IL PRETE ROSSO


A cura di Augusto Benemeglio

1. Il Campiello di Venezia

Parliamo di Antonio Lucio Vivaldi, l’autore de “Le quattro stagioni”, ma anche del violinista di insuperabile talento; parliamo dell”autore dell’Estro armonico op. 3 , ammirata e studiata perfino da Bach, (“ E’ da Vivaldi che ho imparato il concatenamento delle idee musicali, i loro rapporti reciproci, la varietà nelle modulazioni e molti altri artifici della composizione” ) e di oltre 450 concerti, in cui molto spesso primeggia il violino solista. Parliamo del Prete Rosso – figlio di un barbiere e appassionato violinista – che nacque a il 4 marzo 1678 a Venezia, città d’acqua e di pietra, di archi e architetture di luce, ma priva di verde, di alberi, di campagna, povera di spazi e di libertà, e ogni sestiere , per piccolo che sia, si raccoglie intorno al campo o campiello, che è insieme piazza pubblica e luogo di passaggio, un territorio a sé, con una propria cultura; per i bambini del suo tempo , allontanarsi dal campiello significava quasi avventurarsi in terra straniera. Da un lato c’è la tranquilla parrocchia, con il suo borgo addossato ai muri ciechi dell’Arsenale; dall’altro – a pochi centinaia di metri, piazza San Marco, con tutto il suo fragoroso splendore, il salotto a cielo aperto più spazioso e ammaliante d’Europa. E in mezzo ai due mondi un confine, che è lì, a due passi, ma è difficile, quasi impossibile, superare per un bambino povero com’era lui. Tutto ciò nutrirà la sua infanzia, di cui non si sa quasi nulla, e la sua musica sublime ( Il concerto vivaldiano è un ritratto di Venezia; un gioco di luci e di colori, un fervore di impulsi ritmici, con vivi contrasti cromatici, che fanno eco alle intense luminosità di un Guardi , un Canaletto e un Tiepolo) .

2. La selvaggia capigliatura rossa
Fu probabilmente allievo del padre , barbiere-musicista , e poi del maestro Ligrezi. Intanto si prepara , giovanissimo, al sacerdozio nella scuola di San Geminiano, a due passi dalla casa familiare. E’ un bambino gracile, ma vivace di spirito, incline alla musica. La carriera ecclesiastica gli offre una confortevole prospettiva di ascesa sociale. Riceve gli ordini minori fra il 1693 e il 1696, e nel 1703, a venticinque anni, viene ordinato prete. E questo particolare, unito alla sua selvaggia capigliatura rossa (che campeggia anche in alcuni celebri ritratti, insieme al suo profilo deciso), gli valsero ben presto il soprannome di “Prete rosso”. Un appellativo temprato anche dal tipo di musica, estremamente vivace, contagiosa e altamente virtuosistica che Vivaldi ha sempre saputo scrivere. Per tutta la vita, Vivaldi darà la sua preferenza
Di solista agli archi, e la città di Venezia è stata la prima a sfruttare la varietà di timbri del violino, del suo violino magico, portatore di un virtuosismo inedito, fatto di sincopi e accelerazioni. L’estro al servizio delle rotture ritmiche, dirà de Brosses, un rigonfiamento impercettibile del suono, che aumenta di forza di nota in nota”.
Ma come sacerdote viene ben presto esonerato dal dire messa , a causa della sua natura cagionevole e di una malattia misteriosa che lui stesso chiamerà “strettezza di petto”, forse una forma di asma allora sconosciuta.

3. Il Conservatorio della Pietà
A partire dal 1703 insegna violino al Conservatorio della pietà , una delle quattro famose scuole di musica veneziane per ragazze orfane, bastarde o abbandonate, dove rimane fino al 1740. Queste giovani cantavano e suonavano con ogni strumento;
facevano della musica la loro occupazione principale, disponevano dei migliori maestri e le loro esecuzioni erano quindi celebri in tutta Europa; per le “putte”, nascoste alla vista del pubblico da una fitta grata, ma la regola non sempre veniva applicata alla lettera, tant’è che il letterato francese Charles de Brosses scrive: “Posso giurare che non vi è nulla di così gradevole che guardare una giovane e graziosa religiosa in abito bianco, con un mazzetto di fiori di melograno sopra l’orecchio , dirigere l’orchestra e segnare il tempo con tutta la grazia e la precisione immaginabili”. In realtà le ragazze non sono religiose, ma laiche e Vivaldi scrive per loro la maggior parte dei suoi concerti, delle musiche sacre e delle cantate. Ogni domenica e giorno festivo , le fanciulle facevano sfoggio della loro abilità. In breve tempo si guadagnarono apprezzamenti e stima anche all’estero (ne parla Rousseau nelle sue “Confessioni”). Tutte le più eminenti personalità d’Italia e d’Europa venivano al Carnevale di Venezia e poi a sentire i concerti di Vivaldi. “Quanti forestieri s’infatuarono delle putte della pietà!” E Vivaldi doveva sfornare mottetti e concerti senza tregua, per Maddalena dal violin, Candida alla viola, o Michielina organista, e di altre ragazze virtuose in grado di rispondere a tutte le esigenze del compositore. Vivaldi , insomma , era costretto a mantenere la sua immaginazione in costante fermento. Nel 1708 verrà Federico IV, re di Danimarca , e nel 1711 il principe di Toscana, Ferdinando III, a cui Vivaldi dedicherà “Estro Armonico”, opera in cui affermerà la sua inconfondibile originalità.

4. Il violino
La nomea di Vivaldi si diffonde ormai in tutta Europa . Inventiva, virtuosismo e stravaganza caratterizzano i suoi concerti, che diverranno l’archetipo di questo forma musicale . Quando accede all’universo dell’opera il maestro non intende trascurare il minimo particolare e da buon impresario gestisce i contratti e sceglie i cantanti.
Ora Vivaldi ha superato “il confine”, si assenta a più riprese da Venezia: va a dirigere la cappella del principe di Hasse Darmstadt a Mantova, rappresenta le sue opere a Roma , dove suona davanti al Papa. Visita comunque numerose città italiane e straniere (soprattutto in Germania e Paesi Bassi), sia in qualità di violinista che di impresario delle proprie opere (recluta i cantanti, dirige le prove, controlla gli incassi). Il violino di Vivaldi era diverso dai violini di oggi. ( “La tastiera è più corta e forma con la tavola armonica un angolo debole. Il ponticello, sul quale passano le corde, è molto in basso, a volte sopra le orecchie. Le corde , che sono di minugia, sono legate ai grossi bischeri. L’archetto è curvo”) , era un violino veneziano la cui somma qualità risiedeva nell’equilibrio tra potenza e leggerezza.

5. Annina della Pietà
Le sue opere strumentali erano allora celebri ovunque, soprattutto le ormai celeberrime “Quattro stagioni” e il fondamentale, superbo, “Estro armonico”.
Nonostante la sua condizione sacerdotale, si accompagnò, durante i suoi viaggi, con la cantante Anna Giraud, musa ispiratrice, per la quale Vivaldi scrisse la maggior parte dei primi ruoli nelle sue opere in musica. E tuttavia , benché si parli dell’Annina del Prete Rosso, tra i due ci sarà solo un’affettuosa e casta amicizia. Annina aveva trentacinque anni meno del maestro e gli faceva talvolta anche da infermiera , oltreché cantante. Ma vivevano separati , non esistono lettere fra i due e non fanno mai sfoggio di sentimenti in pubblico. E’ vero che Vivaldi non dice messa da una vita ( “Sono trentacinque anni che non dico messa, né mai più la dirò, non per veto o comando, ma per mia elezione, e ciò stante un male che patisco a nativitate pel quale io sto oppresso”), ma riafferma in ogni circostanza il proprio statuto di prete, porta la tonaca e tutti lo chiamano don Antonio. In apertura ai suoi spartiti pone la dicitura : “ Lode a Dio e alla beata Maria Madre di Dio, che attesta la professione di fede.

6. La morte
Verso la fine di maggio del 1740 , Vivaldi decide di lasciare Venezia e recarsi a Vienna, accompagnato inizialmente da Anna Giraud , fino a Gratz , il cui teatro aveva spesso accolto le sue opere; don Antonio spera nei favori del nuovo Imperatore, il granduca Francesco di Lorena , di cui è stato già maestro di Cappella a Firenze , che invece rimarrà coinvolto nella guerra di secessione che durerà otto anni e assorbirà le sue energie.
Vienna è più grigia che bianca, e ci fa molto freddo ; non è per nulla la città scintillante che s’era immaginato, è meno popolata della sua Venezia , ha 80 mila abitanti avvolti in fagotti. Vivaldi vive pressoché nell’anonimato. Il principe Antonio di Sassonia-Meining scrive nel suo diario il 7 febbraio 1741: “ Ho appena parlato con il vecchio Vivaldi che si era fatto annunciare stamane mentre dettavo il mio diario, ho dovuto rinviare la visita ad altra data”. Qualche giorno dopo Vivaldi chiede un’altra udienza e trova di nuovo la porta chiusa. E così il mese dopo e ancora. Riesce a vendere qualche concerto , ma nessuno lo riconosce e lo festeggia, come capitava a Venezia e in altre città , né risulta che la sua musica venga suonata. Avvolto in questa cupa atmosfera , trascorre giorni, settimane , mesi, finchè il 28 luglio 1741 il suo corpo viene trovato morto nel suo appartamento.
Il registro della parrocchia del Duomo di Santo Stefano a Vienna menziona che
“Il corpo del Venerando Signor Antonio Vivaldi, sacerdote laico (sic!) , è stato ispezionato nella casa Satler presso il Karntner Thor. Constata infiammazione inferna, età 60 anni, cimitero dell’ospedale”.
Le esequie avvengono nella massima semplicità, come riporta il registro parrocchiale: “scampanio semplice”…sei portatori con cappa, sei Lanterne chiuse, sei Chierichetti con cotta” , tra cui ci piace immaginare che trovi posto il bambino Joseph Haydn , che suoni il suo campanello: uno scampanio semplice, come per i poveri.
La notizia in breve giunge a Venezia dove è accolta senza commenti e cerimonie. Il 3 settembre vengono apposti i sigilli alla casa di Vivaldi su richiesta delle due sorelle non sposate, Zanetta e Margherita.
Dopo la sua morte , questo geniale musicista, celebre in tutta Europa, cade nell’oblio più completo, oblio che si prolunga per più di un secolo e rischia di diventare definitivo. Fortunatamente la riscoperta dell’opera di Bach (anche lui dimenticato per
quasi un secolo) , rivelò ai musicisti tedeschi del secolo successivo le opere
di questo misconosciuto “Prete Rosso” , trascritte per l’appunto dal sommo Bach
Infine , a partire dal 1905, alcuni musicologi studiarono metodicamente le opere pubblicate da Vivaldi ad Amsterdam , centinaia di manoscritti (in gran parte autografi) che furono acquistati nel 1919 dalla Biblioteca Nazionale di Torino ,e fu , per la nostra gioia , la rinascita del “Prete rosso” e de “Le quattro stagioni”.

Augusto Benemeglio

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