Il tennis e i poeti


A cura di Augusto Benemeglio

1.Gianni Clerici , l’unico vero poeta del tennis
Questo excursus di poeti che hanno avuto a che fare, in modi diversi, col tennis, riguarderà solo quattro autori, Montale, Bassani, che è più noto come scrittore, Emanuele Kraushaar e Giulio Sordini, questi ultimi due poeti assai meno noti ma di sicuro spessore . Quando si parla di poeti del tennis – e ciò non suoni offesa per nessuno – a parte i grandi tennisti-spettacolo del passato, da Laver a Connors , da Mc Enroe a Sampras , da Edberg a Gattone Mecir , per arrivare all’attuale Roger Federer, da molti considerato il più grande di tutti i tempi, a me sembra che l’unico vero poeta sia un giornalista-scrittore che il tennis ha cantato in diverse occasioni, anzi che lo celebra si può dire tutti i giorni , come tutti i giorni il prete dice messa, parlo – e mi avrete tutti capito – di Gianni Clerici che tutti noi tennisti conosciamo e amiamo per le sue cronache fuori dagli schemi che quotidianamente o quasi ci propone su La Repubblica, giornale per il quale scrive da diversi anni.

2. Antonio Scaino da Salò codifica il tennis
Gianni Clerici ha lasciato quello che possiamo definire un vero e proprio monumento al tennis, il suo corposo libro “500 anni di tennis”, edito da Mondadori, e ristampato nel 2007, tradotto in 6 le lingue, con notevole successo di critica e di pubblico, è il libro che ha fatto entrare Clerici fra “ gli immortali” della Hall of Fame di Newport, primo giornalista non anglosassone, a cui è stato conferito tale titolo, secondo italiano in assoluto, dopo Nicola Pietrangeli. Bene, sfogliando questo libro apprendiamo che il tennis, o qualcosa che somigli al tennis, a quelli che vengono considerati i suoi antenati, il pallone elastico, la pelota, il tamburello, il chistera, o cesta, il volano, si praticano da sempre, anche se quel gioco che assomiglia al tennis vero e proprio , è stato codificato, con regole scritte, – ed è quindi entrato nella storia – solo da 500 anni, cioè da quando Antonio Scaino da Salò, alla corte degli Estensi di Ferrara, volle dare una lezioncina di tecnica e di buone maniere al suo Duca Alfonso, e scrisse in un trattato di ben 325 pagine tutte le regole del “Gioco della corda con racchetta”, che a quel tempo era considerato il gioco dei principi e dei re, infatti lo praticavano tra gli altri Francesco I, Carlo V,e il terribile Enrico VIII, che ne era un fanatico, s’era fatto acquistare sette racchette e ci scommetteva su grosse cifra che regolarmente perdeva. Nel 1534 abbiamo la prima immagine ufficiale di una racchetta da tennis, è quella che tiene tra le piccole mani il duca Carlo Massimiliano d’Orleans , all’età di due anni, una racchettina cordata.

3. Inglesi e francesi accaniti giocatori
Il duca diventerà re Carlo IX di Francia e sarà uno dei più accaniti giocatori del suo paese.
Si spendevano cifre da capogiro per costruire i campi di gioco, per gli ingaggi dei giocatori professionisti e per le scommesse, che riguardavano non solo i risultati delle partite ma anche gli esiti dei singoli punti!Fu un periodo di splendore per il tennis in tutta Europa.
A Parigi si spendevano mille corone al giorno per acquistare racchette e in tutta la Francia c’erano più campi da tennis che chiese. “I francesi, – scrive sir Robert Dallington, – nascono con la racchetta in mano: i tennisti sono più numerosi dei bevitori di birra in Inghilterra”. Ma anche l’Inghilterra, come vedremo , non scherzava affatto, col tennis, che in Francia allora si chiamava con un altro nome, “Jeu de Paume”. Ma ora facciamo un passo indietro e vediamo a che epoca risalgono i primi indizi, i primi segnali sul tennis , insomma quando l’uomo cominciò a giocare a tennis?

4. Il beach tennis di duemila anni fa
Mah!, è difficile dirlo, … ci sono , ad esempio, delle caricature del francese Guillame che sono illuminanti al riguardo. Ci mostrano un cavernicolo che lancia ‘na pallina in aria per colpirla con una clava, a mo’ di racchetta, tanto per intendersi: e poi Nausicaa, che gioca con le ancelle; e infine , e – questa è bella davero -, una partita fra Socrate e Platone, tutte e due attaccanti, tutti e due a rete, in volèe, nessuno dei due vuole essere tacciato d’essere un pallettaro , anche se c’era stato lo storico Plutarco che aveva fatto addirittura un’apologia di Alessandro detto \”il pallettaro\” …Ma ci sono altre immagini, come ad esempio la copia dell’affresco egizio di Beni Hasan, una copia d’avorio del II° secolo conservata al museo di Kabul , (sembra una foto scattata ieri) in cui tre ragazze in topless giocano a una specie di beach tennis di quasi duemila anni fa; e poi l’immagine di due giocatrici cinesi che giocano a volano , quasi danzando, un’immagine che forse sarebbe piaciuta a un poeta come Montale. E ancora un quadro di Ortega su una immaginaria partita di “tlatchli” disputata fra due atzechi; e un’altra incisione che ci mostra gli indiani irochesi che giocano con una sorta di piccolissima racchetta, forse si trattava di riti propiziatori, che testimoniano tuttavia come il gioco del tennis, o quarcosa che somiglia al tennis, venisse praticato ovunque, in tutto il mondo, da qualsiasi civiltà, anche quelle più antiche.

5. La pila trigonale romana
A Roma, ad esempio, ne parla anche Ovidio Nasone, e con sorpresa; dice che ci sono palle incredibilmente lisce che rimbalzano su una larga racchetta, e poi ci parla “degli atleti del muro di Temistocle”, pallettari ante litteram, che fermano una partita sul marmo, una partita che risale a duemilacinquecento anni fa, ed era forse una partita divinatoria…Il tennis, che all’inizio si giocava a mano nuda ricoperta poi da corregge di cuoio e poi ancora con un guanto, il bastone, le palette, e, infine, con la splendida racchetta di corde di cui ci parlerà diffusamente Scaino nel cinquecento, al tempo della Roma Imperiale si chiamava “pila trigonale romana“. Ne parlano anche Orazio Marziale Seneca e Petronio. Il gioco allora consisteva non tanto nello spiazzare l’avversario e fare il punto, ma al contrario nella precisione, ossia nel tirare la palla sulla racchetta dell’avversario, come si fa oggi nei palleggi di riscaldamento.

6. Jeu de paume
Dopo un lungo periodo di stasi, Omar Khajam, il poeta persiano, e Avicenna, il filosofo saraceno, ci parlano di un divertimento che si chiama kora o “ciogan”, importato dalla Persia. Si gioca a cavallo, a squadre, con una racchetta corta e cordata e consiste nel ribattere a tutta velocità e a tutta forza una palla di cuoio della grandezza di una mela. In pratica una sorta di polo con racchetta, anziché bastone, racchetta che gli arabi chiamano rahat, che significa riposo, svago, e insieme “palmo della mano”. E i francesi, che lo importeranno nel XII secolo, così lo ribattezzeranno, “jeu de paume”, anche se il gioco ormai si pratica non soltanto con il palmo della mano, ma anche con uno strumento che è quasi l’estensione simbolica del palmo , appunto la racchetta. Il gioco si trasforma, non si gioca più a cavallo, ma in spiazzi a terra, nelle corti, nelle piazze e perfino nei boschi. E proprio nel bosco di Vincennes, capitò che il re Luigi X di Francia , uno dei più accaniti giocatori della “paume”, giocasse così tanto, ma così tanto da rimanerci secco, come testimonia un cantore dell’epoca, di cui riportiamo la versione caricaturale, in dialetto romanesco. Ner bosco de Vincenne / de Francia er re Luiggi/Ar gioco d’a pomme / compiva gran prodiggi.Distrutto de stanchezza/ da quer testardo che era/ Se riposò ‘n cantina/ e de boccali d’acqua/ Ne bevve ‘na ventina. Er freddo de quer sito/je congelò er pormone, invano re Luiggi/ cercò la guariggione. Perdette piume e penne/ er povero Giggi E ar gioco della pomme / nun fece più prodiggi.

7. La terribile Margot, prima giocatrice
Tutti ormai giocano alla “paume”, non solo i re e gli aristocratici, ci giocano i seminaristi, i preti, i monaci curati abati, addirittura vescovi. Si gioca e si scommettono fortune. In piena guerra dei cent’anni, Carlo V è costretto a emanare editti e bandi contro la paume assimilandola a tutti i giochi che corrompono perché non contribuiscono a imparare il mestiere delle armi. Non ci giocavano solo gli uomini. C’era anche una ragazza, una certa Margot, sui ventotto anni, che giocava la paume così bene come non s’era mai visto, e colpiva la palla molto violentemente, molto maliziosamente, molto abilmente, come avrebbe potuto fare uno dei migliori giocatori. Ed erano infatti pochi gli uomini che ella non battesse, se non i giocatori più potenti. Gran giocatore di paume fu anche il duca Carlo d’Orleans, che ci giocò per vent’anni, prigioniero nel castello di Wingfield, anche in carcere, col proprio carceriere, e lasciò scritte alcune ambigue poesie, di cui riportiamo la versione caricaturale, in dialetto romanesco: Ahò, regà, tanto ho giocato con l’Età A la pomme , che eccheme qqua, A quarantacinque anni e un dito Già tutto rincojonito. Er bello è che giocamo così Un po’ ppe’ celia , e un po’ ppe’ nun morì… Ma chi ce lo fa ffa?…me dico. Ma er fatto è che si nun gioco Me sento come un cazzomatto, un impotente Uno che nun sa ffa’ proprio gnente Insomma, me devo fa armeno ‘na partita ar giorno Altrimenti ne la tore nun ce torno… E’ vero che la vecchiaia me fa dolè assai l’ossa E sta partita me pare debba finì in una fossa… Sì, è vero , me devo subì l’insurti , e ciò pure sfiga Ma io , schifa vecchiaia , so nato ppe\’ la sfida,/ e ppe la figa! E combatterò fino all’urtimo , come un samurai, Anche se – lo confesso – la “Sossì” la temo assai assai. Non si sa bene chi fosse questa Saussy, probabilmente è la morte, che non tarderà ad arrivare. Ma ormai il tennis è diventato un fattore di elevazione sociale, di appartenenza ad una classe e i ricchi mercanti cercano di impararlo per diventare un po’ borghesi gentiluomini, alla maniera moleriana. Lo impara anche il Pantagruele di Rabelais, e lo impara così bene da diventar a sua volta maestro di paume, il dottore della paume. Ciò ‘na palla nella braghetta/ Nella mano ‘na racchetta una legge nella berretta/Quattro sarti sur tallone/Ecco fatto un dottorone! 8. Perchè si chiamò tennis? Siamo alla conclusione di queste quattro chiacchiere sulla storia del tennis e ancora non sappiamo perché si chiama così, tennis. Sappiamo che quel nome gli è stato attribuito dagli inglesi, che importarono il gioco della paume dai francesi, ma perché poi lo chiamarono tennis? Qual è la genesi?. Qualcuno dice , ma io non ce credo , che sia stato il grande William Shakespeare a usare , in un suo dramma , per la prima volta la parola tennis, anzi , per essere più precisi, Willy è stato il primo a parlare di “palle da tennis”. Non ci credete? Andate a sfogliare le pagine del primo atto dell’Enrico V e potrete verificarlo. La scena è questa: arrivano gli ambasciatori francesi e portano al re un gran tesoro, rinchiuso in un barile. Un tesoro che – secondo gli ambasciatori francesi – dovrebbe annullare il credito che il re di Inghilterra vanta nei confronti del cugino, il Delfino di Francia, ohè un credito di diversi milioni mica bruscolini … . Di che si tratta?, chiede il re al duca di Exter, suo zio. E quello risponde: “ Di palle da tennis, sire. E il re: “palle da tennis?…be’, siamo lieti che il delfino sia tanto carino con noi. Vi ringrazio del suo dono, e per il disturbo che vi siete presi. Quando avremo assuefatte le nostre racchette a queste palle, giocheremo in Francia, per grazie di Dio e della Nazione . Nel 1600, quando scrive Scespir, gli inglesi avevano già ribattezzato il gioco della paume importato dalla Francia , e il tennis era un gioco ormai praticato da tutti i ceti : “qui gli artigiani, falegnami e cappellai giocano a tennis come matti”, si dice in una cronaca del tempo.

9. Il trombettiere di Custer era un romano
Ma perché proprio quel nome, Tennis ? Lo vedremo tra poco, intanto torniamo al nostro tempo, al sapore e alla poesia di Roma. “Roma per me – ha detto lo scrittore Alberto Bevilacqua – è Scipione , Sordi , Fabrizi , Moravia e Proietti; Roma è la città più accogliente del mondo, è un ventre morbido che non lascia cadere nessuno, è sensuale, è ospitale , accoglie tutti con grande civiltà”… Roma, per me, invece, è tante altre cose, il Casermone, Donna Olimpia, Villa Pamphili, San Pancrazio , Villa Sciarra e il Gianicolo, con i monumenti di Garibaldi e Anita, a cavallo, con la pistola e il bambino in braccio, tutti ricordi lontanissimi, della mia infanzia ; e poi c’è la Roma di oggi, – diciamo della maturità – più distante dal centro, più ovattata, più silenziosa , più verde, con il parco della Madonnetta, le vie quasi deserte dei pittori moderni di Acilia-Malafede, e quelle dei grandi artisti filosofi e letterati dell’antica Grecia dell’Axa-Palocco , con il verde e le quiete ville signorili adagiate nel verde geometrico delle aiole , e i versi dialettali di Giulio Sordini, pubblicati sulla rivista Zeus , dove ha una sua rubrica . E’ uno che c’ha dentro il “fanciullino” pascoliano e la voglia di ripercorrere un sogno infantile ed eroico , tipo quello del trombettiere del Generale Custer, il mitico trombettiere del 7° Cavalleggeri, ch’era in realtà un romano come lui , nato in via delle Zoccolette, e si chiamava Giovanni Martini , passato alla storia come John Martin.
E fu l’unico scampato al massacro dei Sioux della famosa battaglia di “Little Big Horn” , quello che nei film di Ford viene ripreso in primo piano con la mitica tromba che sprona i soldati alla carica…..

10. Tenez!

E torniamo alla parola tennis. Le ipotesi sono tantissime. Esisteva sulle rive del Nilo una città che i greci chiamavano Tanis e gli arabi ribattezzarono Tannis . Sappiamo che dall’arabo è stata mutuata la parola rahat in raquette…Ma tutto ciò non sembra avere alcuna connessione con l’Inghilterra, dove l’etimo è nato probabilmente dalla corruzione della parola tenez, che era il grido lanciato dal giocatore che iniziava il gioco per avvertire l’avversario dell’arrivo della palla, o forse – ipotizza Clerici – dalla corruzione di un termine che usò un cronista toscano , Donato Velluti, che scrive di una partita a palla tra cavalieri francesi, tutti nobiluomini e baroni pieni di soldi, e tale Tommaso Lippaccio, fiorentino, che durò per giorni e giorni. Si giocava a “tenez” – dice Venuti nel lontano 1325, un gioco che si pratica qui da noi”, ma che i francesi hanno così ribattezzato perché quando tirano la palla dicono quella parola: tenèz, prendete…Era quello che oggi potremmo chiamare il servizio. Insomma, alla fine , pare che la nonna del tennis, ammesso che la Francia ne sia la mamma, e l’Inghilterra la zia, sia proprio la nostra beneamata Italia, anche se ora come ora non rendiamo troppo onore alla nostra progenitrice , e siamo precipitati giù giù ai limiti della serie C del tennis mondiale , e aspettiamo da oltre trent’anni un nuovo Panata , contentandoci magari anche di un nuovo Barazzutti o anche di un altro pastasciutta Kid Bertolucci , con pancetta, che però aveva un braccio d’oro. Aspettiamo e speriamo. Spes, ultima dea, chissà magari rinascerà un Pietrangeli, o un Sirola, campioni degli anni cinquanta e sessanta 11. Emanuele Kraushaar MA CI SONO ANCHE LE PARTITE DI TENNIS POETICHE E MAGARI ANCHE EROTICHE COME QUELLA DI EMANUELE KRAUSHAAR, in un’atmosfera di passatempo di persone ricche e annoiate, sempre un po’ infelici. Anche l’emozione è come “sottovetro”. La noia non s’infrange, nè nella battuta della pallina, nè nella “caduta” finale. 15-0: Giochi la tua partita/in coppia contro di me/ il vento dice: “palla fuori”/tu pieghi le gambe e pieghi/ il vestito. Vorrei mordere/il tuo inchino e la mia gelosia,/spaccare la racchetta/in mezzo al campo/spaccare anche la mia fragilità/ di amante sottovetro. 30-0: Scappare/sotto rete/ ma sotto rete/si attaccafuggire/l’attacco, la gamba/ è tesa, poi piegata,/ il braccio avvolge/il cielo come un’ala bianca./Arancione è un colore/ dove il colore non era. 30-15: Quel rovescio micidiale,/scure di luce che colpisce/la linea bianca e schizza/come sasso di ghiaia/nel parcheggio è un rasoio/che taglia e fa dolce il suo sangue,/ è un dito che piega l’osso/e consola il suo dolore,/è lo strappo che del sale/l’odore prende sulla pelle. 12.Montale Ma anche un grandissimo e famosissimo poeta come Eugenio Montale parlò e scrisse di tennis . Lo testimonia una prosa che ha per titolo proprio “ dov’era il tennis” scritta negli anni ’40 e ne parla anche Gianni Brera ne “Il Guerin Sportivo” . Dice che un giorno si era recato a casa del poeta e l’aveva ammirato come eccellente baritono .
Si sa che Montale aveva iniziato la sua carriera proprio come cantante lirico, che rimase l’unica sua vera passione ,al di là della poesia e della letteratura . Interpretare Jago , con il fez piumato , o Scarpia con il monocolo e la tabacchiera, era stato da sempre suo sogno.. “Ma la morte del mio maestro di canto – ironizzò il poeta – pose fine alla mia vagheggiata carriera… Di sport non so nulla, ma potendo vivere una seconda vita come sportivo, credo che avrei privilegiato il tennis, perché ha quel fascino , quell’eleganza , quelle movenze tipiche della danza. Un Montale romanesco avrebbe aggiunto: \”E poi me dicheno che è ‘no sport particolare o, ppe’ spiriti superiori, modestamente come, ‘nzomma . uno dei pochissimi sport in cui nun sempre vince chi fa’ più punti. Tanto ppe’ fa un esempio, è come se nel calcio, che io detesto , vincesse chi becca 5 gol e ne segna 3 , ma de quelli boni. A me me piace lo sai perché? Perché è ‘ no sport antidemocratico , allergico alla demagogia populista: i punti nun so tutti uguali,come nun so tutti uguali li nasi , avrebbe detto Niice…I punti pesano, eccome ma bisogna falli ar momento giusto , quello che conta, e li tennisti lo sanno bene…. E poi non va dimenticato che io sono ligure e il primo club di tennis italiano è nato qui , a Bordighera, nel 1878”. Montale probabilmente non impugnò mai, in vita sua , una racchetta da tennis, né forse conosceva le regole del gioco, ma amava guardare – direi sbirciare con occhio da poeta – chi praticava questo sport, soprattutto quand’erano fanciulle, come nel caso di una sua prosa del 1943, in cui rievoca una partita di tennis nella “grande villa, color zabaglione” , sulle rive del mar ligure , presumibilmente a Monterosso, nelle Cinque Terre, dove la famiglia Montale trascorreva l’estate. “Dov’era una volta il tennis , nel piccolo rettangolo difeso dalla massicciata su cui dominano i pini selvatici, cresce ora la gramigna e raspano i conigli nelle ore di libera uscita. Qui vennero un giorno a giocare due sorelle, due bianche farfalle, nelle prime ore del pomeriggio”.

AUGUSTO: E’ chiaro che il Tennis che ricordava il Montale era il Lawn Tennis Club dei primissimi anni del novecento e non doveva offrire ai gentlemen ed alle ladies molto di più che un modo di far passare amenamente il tempo ,tra qualche colpo di racchetta e l\’immancabile thé delle cinque, o ancora , più romanticamente quello che aveva intravisto dalle reti di recinzione di una villa ,giocato da due ragazze-farfalle, cioè molto più simile ad un balletto , ad un sogno lieve, che ad uno sport, in cui c’è la gioia fisica , ma anche tensione, fatica e sudore. E tuttavia il tennis doveva esercitare in lui un certo irresistibile fascino, se è vero come è vero che tornerà più volte, nella sua poesia , come metafora della vita…Insomma , la vita in una voleè, che può essere simile ad un ricamo, o in un lob, liftato , simile ad una magica parabola, o in un passante alle intersezioni delle righe , in una partita dal solito tran tran , piuttosto monotona e noiosa. Possiamo dire – naturalmente dilatando e forzando un po’ i concetti della sua poetica – che Montale è stato profetico anche per quanto riguarda le sorti del nostro tennis . Infatti là “dov’era il tennis “, inteso come luogo della poesia , con le fanciulle che sono due farfalle , ovvero il nulla che si fa carne , che volteggiano liete e colorate , ora non c’è più..nulla ..nulla E la verità cos’è, dov’è? Può essere anche in una partita di tennis? Come vediamo la sua ironia e il suo pessimismo , come sempre , colgono nel segno . \”Forse la verità non ha alcuna lettera maiuscola e non è certamente “la logorrea schifa dei dialettici, / ma la sedimentazione, il ristagno, una tela di ragno che può durare…(perciò ), / non distruggetela con la scopa”… né con la racchetta.

13. Giorgio Bassani

Nell’agosto del 1974, a Sapri, su un campo da tennis che s’affacciava sul mare azzurrissimo del golfo di Policastro, il mare dei “ trecento” di Carlo Pisacane e della spigolatrice, conobbi , – in modo del tutto casuale – Giorgio Bassani, uno dei pochi scrittori –tennisti , forse l’unico, se escludiamo Gianni Clerici, che avrebbe anche potuto fare il giocatore professionista. Lo vedevo,con crescente ammirazione, considerata l’età ( avrà avuto all’epoca una sessantina d’anni e mi sembravano tanti, allora) e con malcelata invidia, tirare dei diritti poderosi e dei rovesci liftati e sicuri. E il maestro , che faticava a tenergli testa , lo elogiava ad ogni colpo. Bravo, professore!..Bravo! Ed era bravo davvero, il giovane Giorgio Bassani. Giocava a tennis al Circolo Marfisa d’Este, in via Aurelio Saffi, il più esclusivo di Ferrara. A Bologna aveva vinto il campionato Regionale e si avviava a diventare un giocatore d’interesse nazionale. Ma tutto mutò repentinamente con le leggi razziali . Era ebreo e tutta la famiglia Bassani fu espulsa dal Circolo Marfisa d’Este . Il fatto è ricordato in una pagina del suo romanzo più famoso , “Il giardino dei Finzi-Contini”, PIERO:Viene ancora in mente quel suo magnifico romanzo, il Giardino dei Finzi Contini , con la villa e il parco , con i faggi, i tigli, i pioppi, i platani, i lecci, gli abeti e… il campo da tennis… Ecco la radura, il cieco sperone della magna domus, e poi, là in fondo, incombente sopra le cime fronzute dei meli, dei fichi, dei susini, dei peri, lo spalto delle Mura degli Angeli, tutto appariva chiaro, netto, come in rilievo, in luce, meglio che non di giorno… E quel campo da tennis… Quel campo da tennis , che cos’è , in realtà il luogo dell’anima?

14. Micòl No.

Era solo un “polveroso campo di patate”. Era splendida invece Micòl, coi suoi capelli color biondo cenere , i suoi capricci al campo da tennis, i suoi bronci, i suoi sorrisi..E Micol se ne era andata per sempre, su quella tradotta militare, nei lager nazisti. Perché? Mistero, mistero profondo e insolubile, la vita. Che non si riesce a cogliere .Che sfugge. Che amiamo con tutte le nostre forze, nonostante tutto, e che vorremmo stringere in un abbracci convulso .Possiamo solo vederla passare , la vita, fino a che non si allontana…” Già…Intanto/negli spogliatoi del tennis/ quest’oggi / è meglio di/no/ mi/ riposo/ Ma domani gioco però /E/ con/.. coso…”

Augusto Benemeglio

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