Il caso Loris Stival


A cura di Arturo Casalati

Sabato 29 Novembre 2014 Loris Stival, un bambino di otto anni, è stato trovato morto a Santa Croce Camerina, un centro abitato tra Ragusa e Catania, in Sicilia.
La madre del piccolo Loris, Veronica Panarello, una donna di 25 anni, è stata ripetutamente interrogata. Poi è stata arrestata e condotta in carcere.
Dalle indagini delle autorità inquirenti è risultato che a togliere la vita a Loris è stata sua madre.
Fin qui la cronaca.
Nelle chiacchiere, arbitrarie e un tantino ciniche, che si fanno a proposito di cronaca nera, tanti, compreso il sottoscritto, hanno pensato fin da subito che il piccolo Loris fosse stato ucciso dalla madre.
La Chiesa, tanti partiti, tante associazioni, tanti gruppi sociali e culturali da sempre osannano la famiglia quale entità sociale che è fonte di amore, di solidarietà, di comprensione, di convivenza serena, di benessere materiale e spirituale, di sicurezza.
Non è così. O quantomeno non è sempre così.
La famiglia, in tanti casi, è fonte di incomprensione, di insoddisfazione, di infelicità, di disaccordo, di contrapposizione, di scontro verbale e materiale, di odio, di violenza.
Non si tratta di attribuire alla famiglia la fama del “mostro”. Si tratta semplicemente di riconoscere che il “mostro” non sempre viene dall’esterno della famiglia. Dalla strada, dalla città, dalla gente, insomma “da fuori”.
Il mostro, in tanti casi, si trova dentro la famiglia. Si trova in una madre, o in un padre, che uccide il proprio figlio, o la propria figlia.
Si trova in un marito che uccide la propria moglie. Si trova in una moglie che uccide il proprio marito. Si trova in un figlio che uccide il proprio padre, o la propria madre. Si trova in una figlia che uccide la propria madre, o il proprio padre. Eccetera, eccetera.
La tesi secondo la quale il mostro viene da fuori è un alibi sociale e culturale per non guardarsi dentro. Per non guardare dentro le case nelle quali viviamo. Dentro le famiglie nelle quali viviamo.
Quanto al “fuori”, la strada ha i suoi difetti e i suoi pericoli. Ma criminalizzare la strada, come fanno tanti e anche per scopi elettorali, è un atto di sfiducia nei confronti di tutti, indistintamente.
In strada si fanno tanti incontri, belli e brutti.
In strada, durante la mia gioventù, ho incontrato persone allegre, persone tristi, persone con le quali parlare, scherzare, ridere, giocare a pallone, correre con i pattini a rotelle, eccetera.
La cosa più importante è che quando si incontra il mostro, ovvero il male, bisogna riconoscerlo e denunciarlo alla giustizia.
Il male lo si può incontrare in casa, in famiglia, in strada, in ogni singola persona, nei gruppi, persino nelle istituzioni.
Ce lo insegnano i casi di Federico Aldrovandi, di Cucchi, di Uva, della Uno Bianca e via dicendo.
Il male, dovunque lo si trovi, va individuato e denunciato alle autorità preposte.
Poi bisogna allontanarsi dal male il più possibile e non riavvicinarsi mai più a quella persona, a quel gruppo, a quell’agente in divisa. Ed è compito delle istituzioni allontanare dalla società quella persona, quel gruppo, quell’agente in divisa, perché non è degno della divisa che indossa.

Arturo Casalati

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