Il mago nel pagliaio 1


raccontidi Roberto Miano

Il fumo denso aveva donato alla nebbia della pianura emiliana una tonalità plumbea. Da qualche parte un incendio stava banchettando, bevendo aria e mangiando polimeri.
Davanti alla fattoria del Bue non ci passava mai nessuno, perché non c’era una strada, perché Bue era un po’ stronzo ma soprattutto perché era un tipo molto, ma di molto, strano che nessuno voleva andare a trovare. La moglie, la Leonessa, per gli amici Laleo, lo aveva sposato per mettere in regola, di fronte a Dio e all’anagrafe, il piccolo Jacomo.
Quando nacque era la sera di un 10 agosto, nebbia compresa. Il Bue, nessuno ha mai saputo il suo vero nome, all’anagrafe Folla, decise di chiamare il suo primogenito come il suo paladino dell’aradio. L’omino dell’anagrafe, occhiale spesso, cacacazzi anche più frequentemente, obiettò che Jack non era proprio un nome emiliano. Il Bue prima disse all’omino di farsi i fatti suoi, senza perifrasi, poi però pensò che a lui i Mericani non gli erano proprio simpatici e che in fondo il tenero Giacomo era pur sempre un eroe nazionale della Settimana Nigmistica.
“Senti mo’” disse all’omino che si aggiustò la montatura sul naso “su quel registro delle presenze, scrivi: Jacomo Folla, ma con la J di Juvemmerda E non rompere i maroni, che seppure tu sei un ministro di Trapattoni, il mio Jacomo alla fine ci scappa da Alcatraz, senza la divisa a strisce bianchennere.”
L’omino dell’anagrafe non commentò, si voltò a guardare la foto del Bologna, tirò su con le spalle, si riaggiustò gli occhiali, osservò il Bue che attendeva in silenzio, respirando come un mantice, quindi trascrisse il nome. Era nato Jacomo Folla, quella notte di San Silvestro, i grilli cantavano forte e le stelle cadevano, sperando di aver buona mira e farli tacere per sempre.
Il piccolo Jacomo crebbe all’ombra delle ugge della pianura abbandonata dalla città. Nella fattoria del Bue c’erano pochi animali, alberi da frutta, un orto ed un fienile.
“Babbo a cosa ci serve un pagliaio?” Chiedeva di tanto in tanto Jacomo al Bue.
“Adesso è un pagliaio, ma quello lì, indicava la finestra col dito storto, prima o poi ci costruirò intorno un fienile e vedrai che … ma che te lo dico a fare?”
Jacomo non capiva, perché ogni volta il bue gli rigirava la domanda “che te lo dico a fare?” e si metteva a fare altro come se improvvisamente la sua memoria randomestica fosse stata formatta. Il Bue non aveva un buon processore. L’hard disk non aveva mai funzionato bene, ma era un p.c., un povero cristo, un pirla coglione, un pezzente crepato, un perfetto cretino ovvero un papà coraggioso.
Quel pagliaio però era perfetto. Il Bue ci teneva più a lui che a Laleo.
Lo pettinava ogni giorno e se qualche animale del cortile si azzardava soltanto a beccare uno zeppo del pagliaio erano cazzi.
L’ultima oca si spaventò tanto che, parole del Bue, si ammalò di “patè, ma d’oca”. Infatti il giorno dopo la poveretta morì. A tavola, con le patate, si presentò simpatica, il collo sbrindellato, quasi solleticato dagli aghi di rosmarino, faceva slalom nel sughetto. Poverina, era tanto buona. Pensò Jacomo, masticando bene.
Jacomo amava leggere, c’era solo un piccolo problema, non era mai andato a scuola e quindi dei libri leggeva gli spazi bianchi tra le righe. Lui i libri li inventava, dedicando la stessa attenzione ad ogni riga bianca di ogni pagina, leggeva le sue storie per come riusciva ad inventarsele. Si faceva dire il titolo del libro e poi ordiva o le pensava senza dirle. L’ultima era Pin Occhio. Storia di un telescopio che non funzionava perché aveva smarrito il suo pin. Lo avrebbe ritrovato nella pancia di una carpa diem del laghetto dei pensatori fighetti. L’AFA Tina, una stufa da favola, lo accompagnò nel viaggio, sotto le stelle. Pin Occhio era piccolino, giovane e pensieroso, pesavava un etto. L’ AFA Tina lo battezzò GEP-etto quando, ormai rin-pin-guato, il telescopio si dimostrò finalmente in grado di scovare le stelle più timide che andavano a cadere dietro la notte.
Jacomo leggeva, diceva, gesticolava, spiegava e rideva, guardandosi intorno.
Laleo si diceva ogni volta preoccupata da questa storia ma gli capitava sempre in prima serata e puntualmente era costretta a rimandare ogni esame del caso. Il Bue si chiedeva cosa cazzo leggesse, e lo ripeteva ad alta voce, Jacomo invece troppe domande non se le faceva, anche perché nella pianura non crescevano risposte, inutile seminare dubbi, inutile concimare questioni. E così tutto procedeva mentre il Bue bofonchiava qualcosa, Laleo guardava X factor e i grilli sfregavano le ali prima e le grille poi, ché lì sembrava sempre estate, anche d’inverno quando il letame fumava talmente tanto da scaldare almeno mezzo metro di aria sopra il terreno, come nei film di paura.
Quel giorno però il fumo non veniva su dal tappeto di merda che il Bue aveva steso sui campi per camminarci poi come su un red carpet inchinandosi talvolta per inzaccherarsi le mani, a lasciare impronte come un attore sul cemento delle stelle. La merda si ricorda se tu la rispetti. Questo diceva il Bue puntando il dito a chi gli diceva perché facesse questa cosa disgustosa.
Quel giorno il fumo era dovuto a qualcos’altro, quel giorno da qualche parte, non lontano, c’era un incendio. Il Bue, preoccupato, uscì fuori di casa urlando. “Ilpagliaiodiobbuono! Laleo che stava trafficando con la tv assemblando schiaffoni al digitale terreste, a mano aperta come da manuale, si voltò appena verso la finestra, ma non trovò il programma diverso dai puntini grigi della tv.
Quando Jacomo uscì fuori, il Bue stava rientrano, era un falso allarme, il pagliaio se ne stava tranquillo a scambiare figurine col vento, piantonato da qualche mosca, condominio elegante di fienarole snelle ed innocue.
Improvvisamente accadde una cosa strana.
Davanti agli occhi di Jacomo passò dapprima un dromedario, poi, subito dopo, una scimmia con i pattini e un vestitino di raso rosso, al lato un nanetto correva cercando di tenere il passo di un gruppo di tipi bislacchi, mori, occhi a fessura, che andavano come gazzelle, vestiti con delle tutine attillate blu. Un signore col panciotto e i pantaloni di raso a bande larghe, scortava il tutto correndo e tenendosi i pantaloni, con affanno, urlando “alfuooooooooocoalfuuuuuuuuoco”, tirandosi dietro al guinzaglio un improbabile cane senza peli, una sorta di incrocio tra un Ciuaua, uno Scuoiattolo e un topo palestratto. Seguivano senza correre tre pagliacci con uno sguardo tremendamente serio, questa cosa turbò particolarmente il piccolo Jacomo che di riflesso si nascose dietro al pagliaio. Fu allora che, tra il fumo e il fragore, mentre transitavano disordinati due leoni, un elefante e una tigre zoppa, che il piccolo sentì un rumore.
“Chi è?”
“Chi è chi?”
“Chi è tu, chi sei?”
“Quel tu sono io!”
“Io chi?”
“Oh bella, non sai il tuo nome?”
“Mi prendi in giro?”
“No, hai iniziato tu a far domande.”
“Questo è il pagliaio del babbo, rispondi o lo chiamo, che se lui ti vede qui ti fa un culo che il pagliaio a confronto è un tampax.”
“Ok, fammi una domanda e non chiamare il babbo!”
“Ok. Chi cazzo sei tu?”
“Io sono il Mago Niometro”
“Che nome è?”
“Un nome come un altro (più o meno). Tu come ti chiami?”
“JAcomo con la J di Juvemmerda”
“Piacere Jacomo io sono Niometro, il mago.”
“Da dove vieni?”
“Dal circo, solo che è successo quello che è successo e allora abbiamo tolto le tende, anche perché stavano bruciando.”
“Perché non ti vedo?”
“Forse per il fumo, forse perché non è vero che sono qui, forse perché sono un mago”
“Mago Niometro?”
“Nome strano, mio padre era professore di geometria. Il mio nome vero è Ilgo. Niometro Ilgo. Figlio di Niometro Trigo, nipote di Niometro Giago.””
“Cos’è la geometria?”
“Tecnicamente è la scienza che studia la misurazione della terra, in pratica quella materia per cui prima o poi a scuola inciampi in un triangolo, e ciò accade o per caso o per ipotenusa, e se tu sei cateto, allora il danno è relativo. La valutazione del tutto avviene in base alla legge di Pit Agora il greco, detto anche Pit il Piazza. Venditore ambulante di bisettrici.”
“Non capisco un cazzo di quello che dici, Ilgo, e poi io non so leggere.”
“Bene, io non so scrivere, siamo perfettamente compatibili.”
“Ma non sei un mago tu?”
“Certo, oggi era il mio esordio circense. Il mio spettacolo iniziava con un gioco pirotecnico. Qualcosa deve essere andato male, un petardo, molto tardo, ha preso fuoco dopo che lo avevo calciato via. Stavo per prendere il coniglio dal mio cilindro. All’improvviso i clown hanno iniziato a piangere. In effetti non facevano ridere nessuno, ma piangere mi sembrava addirittura eccessivo. Infatti era colpa del fumo. La gente ha cominciato a fuggire. Per fortuna che c’erano appena 20 paganti che, in quanto tali, hanno picchiato Mr Leopold, minacciando il suo cane tascabile, gli hanno chiesto indietro i soldi e se ne sono andati e poi.. beh e poi eccoci qui.”
“Ed ora cosa intendi fare?”
“Penso di sparire, anche se dovrei pisciare. La faccio qui?”
“Cosa? Sei pazzo, pisciare sul pagliaio del babbo?”
“Allora mi presti la tualett?”
“La mialett? Vada per il pagliaio. Tanto babbo non se ne accorge. Ma poi sparisci veramente?”
“Mi riesce sempre. E’ l’unico modo con cui riesco a sopravvivere. Come mago sono bravo solo a fare questo. Diciamo che trovarmi è difficile. Tu, per esempio, mi vedi?”
“No. In effetti no. Ma qui c’è il tuo coniglio, e a terra c’è il cilindro.”
“Te lo regalo. Mi sembri un bambino con pochi amici.”
“E pensi che avere un coniglio per amico cambierebbe qualcosa (a parte mettere in seria difficoltà la mia già provata pianura di autostima)?”
“Hai letto mai Alice nel paese delle meraviglie?”
“No, ma me lo sono inventato qualche volta!”
“Bravo, così si fa. Allora inventati un perché, ma prima elabora almeno una domanda giusta!”
“Allora ciao!”
“Ciao piccolo, non credo ci rivedremo”
“A dire il vero io non ti ho neanche visto, non potrei rivederti, ne riconoscerti…”
“Discorso sensato. Hai ragione. Arrivederci è spesso un modo di dire delle persone superficiali e distratte.”
Improvvisamente silenzio.
Quando il Bue tornò a controllare il pagliaio si trovò di fronte Jacomo con un coniglio bianco in braccio ed un cilindro in testa. Le guance nere, gli occhi rossi e l’espressione curiosamente felice nonostante le lacrime.
“Cazzo fai qui testina di abbacchio?”
“Niente di particolare babbo, guardavo l’incendio del circo”
“Fannulloni circenciosi. Vogliono farsi pagare uno spettacolo ridicolo. I clown io li metterei tutti alla forca. Cazzo c’avranno da ridere di questa vita? Che ne sanno loro, per lo esempio, che significa curare un pagliaio. E poi quei poveri animali costretti a comportarsi come umanidioti. Certi uomini sono delle teste di cazzo moscio. Ma tu dove l’hai preso quel coniglio? Non si mangerà mica il fieno?”
“No babbo. Posso tenerlo?”
“Certo che puoi, che se poi incontra una coniglia da trifolare mettono su famiglia e noi abbiamo una coltivazione di conigli che vengono su a mazzetti e poi quando fanno le uova (di cioccolata!) ce le vendiamo a Pasqua. Bravo figliolo, domani prendo i chiodi di garofano e ci pianto le carote per il to coniglio.”
“Sì babbo, grazie babbo.”
“Ma che ci facevi dietro al mio pagliaio, figliolo?”
“Stavo crescendo babbo. Ho imparato che è praticamente impossibile scorgere, per lo esempio, un mago nel pagliaio”
“Bravo figliolo, cresci (porca vacca qualcuno ha pisciato sul mio pagliaio, chi è stato? Non sarai stato tu?)”
“No babbo.”
“Ah proposito bel cappello, cos’è un cilindro?”
“Sì babbo!”
“Quando avevo la tua età io ne avevo uno, di cappello, a due cilindri. Non era il mio, era del nonno, glie lo prendevo di nascosto e ci facevo dei giri. Troppo bello. Le donne mi vedevano e dicevano. Guardalo là, due cilindri, quando la mette la testa a posto quello. Ma un giorno io ci costruisco un fienile intorno al pagliaio e poi…ma che te lo dico a fare?”

Roberto Miano


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Un commento su “Il mago nel pagliaio

  • Corrado S. Magro

    COMPLIMENTI E TANTI! Sei come una fabbrica che fab-bricola fuochi piro e tecnici. Cacch, io sono spro-fondato nelle risaie lacrimaie. Non ho tempo per cercare di perdere tempo e trovare i termini perduti che potrebbero iniziare a darti gratis una risposta ap-pagante!
    Dai las-metto tanto non posso tenerti testa, ma sono (ero) anche io un pa-tito dei giochi di paro-le e (in francese e tedesco) man-davo in bestia i mie bravi o-metti alias figli.