Il regalo di Djulung


favoleFavole raccolte, curate e riadattate da Simone

C’erano una volta sette sorelle orfane di padre e di madre che vivevano tutte insieme in un’isola dei mari del sud dove era sempre estate. La maggiore aveva il governo della casa ed assegnava a ciascuna sorella compiti diversi da svolgere, ma il compito più duro toccava alla minore che era disprezzata da tutte le altre.
Si trattava di andare ogni giorno nella foresta affocata, dove gli alberi erano legati l’uno all’altro da stupende catene di orchidee, e tagliare la legna da portare a casa, per mantenere sempre acceso il fuoco che serviva a cucinare: accenderlo ogni volta era una faccenda troppo lunga e difficile.
Una mattina, però, mentre faceva ritorno alla capanna barcollando sotto un carico di legna, il fiume che le scorreva accanto le sembrò così fresco e tentatore da spingerla a fare un bagno. Mentre nuotava, vide sguizzare accanto un pesciolino graziosissimo che sembrava fatto con l’arcobaleno. La fanciulla allora l’afferrò delicatamente, poi balzò fuori dall’acqua e corse per un sentiero ombroso fino ad una grotta, davanti dalla quale un ruscelletto sgorgava dalla roccia e riempiva uno specchio d’acqua profonda ma chiara. Vi lasciò guizzar dentro il pesciolino, che si chiamava Djulung, e se ne andò promettendogli di portargli da mangiare.
Quando arrivò a casa. Il riso era già cotto e messo in tavola. Ma essa non finì tutto tutto quello che conteneva la sua piccola ciotola di legno. Ne serbò una buona metà e tornò di soppiatto allo specchio d’acqua dove l’aspettava Djulung, il quale mangiò il riso e dovette convenire che non aveva mai assaggiato niente di più squisito, perciò fu molto contento di vivere in quel laghetto. La fanciulla veniva ogni giorno a portargli metà del suo desinare ed egli ingrassò sempre di più.
Se però il pesce ingrassava, la ragazza invece diventava sempre più magra ed ogni giorno faceva più fatica a tagliare il suo fascio di legna e trasportarlo a casa. Alla fine se ne accorsero anche le sorelle e ne discussero insieme, perché facevano assegnamento su di lei per compiere quel lavoro così duro ed avevano paura che qualcun’altra dovesse prendere il suo posto. Perciò una di loro la seguì di nascosto mentre si recava al laghetto dove viveva Djulung e la vide dare al pesce il cibo che non aveva mangiato al desinare. Raccontò alle altre quello che aveva visto e l’indomani, mentre la fanciulla era intenta a tagliare la legna nel bosco, la sorella maggiore andò nel laghetto ed acchiappò Djulung; le altre lo misero a quocere in pentola e poi se lo mangiarono a pranzo. La sorella minore rimase all’oscuro di tutto, perché quel giorno l’avevano mandata a far legna più lontano del solito.
Il pomeriggio seguente. Ella portò al laghetto gli avanzi del suo pranzo e cantò la solita canzoncina. Ma Djulung non si fece vedere. La fanciulla la ricantò due o tre volte e guardò a lungo nell’acqua chiara ma profonda, ma sempre invano. Allora, sentendosi stranamente stanca, si trascinò piena di tristezza fino a casa, e cadde addormentata.
Dormì così profondamente che per parecchi giorni nessuno riuscì a destarla; e nel sonno il pesce apparve e le narrò quanto era successo. Quando si svegliò. La ragazza frugò nel focolare finche non ritrovò tutte le povere lische del pesce, e poi uscì di soppiatto nell’aria fresca del mattino e le portò presso il laghetto; qui fece una buca per terra e le seppellì. Mentre era intenta a scavare. Cantava questa canzoncina:

Cresca un albero gigante
Dove giace l’amor mio
Per ricordo del mio pianto
E lo salvi dall’oblio.

Con la cima tocchi il cielo
E se un Re mai la vedrà
Perché nacque e che da duolo
Dai suoi rami apprenderà.

Siccome non aveva più da dividere il cibo con alcun pesciolino, la fanciulla riacquistò le forze e la salute e potè lavorare con più forma di prima; perciò le sorelle non si dettero più pena per lei, anzi, non se ne curarono affatto, purchè facesse quel duro lavoro di cui esse non volevano neanche sentir parlare. In quel modo non si accorsero dell’albero che cresceva sulle lische di Djulung, mentre la sorella minore si recava a fargli visita ogni volta che andava a raccogliere legna nella foresta. Non c’era un albero simile a quello in tutto il mondo: il tronco infatti era d’argento, le foglie di seta, i fiori d’oro e i frutti di diamanti.
Un giorno il vento spinse una foglia attraverso il mare fino ad un isola vicina dove un re la trovò ed esclamò subito:
– Non mi darò mai pace finchè non avrò trovato l’albero che ha prodotto questa foglia meravigliosa, dovessi passare tutta la vita a far vela da un isola all’altra.
Ma non ci fu bisogno che si spingesse troppo lontano, perché nella prima isola a cui approdò trovò l’albero d’argento con i rami coperti da foglie splendenti come quella che il vento aveva portato fino a lui.
– Che specie di albero è questo e come ha fatto a nascere qui? – chiese ad un bambino che giocava nella foresta.
– Non lo so. – rispose il bambino – ma in una capanna qui vicina vivono sette sorelle che forse ve lo sapranno dire.
– Vai a chiamarle e conducimele qui – soggiunse il re.
Le ragazze si affrettarono lasciando la minore a badare al fuoco e a preparare il pranzo, ma nessuna di loro aveva mai visto l’albero d’argento e poteva darne notizia.
– Il bambino mi ha detto che eravate sette – osservò il re alla fine – ed io ne vedo solo se, quindi ne manca una.
– La più giovane è a casa. Ma non è buona altro che a tagliar legna e fare i lavori più umili. E poi è sempre mezza addormentata, gli risposero le sei sorelle tutte d’un fiato.
– Avrete anche ragione – ribattè il re – comunque voglio vederla.
Il ragazzino fu mandato a chiamare la sorella minore ed appena essa arrivò, l’albero meraviglioso nato sulle lische di Djulung s’inchinò fino a terra davanti a lei in modo che potesse raccogliere alcune foglie e frutti da porge al re.
– La ragazza che può fare simili miracoli è degna di diventare regina! – egli esclamò – ed è anche così bella che io non potrei amare nessuna donna che lei.
La sposò e la portò con se attraverso il mare fino alla sua isola dove vissero entrambi per sempre felici e contenti, regnando saggiamente.

Simone
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