Il regalo 2


di Frank Cappelletti

Anziano.
L’aggettivo mi rimbombava nelle orecchie facendomi sbandare dalla rabbia.
“Io non sono un cazzo di anziano.” Dicevo tra me e me.
Certo a 67 anni non ero di primo pelo ma a parte qualche acciacco, il cuore forte mi faceva andare fiero del mio essere, ma quella parola mi infastidiva e non poco.
In vita mia ne avevo sopportate tante. La famein Belgio dove mio padre faceva il minatore e a sedici anni giù sotto terra anche io a scavare al buio e senza l’aria buona da respirare, mia moglie e mia figlia morte in un incidente e il dolore che mi aveva quasi fatto impazzire, ma mai domo,ho cavalcato la follia del momento trovando una nuova strada per sopravvivere a quel male intollerabile.
La fotografia è stata la mia compagna per trent’anni portandomi a spasso per il mondo come freelance, facendomi percorrere strade che pochi avrebbero sognato di fare, visitando posti meravigliosamente orribili agli occhi di chi aveva quel bon ton da quattro soldi, grazie al quale,è schifoso mangiare il couscous con le mani.
Algeria, Birmania, Vietnam, Zimbabwe, guerre e miserie sono stati la cartina di tornasole per i miei reportage, disastri e fallimenti i miei scatti più eccellenti, ma anche volti, centinaia, migliaia di volti di persone, intere popolazioni passate davanti al mio obiettivo e immortalate per sempre nelle loro espressioni di gioia e delirio, disperazione e morte.
Ho camminato, ho girato così tantoarrivando a credere di essere la reincarnazione di una trottola, ho reinventato la mia vita di continuo, lasciando la sicurezza della casa per ascoltare il vento del deserto e tutte le comodità, per sentire su di me il monsone e ora un giovinastro sui quarant’anni, un mediconzolo laureato al Cepu mi fa:
“Mi dispiace ma il suo tumore è inoperabile, la parte del cervello che è stata aggredita non è facilmente raggiungibile e poi lei è anziano, non reggerebbe l’operazione, proviamo invece con…”
Non ho ascoltato il resto, mi sono fermato ad “anziano”, parola che su wikipediaè associata a termine della vita.
“Ma quale cazzo di termine della vita, che anziano di questa minchia.”
Ero decisamente fuori di me e pensai a Giancarlo Garbelli il pugile, che in età avanzata e con un inizio di Parkinson sputò sulla sentenza del medico e continuò a vivere come aveva sempre fatto, combattendo contro ogni avversità.
“Merda per te dottore, se tu e la tua scienza dite che non reggo l’operazione allora non ho bisogno di voi.”
Arrivai al lungomare uno dei più belli d’Italia, con le sue palme e balaustre messe secondo un’idea che il Duce aveva espresso per abbellire la cittadina. Respirai l’aria salmastra che arrivava dalla spiaggia e non mi curai del vento gelido proveniente dai Balcani.
“Questa è l’unica cura che ritengo efficacie per me, l’aria, l’acqua e l’energia che posso sprigionare attraverso il respiro, come è venuto questo merdoso tumore, così se ne andrà, la vita è fatta di opportunità di strade da prendere e da battaglie da vincere, la vita è troppo bella per essere buttata in ospedale.”
Fissai lo specchio d’acqua comefossestato una bella donna, con lo stesso trasporto, con quell’entusiasmo tipico dei bambini.
“Già i bambini…”
“…i bambini sono puri e si emozionano con poco, poi crescono e inacidiscono, finendo ammazzati dai loro stessi pensieri e abitudini.”
Lasciai che il vento mi portasse via un po’ di pensieri negativi, ci avevo convissuto tutta la vita e ne ero certo, li avrei portati con me nella tomba.
Marzo era meschino in ogni parte del mondo,un mese che insieme a novembre segnava il più alto indice di suicidi a livello planetario, il grado depressivo delle persone raggiungeva l’azimut e l’ecatombe di sventurati era bypassata dai media come: “Purtroppo è capitato.”
“Vaffanculo ai suicidi e alle pallemosce che non reggono la botta, nel ’86 ero nei dintorni di Chernobyl e lì si che la merda ti arrivava al mento, ma nessuno ha mai pensato di farla finita, si sono beccati la loro dose di radiazioni e sono morti brindando.”
Digrignai i denti e lanciai un paio di sassi nell’acqua.
“Potrei togliermi di mezzo anche io, ma la darei vinta alla merda che ho fatto e pensato in tutta la vita, al mezz’uomo che non ha avuto le palle di salvare moglie e figlia.”
Mi sedetti su di un pattino, la salsedine, la sabbia e l’incuria dell’uomo lo avevanoreso buono per i falò della festa della Madonna, ma nessuno si era ancora accorto di lui e stava adagiato nella sabbia, vicino a una palma. Sicuramente in passato doveva aver fatto la sua figura, il blu sotto la linea di galleggiamento era venuto tutto via e le rivettature corrose dal mare, parecchie parti erano mancanti e come un pugile suonato se ne stava gonfio e tumefatto ad aspettare il giudizio degli arbitri.
“Già vecchio mio, così è la storia, tutti ti cercano finché puoi filare a pelo d’acqua, ma poi, quando cominci a scrostare la vernice e non sei più appariscente, diventi una nullità da far fuori.”
Nelle settimane successive tornaisu quell’imbarcazione a riposare durante le mie fughe dall’ospedale, come un novello Robinson Crosuè mi facevo cullare dai pensieri, amalgamavo la chemioterapia alla sabbia e costruivoil mio castello della felicità.
Alla fine avevo ceduto alle lusinghe della medicina e lasciavo che un’infermiera mi inoculasse della roba nelle vene, inizialmente senza fastidi, ma poi, vomito spossatezza e quant’altro avevano colpito duramente il mio fisico.
“Qui tutto sommato sto bene” pensai.
Dopo essermi sistemato al posto del vogatore, buttavo giù un analgesico per il mal di testa e guardavo il mare che con la sua calma serafica curava il pezzo di anima non ancora contaminato.
“Che cazzo di vita mi è stata data, ho combattuto senza sosta e questaè la giusta fine, nato da solo, vissuto solo…morto solo.”
Poi mi guardai attorno e sorrisi.“Beh in fondo solo non sono…eh, vecchio mio?”
Battei col piede ed ebbi l’impressione che sotto di me il pattino mi avesse sentito, avesse udito le mie parole, perché uno scricchiolio simile a una risata salì dalla paratia di destra.
“Sono fottutamente malato, stanco delle cazzate di questo mondo, ma in fondo felice, perché posso vuotare l’anima senza essere giudicato e con tutte le persone che ho conosciuto, solo un pattino mi resta accanto nei momenti in cui vorrei piangere ed essere consolato.”
Sentiigli occhi riempirsi di lacrime, la stanchezza e la desolazione prendere il sopravvento.
I cormorani che con lievi battiti d’ala surfavano il vento continuarono le loro evoluzioni fregandosene dei miei mali, li guardai con una certa invidia, ma un altro scrocchio di legname, più cupo e profondo mi riportò sulla spiaggia. Il pattino stirava tutto il suo sartiame per confortarmi.Mi alzai in piedi a fatica, attaccandomi allo scalmo arrugginito, feci qualche passo e dopo aver cercato la luce giusta, scattai delle foto a quel luogo che sentivo sempre più mio.Tornai a farmi incantare l’anima dal movimento del mare, certo che quellaspiaggia aveva qualcosa di magico e avrebbe lenito ogni dolore. I castelli di sabbia fatti e buttavo giù a calci, gli uccelli marini che volteggiavano attorno alla testa, mi aiutavano atirare fuori quello che nessuna psicanalisi o radioterapia sarebbe stata capace di fare. E poi, c’era il pattino, la corazzata che solcava insieme con me quell’oceano sconfinato che è la solitudine, quella parte del mio spirito che più faceva male ma che stavo imparando a dominare. Un pomeriggio appena terminato il secondo ciclo di chemio, arrivai alla spiaggia, ma il natante non c’era più. Schegge e rivetti buttati qui e la mi dicevano che l’impietosa mano dell’uomo era arrivata a portare via il mio amico. Raccolsi dei frammenti e li strinsi come per sentirne il calore, per dare un ultimo abbraccio all’unica cosa che mi era stato accanto, al quale dovevo molto. Il medicastro aveva vinto la sua battaglia, il tumore che avrebbe dovuto farmi impazzire e crepare stava regredendo, la medicina lo aveva sconfitto.Ora con venti chili di meno, ma vivo, ho ripreso a scattare fotografie e la sera quando torno a casa, guardo il mobile in fondo alla sala su cui campeggia l’immagine del pattino.
Nella mia sana follia ho riservato un posto d’onore a quella foto e ovunque io vada a sedermi, sento il legno di quell’imbarcazione sostenermi e mantenermi eretto. Di notte poi, mi sembra di sentirne lo scricchiolio, il sartiame percosso dai miei piedi ei rimbombi degli scalmi sbattuti dai remi, percepisco l’odore salmastro della spiaggia e mi convinco sempre più che niente diventa vecchio e inutile, che si ha sempre qualcosa da dare, sempre.
Fino alla fine.

Frank Cappelletti

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