Il “Renzismo” è andato a sbattere


A cura di Arturo Casalati

Il “Renzismo” è andato a sbattere. La spinta propulsiva rottamatoria ha conosciuto l’”idrovora nazionale”. Quella che ha scatenato un vortice fra i contendenti alla presidenza della Regione Emilia Romagna e la magistratura, mandando così a gambe all’aria ogni bella speranza in questo Paese.
Renzi avrà anche doti profetiche, ma la sua battuta di qualche settimana fa a Bologna è stata la reazione al “rinvenimento” dell’inchiesta su Matteo Richetti e Stefano Bonacini, due renziani in corsa per un solo renzismo.
Il premier ha detto, a Richetti e Bonacini: “Mi avete combinato un bel casino”, per di più, aggiungo, nella Regione più “preziosa” per il Partito Democratico.
L’espressione, così inaspettata e pubblica, ha una sorprendente analogia con le parole di Marchionne nel momento in cui ha “sloggiato” Montezemolo dalla “preziosa” casa automobilistica di Maranello, la Ferrari.
L’idrovora giudiziaria gira da tempo sulla Regione Emilia Romagna. E l’ingenua “sorpresa” del PD sulle inchieste del Palazzo di Giustizia di Bologna è assai fragile. Grandi reati o piccoli illeciti, processi o non processi, l’imprevisto doveva essere messo in conto.
La reazione degli esponenti del PD ha lasciato perplessi i cittadini emiliano-romagnoli, perché appartiene al già visto e al già sentito, ovvero alla “prassi” di coloro che sono indagati dalla Giustizia per grandi o piccole malefatte: Berlusconi docet.
Quando la politica si trova messa all’angolo, “sbologna” le ansie sgranando un frasario stracotto: “abbiamo fiducia nei giudici”, “avrò modo di chiarire tutto”, “abbiamo piena fiducia nei nostri dirigenti” e via cantando.
A quel punto della partita tra i renziani Bonaccini e Ricchetti, è tornata alla memoria l’asse Bologna-Modena-Reggio Emilia-Ferrara. In pieno agosto i sindaci di queste città, stabilendo un accordo geopolitico di vasta area, avevano fatto coincidere il loro sostegno a Manca, primo cittadino di Imola (nel bolognese) quale candidato alla successione di Vasco Errani, l’allora Presidente della Regione. Errani era ed è un bersaniano di connessione tra Renzi e Bersani.
Poi il delfinato di Bonaccini e quello di Richetti hanno increspato il disegno politico, frantumando la linea retta del premier Renzi verso la conquista della Regione Emilia Romagna.
In quei giorni si era addirittura parlato di candidare Bersani e Prodi, e questo la dice lunga sul caos che regnava nel Partito Democratico in quel momento.
Salvo sviluppi imprevedibili, la partita emiliano-romagnola è ora nelle mani di Matteo Renzi. E che cosa potrebbe fare il fiorentino? Destinare la Regione Rossa (come la Ferrari), attualmente nelle mani del PD, a un bersaniano o a Prodi?
Da quel renziano che è, Matteo poteva liquidare le primarie, polverizzare la griglia di partenza e inviare sul campo un renziano-emiliano-esperto quale Graziano Delrio (suo braccio destro). Così facendo, Renzi avrebbe poi determinato un rimpasto di governo a Roma, quasi imminente dato la nomina europea dell’ormai ex Ministro degli Esteri Mogherini.
Come in tutte le favole che si rispettino, non poteva mancare la conclusiva “morale”: ancora una volta il terremoto politico ha avuto per epicentro una Regione. Le Regioni sono macro istituzioni e formano un sistema nel quale Renzi non ha ancora immaginato di “cambiare verso” e nel quale non ha rottamato e non rottamerà un bel niente.
E ora veniamo ai giorni nostri. A Roma la piazza Cgil-PD ha protestato. Il garage della Leopolda “è un’altra cosa. Da qui arrivano le proposte. Io non mollo e non mi impressiono”, ha detto Renzi, “è finito il tempo in cui una manifestazione poteva bloccare il Paese”.
Matteo Renzi, ora, non è più il giovane rottamatore: il suo treno è arrivato alla vecchia stazione ferroviaria della Leopolda direttamente dal Consiglio dell’Unione Europea. “Ho bisogno di un po’ d’aria fresca, dopo trentasei ore a Bruxelles”, ha detto. La zona della Leopolda era blindata, le forze dell’ordine controllavano l’intera area attorno alla vecchia stazione ferroviaria di Firenze.
Sono questi sono i segni del “nuovo corso” renziano?
Il premier è salito sul palco. L’atmosfera che si respirava era di governo, non certo di lotta. I protagonisti non sono stati i giovani che vogliono cambiare il PD, ma i ministri attualmente in carica.
“Eravamo un’allegra brigata di sognatori”, ha detto il Segretario del PD, “nessuno avrebbe mai immaginato, non dico di arrivare al governo, ma di arrivare alla quinta edizione della Leopolda”.
Eppure c’erano tutti. Maria Elena Boschi è arrivata a piedi. È un Ministro, sì, ma lo sforzo di sembrare quelli di prima è la vera caratteristica dei renziani. Anche nel “garage Leopolda” tutto è rimasto, apparentemente, uguale a prima. Un garage, simbolo di un luogo dal quale far partire una “macchina che è rimasta ferma per troppo tempo”. Un luogo “dove si coltivano idee e si custodiscono sogni”, ha detto Renzi.
Nel garage renziano c’erano vecchi televisori, una bicicletta smontata, i primi computer. Se nessuno avesse “sognato” quegli oggetti (oggetti che hanno cambiato il corso della storia), oggi quegli oggetti non esisterebbero.
Queste, per Renzi, sono storie vincenti, storie di imprenditori che hanno scommesso e hanno avuto successo. Questo vale anche per l’”imprenditore” politico, secondo il premier.
Sulle pareti della Leopolda, c’erano gli ingrandimenti fotografici di coloro che
non hanno capito il futuro. La casa discografica Decca, che non ha scritturato i Beatles, perdendo così l’occasione di guadagnare miliardi. Il direttore del quotidiano statunitense che licenziò Walt Disney perché, secondo lui, non valeva un centesimo. Il critico d’arte che non comprese la genialità delle opere di Pablo Picasso, convinto che si trattasse di un tizio che dipingeva opere che non valevano un fico secco.
“Buona Leopolda a tutti voi”, ha detto Maria Elena Boschi, e subito è partita la canzone Geronimo dei Magic. Nel tripudio e sommersa dagli applausi di tutti i presenti, naturalmente.
Poi è stato il momento di Renzi: “La Leopolda è nata per cambiare l’Italia, abbiamo dimostrato che l’Italia è un Paese scalabile, mentre tutti ci dicevano che era un Paese chiuso. Da qui abbiamo formato una classe dirigente su tutto il territorio”.
E a coloro che hanno ipotizzato che la Leopolda fosse un partito parallelo al PD, il Segretario ha replicato: “È la nostra gente che ha voglia di credere nella politica come qualcosa che è diversa dal passato”.
In quel contesto è arrivato anche l’invito a Pippo Civati: “Ti aspettiamo domenica”, ha detto Renzi.
Eppure c’era qualcosa che stonava, alle mie orecchie. “La nostra gente ha voglia di credere nella politica come qualcosa che è diversa dal passato”. Ma lo sappiamo tutti, nessuno escluso, che Matteo Renzi, al suo esordio in politica, faceva parte della Gioventù Democristiana. “Diversa dal passato” la Democrazia Cristiana? Stava scherzando o diceva sul serio?
Inoltre, c’è il fatto che la kermesse della Leopolda, ai miei occhi, più che una riunione di persone che vogliono dire la loro sulla politica di questo Paese, è apparsa come un nuovo tipo di “show”. Uno “show” nel quale il protagonista assoluto era Renzi, mentre i renziani erano i comprimari, le comparse di una recita che sostiene l’ottimismo promuovendolo a sistema di pensiero.
Ma sabato, mentre il premier e i suoi recitavano il loro “show”, la Cgil, la minoranza del PD e la sinistra sono andati in piazza, a protestare contro il governo Renzi. A protestare perché la disoccupazione nazionale è al 13 %, perché la disoccupazione giovanile è al 48 %, perché la situazione economica dei cittadini italiani è la stessa del 1986, perché la Tasi è più alta ancora dell’Imu (altro che riduzione delle tasse), perché la Fiat ha ricevuto miliardi dalle nostre tasche e poi ha traslocato in America, licenziando quasi tutti i suoi dipendenti italiani, perché la Meridiana sta licenziando 1.500 dipendenti.
Devo continuare? Non credo che ce ne sia bisogno, mi sembra di essere stato abbastanza chiaro, o sbaglio?

Arturo Casalati

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