ArteRecensione: Impressioni d’Oriente. Arte e collezionismo tra Europa e Giappone


Così lontano, così vicino. Giappone, Nippon, il Paese del Sol Levante. Terra per lunghi secoli chiusa all’Occidente per volontà dei suoi signori, poi oggetto di scoperta non solo come appetibile porto d’approdo e mercato commerciale, ma anche per la sua raffinata civiltà, i cui preziosi frutti si sarebbero presto offerti al palato degli intellettuali e artisti europei (Gauguin, gli Impressionisti, e in Italia Ungaretti o, non paia incredibile, lo stesso D’Annunzio). Terra di vulcani, di fuoco e di confine, arcipelago disperso in un angolo dello sterminato Oceano Pacifico; terra popolosa, di tecnologia e di silenzi, di “immagini fluttuanti” e dei silenzi haiku.
Per compiere un viaggio, in apparenza da fermo ma non con la mente, alla volta del Giappone basta recarsi al MUDEC di Milano per visitare la mostra Impressioni d’Oriente. Arte e collezionismo tra Europa e Giappone (sino al 2 febbraio 2020) curata da Flemming Friborg e Paola Zatti. Il Giappone viene qui esplorato in tutti i suoi aspetti – artistico, etnografico e storico – venendo nel contempo analizzati gli scambi d’ogni genere che hanno coinvolto quel luogo dell’Estremo Oriente e il nostro continente. A un certo punto si coniò, addirittura, il termine Giapponismo (Japonisme in Francia) per descrivere l’interesse, se non l’infatuazione, degli artisti europei nei confronti dei “colleghi” nipponici.
Sono ben 170 le opere provenienti da musei di tutto il continente e da collezionisti privati, fra dipinti, incisioni, sculture, arte applicata e financo oggetti d’arredo, con un occhio particolare alla seconda metà del XIX secolo. “L’analisi storico-artistica riserva una particolare attenzione al contesto di relazioni commerciali, avventure imprenditoriali e in generale grande curiosità che hanno caratterizzato un’epoca intera. Nel variegato contesto del gusto internazionale per il Giappone e della sua influenza sulle arti, la mostra si focalizza sui maggiori artisti italiani ed europei che hanno subito l’incanto del Giapponismo: da De Nittis a Rodin, da Chini a Induno, da Van Gogh (Ritratto di giovane donna e Tronchi nell’erba, entrambi del 1890, nda) a Gauguin e Fantin-Latour, da Toulouse-Lautrec (le litografie a colori La passeggera della cabina 54 [In crociera] e Il fantino, nda) a Monet, esponendone alcuni dei capolavori assoluti dell’epoca”. L’esposizione vuole approfondire “il livello di comprensione dell’arte nipponica, sia nella teoria estetica che nella pratica, per capire fino a che punto il Modernismo abbia fatto uso di stili e tecniche giapponesi nella sua ricerca di nuovi linguaggi e strumenti, per aprirsi al futuro in un mondo in rapido cambiamento”.
Non mancano, ovviamente le opere di varie scuole e movimenti artistici giapponesi nei decenni che vanno dal 1890 al 1930, a dimostrare la scambievolezza dell’influenza (e della fascinazione), poiché il Giappone, dapprima ermeticamente chiuso (sakoku la parola che denomina questa politica d’isolamento), nell’epoca Meiji si sarebbe (inevitabilmente) aperto al restante mondo.
Un focus importante, nell’ambito della mostra, sarà quello sul Giapponismo italico: fra gli artisti incantati dalla sensibilità giapponese i già citati Giuseppe De Nittis e Galileo Chini (splendido il Paravento Turandot, olio su tela, 185 x 212 x 3 cm), cui fanno buona compagnia Vincenzo Gemito, Federico Zandomeneghi e, il magister del Divisionismo e del Simbolismo, Giovanni Segantini (L’amore alla fonte della vita, 1896). “Tra i maggiori promotori della conoscenza dell’arte giapponese presso gli artisti italiani ci fu il grande collezionista Enrico Cernuschi (1821-1926), patriota, viaggiatore, uomo d’affari e raffinato amante dell’arte, tanto da fondare il Museo Cernuschi, attualmente il secondo museo più importante in Francia dedicato alle arti dell’Asia Orientale”. E si va per la prima volta oltre l’esotismo del Cipango di Marco Polo.
“Il termine Giapponismo – spiegano i curatori della mostra – si applica principalmente alla fase più intensa dell’interesse europeo verso il Giappone, all’incirca tra il 1860 e il 1900. Anche nel Novecento la maggior parte dei testi occidentali sul Giappone rivelano una pressoché totale incapacità dei non-giapponesi di capire il Paese, la sua gente e la sua cultura. Ma il Giapponismo in quanto idea non aveva a che fare con questo problema. Il Giapponismo rappresenta infatti una vicenda tutta europea, di un’Europa che entra in dialogo con una parte di sé stessa, attraverso il concetto di “Giappone”. L’effettiva ricerca di ciò che fosse veramente giapponese era solo una parte di tale processo, in quanto l’Asia Orientale offriva le più svariate possibilità. Alcuni erano convinti che potesse rappresentare una via di fuga da un’impasse, una soluzione allo stallo della cultura occidentale; altri ci trovavano una sorta di guida al gusto e raffinatezza per decorare o abbellire la propria vita; altri ancora si accontentavano di viaggi immaginari verso l’oriente, sognando orizzonti inesplorati”. Pensiamo alla Madama Butterfly di Giacomo Puccini definita nello spartito e nel libretto tragedia giapponese… (e per la prima volta si potranno ammirare, dagli archivi storici della Scala di Milano alcuni tra i più bei costumi di scena dipinti a mano e indossati dalle cantanti liriche, che dal 1925 al 1986 hanno interpretato su quel prestigioso palcoscenico Cio Cio San, la protagonista dell’opera del genio lucchese).
Quattro sono le sezioni fondamentali della mostra: Il Giapponismo tra realtà e fantasia, vale a dire le posizioni artistiche, letterarie e filosofiche del XIX secolo; Da Oriente a Occidente. Le ispirazioni giapponesi nell’arte italiana e francese tra il 1860 e il 1900 (qui si possono ammirare opere di Gauguin e Bernard, oltre a comprendere la lezione di Hokusai, Hiroshige o Utamaro); Import/Export: gli scambi globali; Il Giapponismo italiano.
L’impressionante semplicità della grafica, la complessità nell’uso della lacca e il piacere del lavoro artigianale, caratteristici dell’arte giapponese, ispirarono una nuova sensibilità decorativa nel Modernismo europeo. Il Giapponismo contribuì ad accrescere un senso di potenza e mistero intorno alla decorazione. Nel Simbolismo, ad esempio, le belle arti unirono le forze con il movimento Arts and Craft nella ricerca di un’armonia nuova tra uomo e natura. Il Giappone diventa dunque veicolo di nozioni controculturali, come ad esempio l’idea di un’arte decorativa che si sposa alla semplicità”.
In mostra compaiono anche stampe giapponesi del periodo 1890-1930: le stampe Sosaku-hanga (Stampe creative), un unico creatore dell’opera, e le stampe Shin-hanga (Stampe nuove), che mescolano motivi e tecniche tradizionali con elementi dell’arte europea. Completano l’esposizione diverse videoinstallazioni, che propongono immagini e materiali filmici dell’epoca.
Dal punto di vista visivo la mostra ha peraltro un impatto strepitoso, una sorta di Festival dei Sensi, ma quieto, come uno haiku di Matsuo Munefusa Bashō. Una sorta di serena complessità o di semplicità grandiosa.

Alberto Figliolia

Impressioni d’Oriente. Arte e collezionismo tra Europa e Giappone, a cura di Flemming Friborg e Paola Zatti (in collaborazione fra 24 ORE Cultura, Comune di Milano, MUDEC e Fondazione Trivulzio). Sino al 2 febbraio 2020. MUDEC-Museo delle Culture di Milano, via Tortona 56, Milano.
Infoline: tel. 0254917 (lun-ven 10-17); sito Internet mudec.it; e-mail c.museoculture@comune.milano.it.
Orari: lun 14,30-19,30; mar-mer-ven-dom 9,30-19,30; gio e sab 9,30-22,30 (il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura).
Catalogo edito da 24 ORE Cultura.

 

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