Il ritorno di Godzilla di Jun Fukuda


A cura di Gordiano Lupi

Il ritorno di Godzilla (1966) è il primo film diretto da Jun Fukuda, già assistente di Ishiro Honda, che segue le orme del maestro ma comincia a imprimere alla serie una virata fanciullesca. La pellicola ci trasporta in pieno clima esotico – avventuroso.
Il protagonista è alla ricerca disperata di un fratello scomparso in pieno Oceano Pacifico dopo una battuta di pesca, incontra due amici in una discoteca dove ballano shake, infine si associa a uno scassinatore e tutti insieme prendono il largo verso l’ignoto. Approdano in un’isola sorvegliata dall’aragosta gigante Ebirah che provoca maremoti e infilza i malcapitati tra le sue chele mostruose. Lo scoglio al largo del Pacifico è pure il quartier generale dei Bambù Rossi, un improbabile esercito di terroristi che rende schiavi i nativi. Godzilla entra in scena dopo un’ora, risvegliato nella sua grotta dai quattro amici, che nel frattempo sono diventati cinque, perché hanno incontrato un’indigena. Vediamo anche la falena gigantesca Mothra, adorata come una divinità dagli indigeni, che nel finale salva tutti con un volo provvidenziale.
Le sacerdotesse lillipuziane – il duo delle Pair Bambi – cantano la canzone di Mothra, mentre gli indigeni ballano e chiedono aiuto al potente mostro alato. Il ritorno di Godzilla segue di un anno L’invasione degli astromostri (1965) ma il nuovo regista impone un cambiamento di registro decisivo, creando sul set un’atmosfera da cartoon per ragazzi, dovuta ai mimi che indossano costumi da mostri e ai plastici in scala, ma soprattutto ai colori intensi della fotografia e agli improbabili nemici. Le battaglie tra mostri spesso sono comiche, come quando Godzilla ed Ebirah  improvvisano una sorta di partita a tennis scagliandosi rocce e scogli. In ogni caso gli effetti speciali sono ancora del grande Tsuburaya e mantengono tutta la loro freschezza, così come sono suggestive le musiche di Masaru Sato.
I Bambù Rossi sono tra i cattivi più ridicoli della storia del cinema, una sorta di associazione terroristica che fa lavorare i nativi come schiavi per produrre un olio giallo che protegge dagli artigli dell’aragosta gigante. Molto bella la preghiera al dio Mothra, così come sono suggestive le danze tribali e le gemelle microscopiche che sorvegliano la falena. Il risveglio di Godzilla è una parte interessante, buon cinema di mostri, occhio in primo piano e zampa che si muove; la lotta con Ebirah rasenta il fumetto per bambini e il grido di vittoria non è cambiato. Abbiamo anche un’aquila gigante – non si sa da dove sia venuta fuori – che tenta di aggredire un Godzilla assonnato, ma l’indigena riesce ad avvisarlo e lui la distrugge da par suo. Ebirah fa giustizia massacrando i soldati ma viene sconfitto da Godzilla che gli stacca le chele gigantesche, ma è Mothra a salvare la situazione portando via in volo il suo polo che aveva costruito una zattera. Il nostro lucertolone fa a pezzi anche la base dei Bambù Rossi e alla fine si salva gettandosi in mare, perché il solito scienziato pazzo aveva innescato un’esplosione atomica che polverizza l’isola. La paura della bomba atomica, tipica della cultura giapponese, alla base dell’intera serie Godzilla, torna con prepotenza alla ribalta.
Il figlio di Godzilla è girato in CinemaScope con una fotografia coloratissima ma ben fatta nelle sequenze marine, soprattutto durante le tempeste, tra le rocce di un’isola del Pacifico, nei momenti in cui rappresenta l’alba e il tramonto. La musica è da film d’avventura e da pellicola per ragazzi, così come il tono di tutta la pellicola rispecchia questa impostazione. Le scene che vedono protagonista Ebirah, l’aragosta gigante, sono ben costruite, anche se la sequenza con i due morti infilzati dalle chele è una primizia in un genere cinematografico che non prevede morti cruente.  In ogni caso si vede benissimo che sono due pupazzi e non viene versata una goccia di sangue. La ragazza incontrata nella giungla è un leitmotiv caro a Jun Fukuda e vorrebbe rappresentare un tocco di blando erotismo, da Tarzan in gonnella, che a un certo punto sconfina nel  classico ruolo di bella di fronte alla bestia.
Jun Fukuda continua la serie con Il figlio di Godzilla (1967), imprimendo sempre di più una caricatura fumettistica ai suoi mostri, dipingendo Godzilla come un lucertolone buono amico dei bambini. Il ritorno di Godzilla è il titolo italiano anche di un film del 1984, girato da Koji Hashimoto, che nell’originale giapponese si chiama Gojira. Una sorta di inutile remake pensato per rinverdire i fasti di una serie amata dai ragazzi, distribuito negli Stati Uniti con il titolo Godzilla (1985). In Italia è uscito solo per il mercato Home Video, mentre nell’edizione USA mancano alcune sequenze e ne sono state aggiunte altre di taglio nordamericano.

Il trailer del film: http://www.japanimation.it/il_ritorno_di_godzilla.html

Regia: Jun Fukuda. Soggetto e Sceneggiatura: Shinichi Sekizawa. Effetti Speciali: Eiji Tsuburaya. Musiche: Masaru Sato. Titolo originale: Najai no Daiketto. Interpreti: Akira Takarada, Kumi Mizuno, Chotaro Togin, Hideo Sunazuka, Toru Watanabe, Toru Ibuki, Pair Bambi.

Gordiano Lupi
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