Recensione: Ignazio Silone – Una manciata di more


La speranza non deve morire
Questo romanzo, parafrasando in parte il titolo di una più fortunata opera successiva dell’autore, avrebbe potuto meglio essere intitolato L’avventura di un disilluso comunista. Che Ignazio Silone sia stato un cristiano senza chiesa e un socialista senza partito penso sia ormai incontrovertibile, così come appare forse incontestabile che dalla sua innata religiosità promani un’aspirazione politica a un mondo senz’altro più sociale, in cui le comuni identità non soffochino la spiritualità di ognuno. Questi contrasti nell’impossibilità per l’autore di trovare un partito in cui identificarsi finiscono per incernierare questo racconto ambientato nell’immediato dopo guerra nella sua Marsica, terra ricca di miseria, con piccoli borghi in collina e montagna, caratterizzata da ampie foreste in cui trovano rifugio i lupi. Non sto ad anticipare nulla della trama, peraltro non semplice, limitandomi a evidenziare i caratteri salienti dell’opera che è  un’evidente denuncia dei comportamenti non certo canonici del Partito Comunista Italiano in quel periodo, un’istituzione rifugio, ma anche fonte di lucrose opportunità per gli ex fascisti che avevano l’impellente bisogno di cancellare il passato, rifacendosi una nuova verginità. In contrapposizione vi è invece la profonda delusione di chi credeva in un mondo diverso e più equo, grazie a un’idea di comunismo associata a uno stampo egalitario e di giustizia che mai si ebbe poi a concretizzare. Il partito diventa così un apparato per imporre ai suoi accoliti una cieca obbedienza, per far credere che solo con la supina accettazione delle direttive sarà possibile raggiungere quegli scopi, quegli ideali che non tarderanno a rivelarsi chimerici. Come è possibile comprendere Una manciata di more è un romanzo amaro, è la disillusione di un’antifascista che tanto ha rischiato nel ventennio confidando in un’Italia migliore e che si accorge che dopo tanti patimenti, dopo le sofferenze di un intero popolo nulla è cambiato. Tuttavia, proprio perché a un uomo non può essere negata la speranza in un mondo nuovo, Silone nello spiegare in questo romanzo il motivo perché è uscito dal Partito a cui è stato iscritto con partecipazione attiva per molti anni, non può non far balenare, prima per se stesso che per gli altri, una soluzione, l’unica ormai rimasta e che possa consentire di guardare con fiducia al futuro, ed è una soluzione utopistica,  è quel desiderio di essere parte di piccole comunità spontanee, non istituzionalizzate; è un ritorno alle origini, allo spirito innato di chi crede ancora nell’amicizia, nella solidarietà, e che è convinto che non sia impossibile trovare una via per percorrere una strada comune verso la la giustizia e la libertà, come anche in fondo viene espresso in un altro suo romanzo (Il seme sotto la neve).
Una manciata di more è un bel libro, non bellissimo, perché Silone ne ha scritti di migliori, come Fontamara e appunto Il seme sotto la neve, ma è comunque senz’altro meritevole di lettura.

Titolo: Una manciata di more
Autore: Ignazio Silone
Prezzo copertina: € 15.00
Editore: Mondadori
Collana: Oscar moderni
Edizione: 2
Data di Pubblicazione: aprile 2018
EAN: 9788804701668
ISBN: 8804701668
Pagine: 272

Ignazio Silone, pseudonimo di Secondo Tranquilli (Pescina, 1 maggio 1900 – Ginevra, 22 agosto 1978), è stato scrittore, politico e uno degli intellettuali italiani più conosciuti e letti in Europa e nel mondo. Il suo romanzo più celebre è Fontamara.
Durante l’infanzia una tragedia segna la sua vita: la perdita del padre e di cinque fratelli durante il terribile terremoto che scosse la Marsica nel 1915. Rimasto orfano interrompe gli studi liceali e si dedica all’attività politica, iniziando la lotta contro la guerra e appoggiando il movimento operaio rivoluzionario.
Prende parte alle proteste contro l’entrata in guerra dell’Italia nella prima guerra mondiale e per questo viene processato. A Roma, finita la guerra, entra a far parte della Gioventù socialista, opponendosi al fascismo.
Nel frattempo diventa direttore del giornale romano «L’avanguardia» e redattore del giornale triestino «Il Lavoratore». Per le persecuzioni fasciste, è costretto a vivere nella clandestinità, collaborando con Gramsci.
Decide di abbandonare l’ideologia comunista perché non condivide più la politica di Stalin; per questo motivo cessa quasi tutte le sue amicizie.
Dirige poi «l’Avanti!», fonda «Europa Socialista» e tenta la fusione delle forze socialiste con l’istituzione di un nuovo partito. Ottenute solo delusioni, abbandona la politica per dedicarsi ai suoi scritti.

Renzo MontagnoliSito

 

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