Il Fuoco delle Fate


favoleFavole raccolte, curate e riadattate da Simone

In tutto il regno di Calidone si festeggiava la nascita del principe. La regina giaceva nella sua grande camera silenziosa, illuminata solo dalle fiamme del caminetto, ed al suo fianco il suo bimbo dormiva tranquillamente.
Improvvisamente la regina vide sul muro tre lunghe ombre, come di tre donne che stessero filando. Una faceva girare l’arcolaio, l’altra girava il fuso, e la terza teneva in mano un gran paio di forbici, pronta a tagliare il filo.
Voltandosi rapidamente la regina vide tre donne strane e bellissime che filavano un filo dorato dinanzi al fuoco. Comprese che si trattava delle tre fate madrine, che alla nascita d’ogni bambino vengono a dipanare il filo del suo destino, a tessere la trama della buona o della cattiva fortuna ed assegnarli una vita lunga o corta.
La regina osservava ansiosamente le fate che filavano per il suo piccolo principe, ma si sentì gelare dal terrore quando la fata con le forbici disse:
– Non importa che ci attardiamo a filare una trama di amore e di avventure, di bellezza e di fortuna, perché la vita del principe avrà termine quando quel tizzone là sul fuoco sarà diventato cenere.
Le tre fate chinarono la testa sussurrando strane parole ed improvvisamente sparirono. La regina balzò subito dal letto, afferrò il tizzone incandescente dal fuoco e la immerse in una brocca d’acqua che teneva lì vicina. Quando fu nero e freddo, lo nascose in fondo ad uno stipo e tornò a letto, felice di aver gabbato le tessitrici e di aver dato a suo figlio una vita che sarebbe durata tanto quanto essa avrebbe voluto.
Gli anni passarono ed il principe divenne un uomo forte e coraggioso, anche se non era felice, perché aveva un carattere assai difficile e non riusciva mai ad ottenere quello che voleva. Col passare del tempo la cosa ch’egli prese a desiderare sopra a tutte fu la mano della principessa Atalanta.
Sembrò chè, in un primo tempo, la fortuna lo favorisse. Nel suo regno, infatti apparve un ferocissimo cinghiale che causò tanti danni ed uccise molte persone, da far convenire, alla fine, tutti i migliori cacciatori dei paesi vicini perché l’ammazzassero.
Con loro venne anche la bellissima principessa Atalanta, che era una famosa cacciatrice. Ma poiché le interessava solo la caccia, rifiutava di sposare tutti i pretendenti che chiedevano la sua mano. Diceva:
– Chi mi vuole deve vincermi ed io posso essere vinta solo da chi mi batta in una gara di corsa. Ma se chi prova a battermi e dovesse perdere, perderà anche la testa.
Poi si metteva a ridere. Infatti per la velocità nella corsa era più famosa che per la bravura nella caccia e pensava che nessun principe sarebbe stato tanto folle da rischiare la testa per sfidarla in quella gara. Eppure molti lo fecero, ma dovettero lasciare le loro teste come ornamento della pista per le corse del regno di suo padre e ben presto non vi fu più nessuno che osasse di sfidarla ancora.
I cacciatori partirono per le valli ricoperte da folti boschi in cerca del cinghiale, e quando la bestia irruppe dalla folta macchia per attaccarli, Atalanta fu la prima a ferirlo, con una freccia che gli penetrò nel corpo quasi per intero.
Poi gli altri principi si precipitarono contro l’animale ferito e ne seguì una lotta, durante la quale molti di loro persero la vita, fino a quando il principe di Calidone non inferse alla fiera il colpo di grazia che la fece cadere a terra morta.
Tutti applaudirono, ben presto il cinghiale fu venne scuoiato e la sua pelle irsuta, con le zanne e gli zoccoli, fu consegnata al principe vittorioso. Egli allora si rivolse alla principessa Atalanta e depose le spoglie ai suoi piedi, dicendo:
– bella principessa, fosti tu a scoccare il primo dardo e a ferire il cinghiale così gravemente che senza dubbio col tempo sarebbe morto. E’ certo che se tu non l’avessi reso più debole nessuno di questi principi avrebbe potuto sostenere la lotta contro di lui. Pertanto le sue spoglie ti appartengono di diritto ed io te le offro con tutto il cuore.
Atalanta fu felice di ricevere quel meraviglioso trofeo che attestava la sua bravura di cacciatrice, anche se considerava il cuore del principe come un dono di nessun valore. Ma gli zii del principe, uomini invidiosi e meschini, mormorarono che era una vergogna ed un insulto che le spoglie fossero state concesse ad una donna; anch’essi avevano ferito il cinghiale ed il principe avrebbe dovuto dare le spoglie a loro, non a quella ragazzetta impudente che gli piaceva tanto.
L’invidia fu tale che nel ritornare al palazzo essi tesero un imboscata ad Atalanta e le portarono via le spoglie del cinghiale schernendola ed insultandola.
Mentr’ella se ne stava piangente ed i due ladri si spartivano le spoglie, sopraggiunse il principe di Calidone. Quando vide quel che avevano fatto i suoi malvagi zii, fu preso da un ira incontrollabile: estrasse la spada e si scagliò contro di loro con tanta furia che pochi istanti dopo ambedue giacevano a terra morti.
Così un gruppo di persone tristi e piene di rammarico ritornò al palazzo. Atalanta recava le spoglie del cinghiale, ma i principi portavano i corpi esamini di molti di loro, tra i quali c’erano anche i cadaveri dei due fratelli della regina.
Quando essa fu informata dell’accaduto divenne quasi pazza di dolore e, salita a precipizio in camera sua, tolse il tizzone mezzo bruciato dallo stipo in cui l’aveva nascosto e lo gettò infuriata sul fuoco.
Suo figlio stava bevendo una coppa di vino alla salute della bella Atalanta, ad un tratto la coppa gli cadde di mano ed egli barcollò, gridando:
– Aiuto! Aiuto! Brucio! Sto bruciando !
Quindi cadde a terra e poco dopo era morto.
Dopo questi avvenimenti la principessa Atalanta tornò a casa molto addolorata, facendo voto di non sposarsi mai più, poiché aveva perso il principe di Calidone, il solo che avrebbe potuto imparare ad amare.
Eppure un bel giorno si presentò a lei il principe Astutis, che la sfidò alla corsa avendo cura di tenere in tasca tre mele d’oro. Erano mele magiche, le più belle del mondo, maturate su di un albero che sorgeva in un giardino incantato, oltre la dimora del vento del Nord, e custodito dalle fate dell’Ovest.
Quando la gara ebbe inizio, atalanta lasciò con disprezzo che Astutis si prendesse un po’ di vantaggio, prima di partire a tutta velocità per sorpassarlo e raggiungere il traguardo assai prima di lui. Mentre gli si avvicinava, Astutis scorse sulla pista l’ombra di lei e le gettò davanti, per terra, una delle mele d’oro. Atalanta pensò:
– Oh che oggetto meraviglioso! Devo impossessarmene in tutti i modi. Del resto ho ancora il tempo necessario per raccoglierlo e vincere di mezza lunghezza questo principe che corre così piano.
Mente Atalanta si fermava per raccoglierela mela d’or, il principe Astutis scattò avanti, ma ben presto Atalanta fu sul punto di raggiungerlo ed ancora una volta, nel vedere la sua ombra, egli lasciò cadere a terra un’altra mela d’oro.
Atalanta non seppe resistere neanche a questa, si fermò di nuovo, raccolse la mela e corse più veloce possibile per raggiungere Astutis. Lo raggiunse di nuovo, ma per la terza volta una mela ruzzolò sulla pista verso di lei.
– anche se raccolgo questa cosa meravigliosa, son sicura di vincere qualunque principe che sia in grado di correre! – Così ragionò Atalanta, e si fermò ancora una volta.
Poi corse come non aveva mai corso prima di allora, ma il principe Astutis aveva troppo vantaggio su di lei: essa non riuscì a raggiungerlo nella breve distanza che rimaneva da coprire; e così egli varcò il traguardo con un leggerissimo vantaggio, tanto che si dovette ricorrere ad uno dei primi fotofinish, e ad esito confermato si volse a lei per reclamarla in sposa.
La principessa Atalanta accettò di buon grado per marito il principe Astutis a ben presto si dimenticò di quello di Calidone.
Imparò ad amare sinceramente lo sposo e vissero, come in quasi tutte le favole, felici e contenti.

Simone
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