Il nespolo


di Michela Castello

L’autunno si stava avvicinando e Sara, ormai 36enne, voleva dare una sterzata alla propria vita e interrompere una routine diventata per lei ormai soffocante e sempre più insopportabile. Decise allora di buttarsi a sua volta nella mischia e di fare quel famoso corso per la mobilità che fino a quel momento aveva sempre rifiutato. Ciò che l’aveva sempre frenata non era tanto la paura di non farcela. L’istruttrice, che a suo tempo le aveva fatto il primo corso per l’autonomia personale, le aveva infatti sempre detto che ne era perfettamente all’altezza e l’aveva ripetutamente incoraggiata e spronata a uscire dal guscio. Era il timore di ciò che avrebbe trovato fuori a trattenerla. La preoccupava il pensiero di incontrare per la strada persone pericolose, che potessero farle del male e lei, donna e non vedente, si sentiva indifesa e vulnerabile in tal senso. Ma gli anni passavano, dei pochi disposti a starle dietro ne aveva sempre meno e lei diventava ancora più amaramente consapevole di dover, suo malgrado, fare più affidamento solo su se stessa e sulle proprie forze. Si rivolse dunque a chi di dovere affinché le venisse assegnata un’istruttrice in grado di condurla passo passo verso una maggiore autonomia personale.
Conobbe così Marta: una ragazza di 27 anni, molto dolce e sensibile, che si rivelò determinante per lei in quel difficile momento di passaggio dalla vita da reclusa a quella da persona come le altre. Marta, così almeno gliel’avevano descritta, era alta, magra, con i capelli biondi e gli occhi celesti, come il colore del cielo. Marta era una persona molto calma e paziente e Sara percepì in lei fin dall’inizio tutto l’amore, la passione e la dedizione per quel lavoro, svolto egregiamente.
Sara iniziò timidamente a compiere i suoi primi passi verso l’autonomia personale, le prime volte con un certo disagio e un po’ disturbata dal fatto che chi la conosceva potesse vederla. Le prime volte ciò si rivelò alquanto ostico. Il primo giorno che uscì fuori, tutti gli abitanti del condominio, che di solito se ne stavano in casa, sembravano essersi dati appuntamento per guardarla e ciò le creò non poco disagio. Ma per fortuna tutto ciò fu di breve durata e già la seconda volta superò l’imbarazzo con minore difficoltà. Man mano che usciva, si abituava alla presenza della gente e il fatto di fare incontri non le arrecava più molto disturbo.
Marta le fece notare che, a differenza di altri nella sua condizione fra quelli che aveva seguito, lei non solo dimostrava poca paura quando doveva attraversare la strada, ma anzi compiva questo passo con disinvoltura, addirittura correndo. Marta le consigliava di andare piano. Lei però, terrorizzata all’idea di vedersi travolgere da uno dei tanti pirati della strada, quando doveva attraversare, correva sempre. E questo continuò a farlo anche in seguito, seppure in misura minore.
Marta le insegnò a compiere i primi passi verso l’autonomia personale e ad acquisire una maggiore sicurezza e fiducia in se stessa. La condusse pian piano, insegnandole a fare attenzione a ogni minimo rumore e a orientarsi indicandole i vari punti di riferimento presenti sul territorio, fuori di casa.
Sara iniziò così a esplorare l’ambiente circostante e a conoscerlo più a fondo. Cominciò a prestare attenzione a sfumature e particolari ai quali fino a quel momento non aveva mai dato la giusta importanza.
Fu subito molto attratta da un albero che si trovava al termine della corte antistante casa sua, svoltando verso destra. Marta le insegnò, per orientarsi, a prestare attenzione al profumo di quell’albero che lei inizialmente pensava fosse un gelsomino, ma che in seguito apprese trattarsi di un nespolo. Iniziò a provare una sorta di simbiosi e, essendo lei molto amante della natura, ogni volta che passava da lì, andava verso il nespolo, lo salutava, gli parlava come a una persona cara e lo abbracciava. Il nespolo era grande, largo, colmo di foglie e di fiori e lei provava una gioia immensa quando poteva avvicinarsi a esso, toccarlo e abbracciarlo.
Alcuni anni dopo, passando di là, rimase molto turbata nel constatare che il nespolo non era più come l’aveva conosciuto. Nel frattempo l’avevano potato perché aveva raggiunto dimensioni esorbitanti arrivando ormai fino alla strada. Quando lo toccò, percepì un tronco di legno secco, nudo e spoglio e ne rimase molto toccata. Non riusciva a credere che quel nespolo, a suo tempo così bello, ricco di foglie e rigoglioso, fosse ormai ridotto a un albero morente. Arrivata a casa scoppiò in singhiozzi senza riuscire a darsi pace per quanto era avvenuto. Non “vide” mai più il suo nespolo lussureggiante come l’aveva conosciuto.
Non tornò più a trovarlo, ma si teneva costantemente informata sulle sue condizioni. Nel tempo capì che in realtà l’albero non era morto, ma che, quando raggiungeva dimensioni eccessive e quindi pericolose, si rendeva necessario potarlo affinché non producesse danni, ma che poi, pian piano, sarebbe nuovamente cresciuto e diventato grande e rigoglioso.
Dopo il corso sull’autonomia, iniziò per lei un interminabile periodo di calvario. Fu costretta a frequentare per circa un anno un secondo corso per svolgere in seguito un lavoro che odiava in modo viscerale e per il quale non era portata. Per tutta la durata di quel corso, intensissimo e pesantissimo, Sara si sentì un animale in gabbia e solo per un miracolo arrivò alla fine senza dare in escandescenze, come invece fecero molti dei suoi compagni. Ma esso la segnò per sempre. Quel corso la esaurì completamente, tirò fuori e amplificò ai massimi livelli i tratti peggiori del suo carattere e lei non tornò mai più quella di prima.
Con gli anni si ammalò sempre di più e la sua vita iniziò una lenta ma inesorabile discesa. Il male oscuro le succhiò col tempo tutta la linfa vitale, la forza di volontà e la voglia di lottare. I suoi polmoni si ammalarono gravemente e lei ebbe crisi respiratorie sempre più frequenti e provava sempre più spesso senso di vuoto e di soffocamento.
Si sentiva prigioniera in una spirale senza uscita. Cercava riparo rifugiandosi nella lettura di libri sulla spiritualità e sulla crescita personale e ascoltando film e DVD al computer. La sua vita scorse così per molti anni, fino a quando la morte pose fine alle sue sofferenze.
Erano circa le 13 di un giorno di primavera avanzata, ma nel piccolo “loculo” che le era riservato come stanza da letto, regnavano ancora le tenebre più profonde. Sara giaceva, sempre più debole e stanca, nel suo letto, in attesa che coloro che dormivano nell’altra parte della stanza si alzassero. Sarebbe stato finalmente possibile aprire la finestra e far entrare il Sole. Le forze la stavano abbandonando sempre più e lei sentiva che non le rimaneva molto da vivere. Si stava preparando al momento della sua dipartita, con un certo senso di sollievo misto a rassegnazione, confortata dal pensiero che presto si sarebbe finalmente ricongiunta ai suoi genitori e a tutte le altre persone care che aveva conosciuto e che erano scomparse prematuramente. Sperava solo, prima di partire per sempre, di poter “vedere” ancora una volta la luce del Sole. La percezione della luce e delle ombre dall’occhio destro le aveva sempre consentito di vedere il Sole e di gioire per il suo splendore. Il sopraggiungere, improvviso ma liberatorio, del sonno eterno, non le permise di esaudire il suo ultimo desiderio da viva. Sara sapeva però che, da quel momento in poi, avrebbe vissuto nella Luce e avrebbe visto il Sole rifulgere per sempre.
Il suo respiro si fece sempre più debole e lento, fino a cessare del tutto. Sara vide una figura luminosa in piedi in fondo al letto. Riconobbe sua madre. Era venuta a prenderla per condurla appresso. Sara si gettò tra le sue braccia e lasciò che sua madre la sollevasse e la conducesse via con sé. Iniziò a fluttuare e vide il suo corpo, esanime nel letto, sempre più piccolo, fino a diventare un puntino lontano. Poi esso scomparve del tutto. Sara salì sempre più in alto, cullandosi dolcemente tra le braccia di sua madre. La sua anima vagò a lungo, passando sopra paesi, continenti, monti, prati e distese infinite d’acqua. Poi, finalmente, giunse a destinazione.
Si trovò in un giardino immenso, illuminato dal Sole, pieno di fiori luminosissimi e dai colori più vari, vividi e sgargianti. Il Sole splendeva in tutta la sua stupenda Luce brillante, dorata e iridescente e Sara gioiva nel guardarlo rifulgere in tutta la sua Maestosità. Il Sole sembrava felice e che gioisse con lei perché, dopo anni di tribolazioni, finalmente era tornata a casa e avrebbe potuto godersi per sempre quella pace, quell’armonia e quella felicità che sulla terra non aveva mai provato. Adesso avrebbe potuto cullarsi in eterno nell’abbraccio di quella splendida Luce e vivere per sempre nell’Amore puro e incondizionato.
Iniziò a camminare in quel giardino immenso e stupendo e, man mano che avanzava, tutti i fiori si schiudevano e le davano il benvenuto.
Alla fine di quel giardino c’era un lungo viale pieno di piante, di alberi e di arbusti fitti e rigogliosi. Sara iniziò a percorrerlo e quanta gioia mista a meraviglia, nello scorgere, tra i vari alberi, anche il suo amato nespolo! Esso non era più quel tronco di legno spoglio come aveva constatato l’ultima volta, molti anni addietro, sulla terra. Era diventato grosso, largo, rigoglioso e lussureggiante. Era luminosissimo e pieno dei suoi splendidi fiori bianchi ed emanava il solito profumo intenso che lei a suo tempo aveva scambiato per gelsomino. Fu felice di ritrovare il suo nespolo di nuovo così grande e bello e, così come aveva fatto molte volte in vita, lo abbracciò appassionatamente.
Ma le sorprese non erano ancora finite. Il regalo più bello la stava ancora aspettando.
Sara avanzò ancora e giunse così al termine del viale.
Si trovò in un prato immenso dall’erba verde brillante, pieno di margherite e di corsi d’acqua purissima, fresca, trasparente e cristallina che zampillava di continuo, infondendo a quel Paradiso un’atmosfera ancora più idilliaca. Stava contemplando tutto ciò con occhi colmi di felicità e di gratitudine, quando improvvisamente si sentì chiamare. Il suo cuore ebbe un sussulto per la gioia, lo stupore e l’incredulità. Una figura si stava avvicinando a lei. Nell’udirla parlare, Sara riconobbe immediatamente colui che aveva dato la voce a tanti personaggi di altrettanti film e cartoni animati che le avevano tenuto compagnia durante la sua esistenza., Lui sulla Terra aveva 23 anni più di lei e la sua voce le aveva sempre fatto perdere letteralmente la testa, provocandole continue palpitazioni. Non aveva mai potuto conoscerlo di persona perché egli abitava lontano, le loro condizioni economiche e sociali erano troppo distanti e lui si teneva ben lontano dai riflettori, custodendo gelosamente la sua riservatezza. Ma la sua voce l’aveva sempre incantata e affascinata. Essa aveva sempre avuto un impatto emotivo molto potente su di lei fin da quando Sara, all’età di circa 10 anni, l’aveva sentita per la prima volta. Lui aveva una capacità straordinaria nel mutare di continuo il tono della propria voce e questa sua peculiarità la affascinava. La voce di lui alcune volte era dura come quella di un padre o di un compagno autoritario, rigido e severo e tale da incuterle quindi molta paura, rispetto e riverenza. Altre invece era calda, dolce e suadente e tale da metterla in imbarazzo e soggezione e da paralizzarla completamente. Lui si avvicinò a lei a grandi passi. La sua figura si trovava ora dinanzi a lei e si stagliava meravigliosa, luminosissima e splendente, verso l’alto. Lei poté allora, finalmente, sentire dal vivo quella splendida voce melodiosa, dal timbro non marcatamente maschile e che lei trovava per questo così dolce, stupenda, affascinante, misteriosa e intrigante. Il suo vero padre sulla terra aveva una voce più maschile e virile della sua, ma era un carattere debole e Sara non aveva mai percepito in lui una vera figura paterna. Quella dell’altro era invece più dolce, ma più decisa e autoritaria e le infondeva una sicurezza e una protezione maggiori. Sara aveva sempre provato una sorta di amore platonico nei suoi confronti. Allungò le braccia, prese le mani paterne, grosse e possenti di lui tra le sue, le strinse forte e i due si abbandonarono a un lungo e intenso abbraccio.
Sara lo condusse a conoscere il suo nespolo. Poi iniziarono a camminare, man o nella mano, su quel prato immenso e pullulante di margherite, illuminato dal Sole raggiante. Avevano molte cose da raccontarsi e adesso avrebbero finalmente potuto farlo, in piena libertà. Lei gli avrebbe parlato e detto tutto ciò che non aveva mai potuto dirgli da viva, libera da ogni sorta di pregiudizio e da inibizioni.

Michela Castello

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *