Il binario morto 1


di Renzo Montagnoli

Che nebbia che c’era! Un muro quasi impenetrabile che impediva di vedere davanti all’automobile e per di più l’orario notturno complicava ulteriormente le cose.
Martino Amari procedeva lentamente, tenendo aperti anche i finestrini, ma non riusciva a capire dove fosse. L’unica cosa certa era che era stato a cena in un locale a una ventina di chilometri dalla città, famoso per i suoi piatti a base di pesce.
A proposito di quel che aveva mangiato avvertiva chiaramente un peso allo stomaco, accompagnato da un’acidità crescente.
Non può essere stato che il fritto misto disse fra sé, aggiungendo E fortuna che doveva essere fresco.
Fra la nebbia e il mal di stomaco non riusciva quasi più a connettere e quando insorsero dei conati di vomito fermò l’auto, uscì immediatamente, fece traballando un paio di passi e fra spasmi e sensi di soffocamento riuscì a liberarsi.
Adesso che tutto era finito avvertì una sudorazione fredda, accompagnata da violenti dolori viscerali. Ebbe chiara la sensazione della impellente necessità di evacuare, ma aveva il timore che qualcuno potesse vederlo e allora si allontanò un po’ di più dal mezzo, attraversò un binario, poi un altro, dal che dedusse di essere vicino allo scalo ferroviario, e finalmente trovò uno spazio libero dove accovacciarsi per quel bisogno.
Mentre defecava, guardava davanti a sé e a fatica notò che, a non più di un paio di metri da lui, c’era un altro binario. Se ne stava acquattato, perché gli spasmi non cessavano, quando udì netta una vibrazione, che sembrava provenire proprio dalle rotaie che correvano davanti ai suoi occhi.
Si guardò intorno e pensò che forse era un treno in arrivo, ma con quel buio e quella nebbia non vedeva nulla.
Poi, percepì il rumore di una locomotiva, quel ciuf ciuf che ormai non si sentiva più da tempo, dopo l’elettrificazione di tutte le linee; tese l’orecchio e quel suono chiaramente si avvicinava, apparentemente dalla sua sinistra. E lì infatti volse gli occhi, intuendo appena nella caligine la luminosità soffusa di un fanale, un barlume di luce che andava ingrandendosi e che alla fine si rivelò proprio per la lanterna di una locomotiva.
Gli venne istintivo il tirarsi su i pantaloni e infatti accennò all’atto non appena una vaporiera, quale non si vedeva da anni, passò lentamente davanti a lui.
Speriamo che non mi vedano i macchinisti, si disse tenendo su le braghe, ma non c’era questo rischio perché quella locomotiva non era condotta da nessuno. Si stropicciò gli occhi, ma era proprio così e nello spazio angusto dietro la caldaia e il forno non c’era anima viva.
Rimase a bocca aperta, ma lo stupore maggiore doveva ancora venire, perché dietro c’erano le carrozze, antiche pure quelle, mezze arrugginite, ma ben illuminate e…
E negli scompartimenti c’erano i passeggeri, alcuni dei quali guardavano fuori dai finestrini.
Si sentì oltremodo in imbarazzo, ma restò impietrito quando vide quei volti. Lì c’era Vittorio, il giornalaio sdentato del paese, che lo guardava sghignazzando e mostrando una bocca vuota. No, non era possibile, perché lui era morto qualche anno prima. Ma di fianco a lui c’era la Ginetta, sua moglie, che lo aveva preceduto nella tomba da ancor più tempo. Anche lei sembrava fissarlo con quegli occhi strabici che non capivi mai dove guardassero.
E poi subito dopo c’era Athos, il vigile, schiantatosi con l’auto contro un platano non più di due mesi prima, e più dietro due figure confuse, ma che…ma che erano mamma e papà.
La prima carrozza era passata e ora arrivava la seconda, piano, come se alla scena fosse stato applicato un rallentatore. Chi ci sarebbe stato lì?
Ecco, lì c’era il suo amico d’infanzia Gioacchino, morto annegato ad appena quindici anni, e poi il suo datore di lavoro, schiattato per infarto da almeno un lustro, e altri ancora, tutti volti noti e tutti da tempo defunti.
Il convoglio si chiudeva con un’ultima carrozza, che sembrava vuota, ma dietro un finestrino colse il viso di Federico, il suo migliore amico, suicidatosi per aver scoperto che lui, Martino, lo cornificava. Ora lo fissava e teneva in mano l’immancabile copia della Divina Commedia, un’antica edizione che lo accompagnava quasi sempre nelle sue passeggiate ai giardini. Dieci minuti di cammino, dieci di sosta a una panchina intento a leggere e a rileggere qualche verso.
Federico si alzò, abbassò il finestrino e fece l’atto di lanciargli il libro. Lui si chinò istintivamente e così perse di vista l’amico. Sfilò davanti a lui l’ultima parte della carrozza, vuota, ma dietro, all’esterno, una figura incappucciata brandiva una falce che faceva oscillare a destra e a sinistra.
Poi il treno sparì nella nebbia fra un cigolio di freni vecchi e arrugginiti.
Restò per qualche minuto a bocca aperta, ma poi si scosse, si diede del babbeo, imprecando contro il vino della serata che gli aveva fatto vedere quel che non poteva esserci.
Si tirò su i pantaloni imprecando per quella visione da ubriaco, ma poi, mentre riguadagnava la strada, cominciò a ridere, sguaiatamente come una vecchia puttana di un bordello. Rideva, rideva per la sua dabbenaggine, per quell’improvvisa paura che lo aveva colto e che riteneva appunto frutto dell’eccesso di libagioni e di bevande.
Martino, sei un coglione: vedi quel che non c’è  e magari non ti accorgi di quel che c’è. Lo disse a voce alta, incespicando in un sasso, lo urlò anzi, quasi a volersi rassicurare.
Poi ritrovò l’auto e così poté tornare a casa, dove sperava di chiudere la nottata con un buon sonno ristoratore e riparatore di quei patemi d’animo che aveva da poco provato.
Non fu proprio così, perché, coricatosi, si accorse che non gli riusciva di dormire. Al buio, a occhi chiusi, vedeva di più che se fosse stato un giorno di pieno sole. Rivedeva tutto, come in una pellicola che scorreva inesorabile, tutta una vita, la sua, che affiorava prepotente dalle tenebre, con la bocca sdentata di Vittorio che gridava “infame!” , mentre la Ginetta si rivestiva alla meglio dopo essere stata sorpresa dal marito a letto con lui. Urlava anche Athos, benché fosse morto senza nulla sapere della sua cornificazione. Muto, invece, lo fissava Federico, lo stesso silenzio con cui aveva reagito all’adulterio. Non aveva detto nulla, gli aveva preso solo un tremito, mentre gli si inumidivano gli occhi, poi aveva preso la Divina Commedia ed era uscito di casa. L’avrebbero trovato il giorno dopo, in campagna, impiccato a un albero, con il libro sotto i suoi piedi. Silenzioso era anche Gioacchino, ma allora aveva gridato, aveva invocato il suo aiuto e lui invece si era girato dall’altra parte.
Accese la luce e si guardò allo specchio: le occhiaie segnavano due bulbi prominenti, frutto di stravizi, di piccole e grandi cattiverie, di cui non provava rimorso.
Non è colpa mia se sono fatto così, si diceva mentalmente.
Io, il tombeur des femmes, in effetti non amo nessuna e nessuno, nemmeno me stesso; detesto la vita con la stessa forza con cui tracanno il vino, con cui mangio in modo spropositato, forse sperando in un accidente che mi tolga di mezzo. Non sono cattivo, sono così, e quanto più godo del male che faccio agli altri, tanto più gioisco al pensiero che tutti mi detestino, mi augurino quella morte che per me in fondo arriverebbe non proprio indesiderata.
Ma vivo, mangio, respiro, orino, caco, senza che questa distruzione coinvolga me stesso.
Si versò un grappino e lo tracannò d’un fiato, poi ne seguì un altro, e un altro ancora.
Tanti che si ammalano e muoiono di cirrosi, e io invece no, anzi per me l’alcool è un elisir di lunga vita. Vita, se questa è vita, un furore di distruggere gli altri sperando così di finire me stesso.
Hai ragione, Federico, a guardarmi in silenzio, perché non merito nemmeno le tue parole di condanna. Ah, sapessi quanto ho odiato il tranquillo e sereno rapporto che avevate tu e tua moglie. Sembravate due piccioncini in luna di miele, mani nelle mani, occhi incrociati, e io non avevo e non ho uno straccio di niente, nessuno che in casa mi rimproveri o mi consoli. Se lo vuoi sapere sei morto per niente, perché la signora non ti ha tradito; sembrava sul punto di cedere alle mie lusinghe – e come è noto io ci so fare – ma poi si è tirata di colpo indietro. Non è stato il tuo rientro improvviso a farla desistere, ma l’amore, quello per te, che mi ha respinto quando già la stringevo a me, come tu ci hai trovato. E’ stato un equivoco, ma forse si poteva rimediare e non l’ho fatto. La tua espressione di sgomento ha rinforzato il rancore che ho sempre provato per quel tuo modo di vivere in armonia con te stesso e con gli altri e allora io ho gridato, forte, l’ho ripetuto, fino a quando sei uscito e forse udivi anche lungo le scale che stavi scendendo quell’epiteto che non meritavi e che non rispondeva al vero: Cornuto!
Si portò alla bocca la bottiglia di grappa e cominciò a bere il liquore a garganella fino a quando, anche se era già quasi l’alba, si addormentò.
Fu un sonno breve, il risveglio nel palazzo, il traffico in strada, la sirena di un’ambulanza  gli fecero riaprire gli occhi. Si alzò intontito e in preda a un forte mal di testa; non fece colazione, non si lavò, ma cercò di evitare di far troppo tardi in ufficio. Fu lungo le scale che, mettendo una mano nel taschino della giacca, si accorse di non avere più il portafoglio.
Cazzo, ci mancava anche questa. Non tanto per i soldi, visto che ci saranno stati al massimo una cinquantina di euro, ma per i documenti, così brigosi da rifare. Stai a vedere che l’ho perso quando mi sono fermato questa notte per vomitare e defecare? Potrebbe anche essere e allora tanto vale andare là subito, nebbia o non nebbia.
E la nebbia c’era, ancora più fitta, ma la distanza non era lunga, il problema dei documenti assillante e così prese l’auto per andare là.
Parcheggiò in qualche modo, riconobbe con difficoltà i binari, umidi di nebbia, e cominciò a cercare.
– Guardi che non si può stare in questo posto, è pericoloso.
La voce gli veniva da vicino, dietro le sue spalle. Si voltò e vide un ferroviere.
– Non…, –  e stava per dire “non rompere” – è che per caso ha trovato un portafoglio, il mio?
– No e quando l’ha perso?
– Questa notte, qui, sa… un’indigestione, conati di vomito, fitte al ventre, insomma mi sono fermato in questi paraggi perché non riuscivo più ad andare avanti.
– Proviamo a cercare, chissà che non siamo fortunati
In quell’aria acquosa cominciarono a procedere appaiati, leggermente proni per vedere meglio il terreno, così che dopo una decina di minuti trovarono il portafoglio.
– Grazie, grazie infinite.
– Di nulla.
Rassicurato e con sollievo Martino stava per allontanarsi, quando il ferroviere lo chiamò di nuovo.
– Scusi, non è che per caso ha perso anche questo libro?
– Non credo, ma vengo a vedere di che si tratta.
Si avvicinò al ferroviere e, nonostante la nebbia, riconobbe il libro, così usato tante volte da doverlo rilegare alla meglio con il filo di refe e con una copertina di un azzurro troppo sgargiante.
– E’ suo?
Avrebbe voluto dire di no, ma c’era qualche cosa che gli imponeva di rispondere affermativamente.
– Sì. Mi scusi, questo binario, quello dove ha trovato il libro, dove porta?
– Non porta da nessuna parte; è un binario morto, che finisce un po’ più avanti a una decina di metri dal muro di cinta del cimitero.
Martino vacillò un momento, quasi cadde, ma l’altro lo sostenne.
– Vuole una mano?
– No, grazie, è stato un attimo, senz’altro i postumi dell’indigestione.
– Sicuro di essersi ripreso?
– Sicuro.
– Ecco, allora tenga. Ora devo andare a prendere servizio e sono già in ritardo.
– Grazie e buon lavoro.
Con le mani tremanti Martino aprì il volume alla pagina dove aveva intravisto un foglietto, forse un segnalibro.
No, non era un segnalibro, ma su quel bianco sbiadito, vergata di sicuro da Federico con quella sua scrittura a caratteri piccoli, c’era solo una parola, con un punto di domanda: perché?
Gli sembrava di fluttuare in un incubo, o di essere vittima di un complotto.
Quel libro che aveva in mano non poteva essere lì, perché era stato sepolto con il suo padrone e se invece era lì che cosa poteva significare?
Gli sembrò di impazzire, gli si inumidirono gli occhi, strinse quel libro fin quasi a spezzarlo, mentre un senso di vuoto crescente gli prendeva lo stomaco. Non sapeva cosa fosse, ma di una cosa era certo: si vergognava per  tutto il male che aveva fatto e ancor di più per non potervi riparare.
S’incammino lentamente fra i binari, con gli occhi pieni di lacrime e a un certo punto urlò con tutta la sua voce: perdonatemi!
Fu allora che udì il ciuf ciuf della vaporiera, accompagnato dal suono di un’orchestrina. Affrettò il passo e finalmente vide i fanali e dalla motrice una figura che si sporgeva.
Chi era mai?
Sì, era lui, non poteva essere che lui, Federico che gli faceva cenno di salire, che gli allungava la mano, quella mano a cui si attaccò con tutte le sue forze, leggero e sereno come mai non lo era stato.

– Commissario, che vuole che le dica. C’era nebbia, andavo piano, ho suonato come l’ho visto, ho frenato, ma lui mi veniva incontro a braccia aperte. Più che un incidente penso a un suicidio.
– Certo, ma scusi lei che ci faceva su un binario morto?
– Manovra, un’inevitabile manovra per agganciare altre carrozze.

Renzo Montagnoli


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Un commento su “Il binario morto

  • Enzo Maria Lombardo

    Stupenda pagina di fantasy con una tensione che non si allenta fino all’ultima riga. Uno dei pezzi più belli e articolati del bravo Montagnoli.