IL MISTERO SHAKESPEARE


Macbeth.

Una sera di maggio sui bastioni di Gallipoli col prof. George Steiner,  a osservare l’isola di Sant’Andrea e il lungo corridoio quasi fosforescente dei gabbiani in volo .  Era venuto a trovare la traduttrice di alcuni suoi libri( io avevo letto,allora,  “Errata” , e ,in seguito,  leggerò il suo magnifico “Le Antigoni” ) , che viveva , a quel tempo, in un piccolo appartamento sito   proprio sullo scoglio. Era una vecchia signora aostana piena di tic ,eczemi e libri russi e tedeschi , che avevoconosciuto casualmente grazie a don Armando Manno, allora parroco di San Francesco D’Assisi. Non so perché si prese a parlare del “Macbeth”, il dramma più rappresentato al mondo, in ogni lingua e cultura possibile, disse Steiner, che parlava un eccellente italiano, oltre ad un’infinità di altre lingue.“ E’  anche l’opera  più breve tra le tragedie di Shakespeare , e tuttavia ha ben 40 ruoli parlanti diversi. Macbeth , come lei sa, è realmente esistito, fu re di Scozia dal 1040 al 1057, e nonostante si fosse impadronito del potere assassinando il giovane e inetto sovrano Duncan, si mostrò poi per molti anni un re saggio e buon amministratore, fino a quando a sua volta fu sconfitto e deposto da Malcom , il figlio giovinetto di Duncan. L’autore ha   preso in prestito la storia di RaphaelHolinshed, per l’esplorazione di problemi, atteggiamenti e sentimenti di valore universale.

Il potere .

E’ l’epoca dei sospetti, delle congiure di palazzo, della paura di perdere il potere , e Shakespeare ha già scritto il “Riccardo II” , tragedia rituale e lustrale, in cui sa dirci come nessuno la libidine, la vitalità, la gioia e la dannazione del potere  come  (a suo modo) sacra legge di vita, per cui il desiderio di sempre nuovo potere, ci abbandona solo con la morte. Con la deposizione dell’ultimo dei Plantageneti, ultimo dei sovrani inglesi consacrati dalla discendenza diretta di Guglielmo il Conquistatore , muore il principio di autorità. E da questa luttuosa elegia , da questa dissacrazione, nasce la corrusca storia inglese dei Lancaster, York, Tudor, la storia di delitti e tradimenti, degli inganni e delle violenze con cui ci si litiga il potere. Nessun popolo  ha celebrato la gioia e la passione del potere più degli inglesi, ma il potere ci rende prigionieri, ci fa rinchiudere nelle fortezze da cui non usciremo, il potere è ossessione, il potere è brutale, volubile, incostante, il potere sfocia sempre nella follia. E’ una sorta di piagato lamento della coscienza  in cui si agita il fantasma  di un misfatto che è sacro.

L’antitesi.

Ma la caratteristica saliente del Macbeth, lo sa qual è? . Non è quella del potere, come si è portati a pensare, bensì dell’antitesi. Vede, come “Amleto”  si fonda sull’ossimoro, “Otello” sul paradosso e “Re Lear” sulla metafora, Macbeth è dominato dall’antitesi. Bello e brutto, luci e tenebre, sovranità e tirannia, sacro e demoniaco. In questi continui accostamenti di opposti, si dichiara il senso più profondo della tragedia, che è la compresenza , piuttosto che il conflitto,  del bene e del male compendiata nella figura del protagonista. La chiave di lettura di Macbeth, è tutta nel coro iniziale delle tre streghe: “Bello è il brutto e brutto il bello”.

Il mistero Shakespeare

Senta, professore, ma chi ha scritto veramente quest’opera immortale e tutte le altre che lei ha appena citato? Glielo dico perché le poche note biografiche che abbiamo di Shakespeare , della sua infanzia e della sua adolescenza, (studiò fino a 14 anni  presso la King’s New School di Stratford on Avon, dove apprese qualche nozione di latino) , ci dicono che il suo back-ground è quello di una persona assolutamente mediocre. A  soli diciotto anni sposa Anna Hatway, di otto anni più grande,  – un chiaro matrimonio di riparazione, considerato che la prima figlia , Susan, nasce dopo sei mesi. L’anno seguente nasceranno altri due gemelli, Judith e Hanmet, cosi a soli vent’anni ,Willie ha già una famiglia numerosa a carico. Per poter sopravvivere, c’è chi dice che facesse il garzone di macelleria, chi il maestro di latino e chi, infine, il cacciatore di frodo. La sua vita sembra segnata, l’unica cosa che può fare, per sfuggire al suo destino, è… scappare , andarsene lontano dal suo paesotto di campagna, via, lontano, a Londra, dove visse più di vent’anni facendo un po’ di tutto, il servo di scena, il sonettista, l’attore, lo scrittore di copioni, l’impresario, ma anche l’uomo d’affari e di liti,  senza che nessuno dei tanti grandi intellettuali di quell’epoca ne abbia mai parlato, se non in termini spregiativi .Qualcuno ha scritto che conosceva bene solo il bordello di Londra dov’era un’amica, la dark lady  che compare spesso nei suoi sonetti e, subito dopo lo spettacolo vi si recasse insieme al suo benefattore e mentore, il conte di Southampton, che si rivelerà essere uno dei cospiratori nel complotto capeggiato dal conte di Essex contro la regina Elisabetta dell’8 febbraio  1601. E ciò ci rimanda al Riccardo II, ma anche a Macbeth ,che è una tragedia piena di sangue, sangue onorato e disonorato, infetto o guerresco, sangue che non si può lavare , sangue che sporca tutto.

Lady Macbeth

“E’ vero, caro amico, la storia è vicenda di orrori, catena di delitti, insomma macelleria. Ma il Macbeth , se ci riflette bene  è anche la diagnosi di ogni congenita criminalità di ogni coppia dove il maschio è la femmina e la femmina il maschio. Si ricorda delle antitesi a cui accennavo?  E’ questo il vero tema del Macbeth. In ogni coppia bene assortita c’è sempre una perversione, la radice di un male. Ed ecco, scolpita, in rilievo, la figura sinistra , diabolica, di Lady Macbeth, – a cui peraltro Holinshed non aveva dato alcun rilievo – che permette ben altra esplorazione dell’animo umano, delle azioni , e dei moventi, che vanno al di là dell’ambito storico. La sua sete di potere è diabolica, è le che istiga il marito, che tentenna, ad ammazzare il re Duncan:

Da servo di scena a genio della scrittura

Insomma , professore , il giovane Willie , – da “servo di scena”, l’ultimo degli ultimi, il ragazzo che portava da bere agli attori, li aiutava a cambiarsi d’abito, faceva i lavori di fatica, in un contesto di grandi ingegni come Greene, Marlowe, Bacon, Donne, Sidney, Spenser e Thomas Kyd – secondo lei  , nel volgere di pochi anni , si sarebbe imposto non solo come il migliore “scrittore di copioni” , ma cambiando e modernizzando la stessa struttura del linguaggio, riuscendo a dare alla parola  immagine pensiero e azione, ombra e luce, il massimo dell’ambiguità, cioè Amleto?.

Amleto

“Direi ancora di  più. Lui percepiva il pulsare dell’esistenza come pochi esseri umani nell’universo ed era capace di tradurre quel rumore di fondo, secondo l’espressione della cosmologia attuale, nell’idioma comune. Ogni testo shakesperiano sfida sempre l’analisi totale o la diagnosi completa. Si offre sempre al nuovo tocco della regia, della recita, della curatela o della critica. Nella scia di Shakespeare la lingua inglese è divenuta planetaria. Amleto appartiene alla coscienza comune , è diventato uno dei grandi archetipi classici. Il famoso “to be or no to be”  fa parte ormai dell’immaginario collettivo.Amleto è un massimo di teatralità involontaria. Egli si dichiara fin dall’inizio: “Ho qualcosa dentro di me che non può essere espresso”. Ed ecco in una sola battuta l’origine e tutta l’essenza del teatro. Ad ogni passo , Amleto ci dice che il teatro non è una forma di comunicazione, ma un trionfante delirio di soliloqui. Non una forma di dialogo, ma l’espressione effimera, illusoria , dell’impossibilità di comunicare”.

Shakespeare era solo un prestanome?

Nel 1613, tre anni prima della morte, lascia il teatro, si ritira al suo paese , dove intanto ha comprato terreni e case,  e non scrive più una sola riga, salvo un epitaffio così goffo che conviene interpretarlo piuttosto come uno scherzo. Muore senza che nessuno dei suoi contemporanei lo ricordi come letterato o autore teatrale. Solo più tardi gli fu eretto  un monumento sopra la sua tomba , nella chiesa della Santissima Trinità, dove era stato battezzato, che lo fa apparire, come scrisse John Dover Wilson, più un compiaciuto salumiere che registra l’incasso giornaliero,  che uno scrittore. In effetti pare che la penna e il cuscino della statua siano stati aggiunti in seguito, al posto di un sacco di grano.

“E’ un cosa di un kitsch spaventoso. Ma Shakespeare non ne ha colpa alcuna”.

Alla sua morte non si trovò neppure un libro nella sua casa, e la prima figlia, Susan, che adorava, e a cui lasciò praticamente tutti i suoi beni, rimase analfabeta; tra le sue carte si trovarono documenti giudiziari per meschine liti di recinzioni di proprietà, o addirittura note di prestiti fatti a usura; il “bardo di Avon”, l’autore di tante opere che ancora oggi ci fanno sognare era un usuraio!  …Le chiedo se questo,  e tanti altri fatti che sarebbe troppo lungo elencare, non possano giustificare l’ipotesi che fosse soltanto un “prestanome” .

Ognuno ha il suo Shakespeare

“Lei sa benissimo che ci sono stati in ogni tempo, anche quando era in vita, parecchi eretici che, partendo dall’idea che Shakespeare fosse solo un attore ignorante,  hanno congetturato che la sua opera non potesse esser dovuta che a un autore estremamente colto, quale il filosofo Francis Bacon, padre dello scientismo («sapere è potere») e coinvolto in oscuri scandali politici e finanziari; o Christopher Marlowe, altro grande poeta e scrittore di teatro; o Edward de Vere, diciassettesimo conte di Oxford, il cui stemma – guarda caso – si fregia di un leone che regge una lancia (e la parola Shakespeare significa appunto «scuoti-lancia»). Più recentemente , è venuto fuori qualche altro nome tipo l’umanista italo-inglese,  John Florio, di origine calabro-siciliana, per il fatto che molte opere di Shakespeare, ben sedici,  sono legate all’Italia, a partire da Romeo end Juliet,  e certamente Shakespeare non conosceva l’Italia…C’è chi, come Eugenio Montale, è d’avviso che fosse una sorta di “cooperativa”; chi lo vede come un amico dei potenti, o un piccolo proprietario fondiario, chi un attore mediocre, chi un letterato squisito. Willie è stato tutto. Tutto, ma non certamente un intellettuale come lo  intendiamooggi. Insomma , ognuno ha il suo Shakespeare.
Quindi,  secondo lei non c’è nessun mistero?

Era un genio

Egregio amico, il mistero è quello del genio. Il genio di Shakespeare travalica epoche e culture e non è mai del tutto comprensibile, afferrabile, inscrivibile in uno schema. «Myriad-minded», lo definì Coleridge. Da qualunque prospettiva lo si possa inquadrare, c’è sempre qualcosa che sfugge: proprio come nel sorriso della Gioconda.  Era un  uomo che possedeva la maggiore capacità di “dire” il mondo; anzi, Shakespeare . èil paradigma dell’intera letteratura  inglese . La  sua figura finisce inevitabilmente per assumere connotati quasi sovrumani e, di conseguenza, il suo culto diviene una sorta di religione  laica. Aveva le sinapsi del linguaggio “reticolate”che  gli permettevano immediatezze e energie di interazione e di costruzione fuori dell’ordinario. Il corpo e la psiche, la sensazione e il concetto , assumevano probabilmente una forma linguistica al limite della consapevolezza, ed esercitavano pressioni eccezionalmente forti sui significati voluti, sulle immagini, sulle metafore. Tutte cose che nessuna scuola e nessun maestro ti può insegnare. Era un vero animale linguistico, capace di padroneggiare la parola come nessun altro seppe fare. Con lui il mondo cessa di essere una realtà e diventa teatro.

Shakespeare non è mai esistito.

E tuttavia né l’uomo Shakespeare, né l’opera si riescono a inquadrare in modo soddisfacente e gli studi critici, mai fermi, se da un lato spiegano sempre più, dall’altro rivelano un numero sempre maggiore di aspetti enigmatici, ambigui, o senza senso, come la vita stessa, dirà , alla fine, proprio Macbeth, assediato, in procinto di perdere il potere , e con la moglie ormai morta suicida .
In definitiva, nel renderci conto delle poche certezze, dei molti dubbi e delle infinite suggestioni intorno a un uomo che fu – come disse Ben Johnson – “non di un solo tempo, ma di ogni epoca” , ci è parso di intravedere in lui talora un conoscente , a volte un amico, a tratti una sublime scheggia di teatro-luce. Forse  Shakespeare non è mai esistito. Tutte le sue opere sono state scritte da uno sconosciuto che aveva il suo stesso nome.  O  è stato solo un lungo sogno. In fondo “siamo fatti tutti della stessa sostanza di cui son fatti i sogni”.

Roma, 20 settembre 2017
Augusto Benemeglio

 

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