese. I prossimi mesi ci vedranno molto impegnati. Questi sono gli appuntamenti di massima: 26 settembre “Il futuro della memoria” al Festival del Diritto di Piacenza. 28 settembre “Culture contro le mafie” al Mei di Faenza con Mei e associazione Dasud. 11 ottobre/13 dicembre rassegna “Il futuro della memoria” a Milano, auditorium di via Valvassori Peroni (finanziata da Fondazione Cariplo e Regione Lombardia con il patrocinio di Comune di Milano consiglio di zona 3 e il sostegno di Anpi, Libera, Arci, Cgil). 24/26 aprile 2015 il festival “La città dei narratori” a Sinalunga (Siena) dove saranno rappresentate solo opere inedite di molti importanti autori ella musica, del teatro, della letteratura di impegno civile. Abbiamo allacciato contatti con i principali operatori culturali italiani, con numerose istituzioni, ma noi non siamo un’agenzia di spettacolo, neppure una agenzia di collocamento per artisti in cerca di date. Noi siamo un pensiero grande sulla memoria, una rete, qualcosa che mancava in Italia. E questo, in un Paese così pieno di particolarismi e egoismi, mi pare già molto. A ottobre lanceremo una grande campagna di comunicazione, di immagine, un progetto di partecipazione.

Il tuo ultimo libro, edito da Laterza, “Giovanni e Nori. Una storia di Amore e di Resistenza”, offre un notevole spaccato storico, di grande spessore culturale, storicistico, storiografico e documentale, rispetto ai temi della Resistenza Antifascista e relativo alla figura del celebre Comandante Partigiano, Medaglia d’Oro della Resistenza Giovanni Pesce e della sua staffetta Onorina Brambilla. Quali sono state le fonti storiografiche più importanti da cui hai attinto per queste immensa e dettagliatissima ricostruzione documentale?

Io lavoro unendo fonti documentali cartacee provenienti da archivi pubblici e privati (italiani e stranieri), fonti digitali (rete), fonti multimediali (film, documentari, reportage), fonti letterarie (libri), fonti orali, cioè testimonianze inedite colte dall’autore. Questo sistema di tipo misto porta ad ottenere un livello alto di documentazione. Terminato questo lavoro di raccolta c’è poi la verifica puntuale dell’attendibilità e della veridicità di queste fonti. E questo è il vero problema. La memorialistica in genere è straordinaria dal punto di vista emotivo perché scritta di prima mano, ma spesso contiene piccole imprecisioni di date, orari, luoghi. Nel caso di Giovanni Pesce e Onorina Brambilla sono stato però fortunato perché i loro libri erano tutti molto puntuali e credibili. Infine c’è la stesura del testo e della narrazione. Io non sopporto più i libri di saggistica, magari densi di fatti, ma scritti male, in modo non curato, tranchant. La scrittura è importante. La bella penna abbinata ad una grande storia trasforma un libruncolo in un grande libro di Storia. Il mio lavoro va esattamente in questa direzione. Rendere migliore un prodotto attraverso la cura minuziosa dell’oggetto libro: il testo, la copertina, il titolo, le note bibliografiche, soprattutto la scrittura fluida e coinvolgente. Scrivo per immagini, come se dietro ad ogni personaggio ci siano telecamere nascoste. Ad esempio, la sola parte in cui Giovanni combatte in Spagna, nella guerra civile, a fianco dei repubblicani, meriterebbe un film a parte. L’incontro straordinario tra Giovanni e Nori nella Milano bombardata e rasa al suolo è già un pezzo di una sceneggiatura scritta. Quando scrivo penso ai miei lettori più giovani che sono molti: penso cioè a ragazzi che nulla sanno, perché nulla è scritto sui loro libri di testo. Mentre scrivo il libro metto già da parte alcuni frammenti che andranno poi a comporre un monologo teatrale. Infatti la storia di Giovanni e Nori è diventata la partitura di uno spettacolo che ho realizzato con Marino e Sandro Severini dei Gang e con Gaetano Liguori, racchiusa poi in un cd live registrato a Milano da Alessandro Bettinzoli e mixato dal grande Jono Manson nei suoi studi altamente tecnologici di Santa Fè, negli Stati Uniti. I miei sono progetti ampi: libro, spettacolo, cd, domani magari una sceneggiatura cinematografica, un documentario, un reportage.

La magistratura militare ha aperto il famigerato “Armadio della vergogna”, che contiene centinaia di atti processuali, relativi alle innumerevoli stragi, assassini, eccidi, compiuti per mano nazifascista nel nostro Paese. Quali stati d’animo hai provato di fronte a tale orrore e a tali prove raccapriccianti? Cosa hai provato leggendo i nomi e i cognomi dei responsabili di tali e tante efferatezze?

Nel maggio 1994, alcuni operai compiono lavori di ristrutturazione nel Palazzo Cesi, in via degli Acquasparta, a Roma. È la sede della Procura generale militare. Dietro un tramezzo affiora d’improvviso la memoria italiana. Il procuratore militare Antonino Intelisano ordina l’apertura di un armadio con le ante rivolte verso il muro, chiuso a chiave, protetto da un cancello e da un lucchetto, alto 42 centimetri, largo 30. Vengono alla luce 695 fascicoli, stipati uno sull’altro. C’è un registro composto da 2.274 notizie di reato. Tutto sembra archiviato, o meglio nascosto e occultato, in modo rigoroso, preciso, ordinato. I verbali custodiscono i nomi dei comandanti dei soldati nazisti in ritirata che hanno colpito a Sant’Anna di Stazzema e in centinaia di paesi e città del Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Campania, Liguria. Ovunque. Emergono le testimonianze dei sopravvissuti alle stragi dei nazisti e dei fascisti che indicano già nel 1945 i nomi dei colpevoli. Per l’eccidio delle Fosse Ardeatine a Roma vengono accusati Herbert Kappler, Erich Priebke, Carl Hass, Andreas Schultze, il comandante delle ss italiane Pastori. Per la strage della Benedicta spunta il nome del maggiore ss Siegfried Engel. Altri responsabili indicati nei documenti sono Walter Reder per Marzabotto-Monte Sole, il maggiore Joachim Peiper per Boves, il capitano delle ss Theo Saevecke per piazzale Loreto, Michael Seifert per il campo di concentramento di Bolzano. Grazie al ritrovamento dei fascicoli sepolti per cinquanta anni nel cosiddetto “Armadio della vergogna”, il tribunale militare di La Spezia (pm Marco De Paolis), istruisce i processi. Quello per il massacro di Sant’Anna di Stazzema è il primo a giungere ad una sentenza definitiva. In primo grado, dieci ufficiali e sottufficiali nazisti vengono condannati all’ergastolo. Alla fine dell’iter giudiziario, vengono ritenuti responsabili dell’eccidio il tenente Karl Gropler, il luogotenente Georg Rauch, il sottotenente Gerard Sommer. L’8 novembre 2007, al momento della sentenza, questi criminali sono tutti ultraottantenni. Qualche mese prima, il 14 gennaio 2007, il Tribunale militare di La Spezia aveva condannato all’ergastolo dieci imputati per la strage di Monte Sole- Marzabotto: Paul Albers, aiutante maggiore di Walter Reder, il sergente comandante di plotone Josef Baumann, il maresciallo delle ss Hubert Bichler, i sergenti Max Roithmeier, Max Schneider, Heinz Fritz Traeger, Georg Wache, Helmut Wulf, il maresciallo capo Adolf Schneider, il soldato Kurt Spieler. Il 7 maggio 2008 la Corte militare d’appello di Roma conferma le condanne. Tutti cittadini tedeschi, nessun italiano condannato. E qui sta il punto dolente. Nell’ipotesi migliore, sono stati condannati dei vecchi. Molti responsabili degli eccidi ormai erano morti, ma gli assassini tedeschi erano stati accompagnati dai fascisti, e loro non sono mai stati portati a giudizio. Questa è la vera vergogna.

Hai scritto innumerevoli libri nel corso della tua vita professionale. Qual è l’opera che più rappresenta il tuo impegno e che trovi più esaustiva e compiuta nella denuncia dei fatti e nella narrazione degli eventi storici?

Certamente il mio lavoro sull’omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci detto Iaio, avvenuto a Milano il 18 marzo 1978. E’ stato uno dei miei primi lavori seri di controinformazione. Nel mio libro del 1996, “Fausto e Iaio, la speranza muore a 18 anni” sono contenute le trame occulte che si celavano dietro a quell’attentato.

Con il tuo impegno riuscirai a colmare la sete di giustizia sociale, di legalità, di ricerca della verità storica, che caratterizza da sempre le vicende del nostro Paese, e ad attuare e affermare i dettami della Costituzione Repubblicana Italiana e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che ci sono state donate dai nostri Padri Costituenti, in seguito alla Resistenza Partigiana al nazifascismo? un appello alle generazioni presenti e future “Per non dimenticare” e fare memoria.

La Costituzione nata dalla resistenza è come una pianta, se non la innaffi ogni giorno, lei muore. I giovani devono compiere questo duro sforzo. La memoria non è un optional. Non si è partigiani il 25 aprile, è troppo comodo. Bisogna essere partigiani sempre, portare le idee della Resistenza, i suoi valori così ancora attuali, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, attraverso libri, teatro, cinema, arte, promuovendo il concetto forte di partecipazione che, come afferma Tina Anselmi in una mia intervista, resta il vero passaggio di testimone della Resistenza.

Un messaggio agli attivisti di PeaceLink, impegnati contro l’inquinamento industriale, a partire dal tuo libro “La fabbrica dei profumi” sul caso Icmesa di Seveso.

Nel luglio 1976,una nube si formò nel cielo di Seveso. Portava veleno e lo spargeva in mezza Lombardia. C’era diossina,la più potente delle sostanze venefiche esistenti nella chimica. Fin dalle prime settimane ci fu chi, abbracciando la tesi dell’incidente, si prodigò alla minimizzazione. Dicevano che non era successo nulla di grave. Qualcuno si spingeva più in là. Scriveva che la diossina forse non era neppure velenosa. Spesso, gli ottimisti e i contrari a ogni allarmismo erano proprio tra coloro che detenevano le leve del potere,nazionale e locale. Altri avvertirono che quella nube poteva essere foriera di catastrofe. Si determinò così un clima di confusione e di incertezza,nel quale le informazioni filtravano a fatica,si contraddicevano. Il libro “La fabbrica dei profumi”, (Baldini Castoldi Dalai, 1995), analizza la dinamica dell’incidente, i racconti degli abitanti, le verità negate per anni, rimaste nei cassetti degli archivi della Regione Lombardia. Non solo. Porta nuovi particolari:il ruolo dei servizi segreti italiani, francesi e belgi, l’assoluta negligenza delle autorità locali, il viaggio dei fusti di diossina finiti probabilmente nella discarica di Schoemberg,nella ex Rdt, la quantità di veleno che risulta essere più alta di quanto ammesso ufficialmente dalla Hofmann La Roche,proprietaria dell’Icmesa di Seveso. L’ho chiamato un crimine di pace. Quello di Seveso non era stato affatto un incidente, non prevenibile e non prevedibile. A Seveso é stato provocato un disastro ambientale. Il dolo é stato accertato dalla sentenza del Tribunale di Monza. La popolazione é stata esposta a conseguenze negative come cloracne e aborti spontanei. Altri problemi ben più gravi sono ancora in corso di accertamento. Tra gli effetti non qualificabili vanno considerati quelli dovuti alle cause: la popolazione é stata gettata in un clima di confusione ed incertezza. Si è scatenata la paura, si sono messi in moto processi di rimozione per soffocare le passioni. Ed é vero che a Seveso gli effetti acuti non hanno dimensione di una tragedia. Per esplosioni simili a Bhopal morirono migliaia di persone, a Chernobyl si continua a morire. Sarebbe errato giudicare la gravità dell’evento dai suoi effetti immediati ed evidenti. In realtà posso affermare che si é trattato di una fortuna nella sciagura. Ci si poteva aspettare di peggio. Proprio per questo, il pessimismo iniziale non andava affatto considerato “ingiustificato allarmismo” ma un atteggiamento scientificamente corretto. Nulla autorizza a scartare l’ipotesi che incidenti come quello di Seveso, accaduti in tutto il mondo, si caratterizzino per la scarsità di effetti acuti e per la gravità di quelli cronici a lungo termine. Così la potenza devastante della diossina andrebbe giudicata non dal numero esiguo di persone colpite da cloracne ma dalle centinaia di uomini e donne che potrebbero essere stati contaminati in modo irreparabile, fatto che sarà possibile valutare solo tra qualche anno. La fabbrica dei profumi era l’Icmesa. Così la chiamavano gli abitanti di Seveso: faceva prodotti aromatizzati, profumi, almeno ufficialmente. Dopo ciò che avvenne nel luglio del ’76, la definizione assume connotati di amara ironia. Il libro vuole ricordare come una tragedia si può trasformare in un’esperienza importante per una comunità, da cui trarre conclusioni di carattere internazionale. Non una vicenda locale. Anzi, un monito per chi intende produrre senza tener conto dell’ambiente e dell’uomo, a Seveso come a Bhopal, Taranto, Marghera, Gela, Manfredonia, in Val Bormida, Cesano Maderno. Un monito per le autorità che privilegiarono la logica economica sopra ogni altra: non solo nel senso di misurare stanziamenti e incarichi, ma anche nella gestione degli interventi allo scopo di non turbare l’assetto della zona. Non era la salute a dover essere considerata. Per il governo prima venivano le diverse attività economiche. Non va dimenticato che a prevalere sulla considerazione della salute furono la parola governabilità e il perseguimento degli equilibri politici. In molte circostanze, così come quasi in tutto il mondo, si preferì glissare sulla gravità e sulle possibili conseguenze dell’evento, piuttosto che rischiare di far esplodere la crisi delle istituzioni regionali. L’atteggiamento depistante non poteva che incidere sulle misure concrete da prendere nell’immediato. Così gli effetti acuti furono affrontati in ritardo e determinarono due conseguenze:compromettere ulteriormente la credibilità dell’intervento dei tecnici e danneggiare la successiva ricerca sugli effetti cronici. Il libro affronta il dibattito sulla possibilità che a Seveso si producessero armi chimiche. Dalle testimonianze riportate posso trarre un’ipotesi,confermata dalla relazione della Commissione regionale d’inchiesta. All’Icmesa si produceva triclorofenolo altamente diossinato. La Tcdd, o diossina di Seveso, ha proprietà teratogene e cancerogene, non poteva servire per ciò che la Givaudan diceva di produrre,disinfettanti ospedalieri e cosmetici. Il prodotto impuro era assemblato all’Icmesa ma venduto in Svizzera, poi girato a Vernier e negli Stati Uniti dove, con molte probabilità, veniva miscelato con altri composti chimici fino a farlo divenire il micidiale Agent Orange. Il prodotto aveva un nome:Weedonet ovvero 2.4.5.T. La seconda commissione d’inchiesta della Regione Lombardia é arrivata a questa conclusione. Nel 2006, nel quarantesimo anniversario di Seveso si è messo finalmente a parlare Jorg Sambeth, direttore tecnico della Givaudan di Ginevra: <>. Mi avevano preso per pazzo allora, ma pazzo non ero.

Laura Tussi

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